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SPINO D'ADDA. NELLE AULE DI GIUSTIZIA

‘Colpo’ in farmacia: «Lì non ci sono mai stato»

Si difende Donato, uno dei due imputati per la rapina da 2.100 euro di otto anni fa

Francesca Morandi

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fmorandi@laprovinciacr.it

17 Marzo 2026 - 21:33

‘Colpo’ in farmacia: «Lì non ci sono mai stato»

SPINO D'ADDA - «Dove mi trovavo il 2 febbraio 2017? Ero a Milano, io non sono andato a Spino d'Adda».

Donato abita a Milano e da più di 30 anni lavora all'Amsa. Ha dei precedenti, ma giura di non esser sceso a Spino d'Adda nella tarda mattinata di quel 2 febbraio di otto anni fa, il giovedì della rapina nella farmacia di Paolo Riccaboni, ex sindaco del Comune, in via Ungaretti. Bottino: 2.100 euro presi dalla cassa. Giura, Donato, di non essere arrivato con l'auto di suo padre, una Fiat Punto grigia, in compagnia di Pietro, suo amico e vicino di pianerottolo, il coimputato che per l'accusa, entrò in farmacia, cappello in testa e sciarpa tirata sul naso.

Assistito dall'avvocato Francesco Ciceri Contoli, oggi, nel giorno della sua difesa, Donato si sottopone all'interrogatorio (pm Federica Cerio) , diversamente da Pietro, lui assistito dall'avvocato Monica Nichetti. Donato e Pietro: né alti né robusti.

Al processo hanno già testimoniato le tre farmaciste. E Riccaboni, che otto anni fa si lanciò all'inseguimento del rapinatore (una ventina di metri sotto i portici), lo vide salire sulla Punto grigia dal lato passeggeri. Riccaboni riuscì a memorizzare solo le prime due lettere della targa, elemento che, insieme ai filmati delle telecamere, portò i carabinieri ai due imputati. La Punto grigia era intestata al papà di Donato.

La farmacista: «Il rapinatore non ha detto una parola: è entrato a volto coperto, mi ha fatto segno di stare zitta e, minacciandomi con un oggetto appuntito, ha cominciato a frugare la cassa». Riccaboni era al piano superiore: «Ho sentito trambusto, le mie dottoresse erano spaventate e ho capito che era in corso una rapina. Siamo abituati: tra novembre e dicembre 2024, ho subito cinque furti. Mi sono precipitato, ho fatto i gradini tre a tre e ho visto la scena: la cassa era aperta e spostata, un uomo si stava allontanando di corsa». Quell'uomo era «una persona non tanto alta e abbastanza minuta». Altri testimoni hanno parlato di un giubbino di colore azzurro vistoso indossato dal rapinatore con cappellino in testa e sciarpa sul volto.

Donato: «Sì, la Fiat Punto grigia è di mio padre. La uso la mattina per andare al lavoro». La mattina del 2 febbraio 2017 lei era al lavoro? «Non lo so, non me lo ricordo. Se ho sentito Pietro? Abitiamo a fianco. Non ci siamo visti, ma sentiti». Donato racconta del giorno in cui gli sono venuti i carabinieri in casa. «Erano 6-7. Cercavano un giubbotto di colore azzurro. Perché ho dato il numero di Pietro? Lo cercavano, sapevano già tutto, di Pietro, del giubbotto azzurro.

Nel giorno della perquisizione, Donato viene interrogato in caserma. C'è un difensore che lo assiste. Al processo fa marcia indietro sulle dichiarazioni rese ai carabinieri. «Che cosa mi ha spinto a dire quelle cose? Mi hanno fatto capire che mi bloccavano la macchina, che mio padre avrebbe passato dei guai. Pensavo che sarebbe finita lì». Pensò male, Donato. «Io a Spino non ci sono mai stato. Io quel giorno non ho sentito Pietro, magari l'avrò sentito per telefono. Io non sono stato in auto con lui». In aula si tornerà l'8 luglio.

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