L'ANALISI
22 Marzo 2026 - 05:00
Dopo tanto parlare, è finalmente arrivato il momento di decidere: oggi e domani, fino alle 15, gli elettori sono chiamati a dire la loro sul referendum costituzionale di riforma della giustizia sulla separazione delle carriere e sulla riforma del Csm, il Consiglio Superiore della Magistratura. Un testo redatto dal ministro Carlo Nordio che ha come prima firmataria la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Un passaggio decisivo per l’ordinamento giudiziario italiano. Poiché si tratta di una consultazione confermativa, ai sensi dell’articolo 138 della Costituzione, non è previsto un quorum: la riforma entrerà in vigore se i voti favorevoli supereranno quelli contrari, indipendentemente dal numero di elettori che si recheranno alle urne. Ogni singolo voto, dunque, contribuirà direttamente a determinare se l’attuale assetto della magistratura resterà invariato o se dovrà cambiare.
La posta in gioco è molto alta e alla chiarezza del dibattito non hanno certo giovato la virulenza di certe affermazioni dall’uno o dall’altro schieramento, con toni, polemiche e forzature spesso eccessive. Accuse estreme, come i riferimenti alla mafia che verrebbe aiutata dalla riforma, o alla sottomissione politica (la riforma conferma espressamente che ’La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere’), generano una pericolosa disinformazione e servono solo a polarizzare in senso politico il dibattito.
Al contrario è fondamentale superare queste contrapposizioni per analizzare oggettivamente il testo, favorendo un voto consapevole su temi cruciali quali l’indipendenza della magistratura italiana. Soltanto così il cittadino-elettore viene posto in grado di esprimere un voto consapevole e non ideologico.
Come giornale lo abbiamo fatto seguendo il numero maggiore possibile di incontri nei quali le due posizioni si sono confrontate, così come le moltissime iniziative pubbliche di entrambi gli schieramenti, ospitando anche in redazione un pacato, dunque molto produttivo, confronto tra avvocati e magistrati, fornendo ai nostri lettori un quadro più chiaro possibile. Ed è con questo stesso spirito che anche oggi proviamo a mandare a sintesi le due posizioni. Al centro del contendere ci sono questioni molto tecniche che possono essere perfino respingenti per chi non è avvezzo a trattarle.
Ma siccome ogni singolo voto, come detto, può essere determinante, è bene andare alla urne con la maggiore consapevolezza possibile considerando che in gioco c’è una modifica della Costituzione.
Proviamo dunque a sintetizzare ancora una volta nel modo più chiaro e semplice il senso della riforma illustrando con la stessa logica le due posizioni contrapposte.
La separazione delle carriere, il cuore della legge, è la distinzione netta tra chi giudica (i giudici) e chi accusa (i pubblici ministeri o pm).
Queste le ragioni del sì: i sostenitori puntano a rafforzare la terzietà del giudice, rendendolo un arbitro equo ed equidistante tra accusa e difesa. Sebbene i passaggi di funzione siano oggi rarissimi (circa lo 0,2 per cento annuo), il sì considera la questione non statistica ma strutturale: è necessario che giudice e pm abbiano percorsi di formazione, concorsi e organi di governo totalmente distinti per garantire un ‘giusto processo’.
Le ragioni del no: chi si oppone ritiene che l’attuale unità della magistratura sia una garanzia di indipendenza. Il pm, appartenendo allo stesso ordine del giudice, è spinto a una cultura della prova e della verità piuttosto che a una semplice logica punitiva. Il timore è che una separazione possa isolare il pm, rendendolo vulnerabile a future forme di controllo da parte del potere politico.
Altro punto cardine della riforma è l’istituzione di due Csm. Oggi esiste un unico Consiglio Superiore della Magistratura che si occupa di assunzioni, trasferimenti e carriere per tutti i magistrati. La riforma prevede invece la creazione di due organismi distinti, uno per i giudici e uno per i pm.
Le ragioni del sì: due organi separati eviterebbero che chi accusa possa influenzare la carriera di chi giudica e viceversa. Entrambi i consigli manterrebbero la presidenza del Capo dello Stato e una composizione mista (2/3 magistrati, 1/3 membri eletti dal Parlamento), ma opererebbero in modo indipendente per recidere ogni legame amministrativo tra le due funzioni.
Le ragioni del no: il sistema attuale permetterebbe già una distinzione sufficiente delle funzioni, garantendo al contempo una gestione unitaria e coerente della magistratura, che viene vista come un corpo unico a tutela della legalità.
La selezione tramite sorteggio è il terzo caposaldo. Si tratta di un cambiamento radicale relativo al modo in cui i magistrati vengono scelti per far parte dei nuovi Csm. Attualmente i componenti sono eletti dai loro colleghi; la riforma introduce invece l’estrazione a sorte.
Le ragioni del sì: il sorteggio viene proposto come lo strumento per scardinare il potere delle correnti associative interne alla magistratura con l’obiettivo di rendere la composizione degli organi di autogoverno casuale, sottraendola ad accordi di potere o dinamiche di appartenenza organizzata.
Le ragioni del no: i critici sostengono che il sorteggio riduca la rappresentatività e la responsabilità democratica. Affidare al caso la scelta di ruoli così delicati potrebbe, secondo questa visione, impedire di selezionare i magistrati con maggiore esperienza e competenza nell’autogoverno. Viene poi contestato il diverso tipo di sorteggio: puro per giudici e pm, temperato per i politici, nel senso che le Camere predisporranno un elenco ristretto di ‘cultori della materia’ all’interno del quale verrà poi effettuato il sorteggio. Quindi, si dice, in qualche modo si corre il rischio di una scelta pilotata.
La creazione della nuova Alta Corte disciplinare è il quarto pilone della riforma. Oggi i procedimenti disciplinari contro i magistrati sono gestiti da una sezione interna al Csm. La nuova legge propone invece una Alta Corte disciplinare esterna e autonoma.
Le ragioni del sì: l’obiettivo è separare chi gestisce le carriere da chi deve giudicare gli errori dei magistrati. La Corte sarebbe composta da 15 membri (3 nominati dal Presidente della Repubblica, 3 dal Parlamento e 9 magistrati estratti a sorte), garantendo un giudizio affidato a un organo terzo e altamente specializzato.
Le ragioni del no: chi difende l’assetto attuale ritiene che la sezione disciplinare del Csm garantisca già un equilibrio adeguato tra autonomia della magistratura e sanzione delle responsabilità, senza necessità di nuovi organi costituzionali.
Il panorama politico è nettamente diviso: sostengono il sì il Centro-destra (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Noi Moderati) e Azione di Carlo Calenda. Sostiene il no il Centrosinistra (Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra). Lascia invece libertà di voto Italia Viva guidata da Matteo Renzi, che considera la materia di alta complessità tecnica. Per concludere, è fondamentale ricordare che questa riforma incide sull’architettura istituzionale e non avrà effetti immediati sulla vita quotidiana dei cittadini nei tribunali: il voto non modificherà la durata dei processi né l’organizzazione pratica del lavoro giudiziario.
Il referendum, in estrema sintesi, chiede ai cittadini italiani di scegliere tra due visioni: una che punta a una netta divisione dei ruoli con l’obiettivo di massimizzare l’imparzialità del giudice e una che difende l’unità della magistratura come baluardo storico di indipendenza e protezione dalle influenze esterne.
Comunque la si pensi, andiamo a votare, non lasciamo che a decidere siano gli altri. Recriminare a posteriori sarà del tutto inutile.
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