L'ANALISI
19 Marzo 2026 - 20:17
Il tribunale di Cremona
CREMONA - «Non è più vita, anche dopo la sentenza le persecuzioni sono continuate». È provato in aula l’uomo che ha denunciato l’ex moglie per le ripetute, «continue», violazioni del divieto di avvicinamento che le era stato imposto dalla condanna per stalking. Nel frattempo le vicende giudiziarie hanno fatto il loro corso: la donna aveva presentato ricorso in appello e il tribunale di Brescia lo aveva accolto, commutando la condanna a un anno per atti persecutori in una a un mese per molestie, facendo decadere il divieto di avvicinare l’ex marito. Ma per il periodo intercorso le violazioni, denunciate a più riprese dall’uomo ai carabinieri, restano e per accertare la dinamica dei fatti ieri si è tornati in aula. Rappresentato dall’avvocato Alberto Zucchetti l’uomo, che si è costituito parte civile nell’ennesimo processo scaturito dalla turbolenta separazione coniugale, ha risposto alle domande dei giudici e della difesa dell’imputata. Ha ricostruito nel dettaglio le dinamiche di diversi episodi in cui, a suo dire, «in qualche modo lei veniva a conoscenza dei miei spostamenti, mi seguiva, mi tendeva degli agguati». In diversi casi la donna avrebbe seguito l’uomo in macchina, raggiungendolo agli incroci o accostandolo: «Ero all’imbocco di una rotatoria, ho sentito una macchina arrivare a grande velocità e poi inchiodare di fianco alla mia. Era lei che, appena prima che partissi, ha sgommato per bloccarmi la strada. Avanzava un po’ e poi frenava: siamo andati avanti così a singhiozzo per tutta la rotonda, con il rischio di fare un incidente». L’ex marito racconta di un rapporto segnato dal rancore, dalle recriminazioni di ‘non essere un buon padre’ e di presunti tradimenti: «Un’altra volta ero in moto. L’ho vista, parcheggiata vicino a casa dei miei genitori, e si è messa a seguirmi. Ho fatto almeno due chilometri a una bella velocità ma sentivo che mi stava addosso. Quando a un incrocio mi ha affiancato mi ha detto: ‘Hai paura che ti tiri sotto?’». E poi gli appostamenti al bar sotto casa, gli incontri davanti alla scuola della figlia durante i quali «faceva delle scenate, si metteva a urlare», i pedinamenti fin dentro la caserma dei carabinieri: «Stavo integrando la mia querela, ma ci siamo dovuti spostare in un altro ambiente perché lei era entrata, urlava e faceva un baccano infernale». Interrogato dal giudice l’uomo ha anche riferito di un rapporto «bruttissimo» con la figlia: «La ragazza è manipolata da sua madre. Le scrivo chiedendole di parlare, di vederci, ma lei mi accusa di non essere un buon padre e di non pagare la mia parte per i suoi studi. Ma io non sono mai venuto meno ai miei impegni, siamo finiti anche davanti al giudice, che lo ha riconosciuto, per queste false accuse». E mentre il processo si avvia alla conclusione, il rapporto tra i due ex coniugi non accenna a distendersi.
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