L'ANALISI
08 Marzo 2026 - 17:13
SONCINO/SORSINA - Settant’anni e passa sotto terra, o meglio tra erba, olivi e memoria. Poi all’improvviso riaffiorano pezzi di fusoliera, costole di alluminio, lamiere contorte che a un occhio qualunque sembrano ferraglia mangiata dal tempo e a chi sa leggere il cielo raccontano invece una storia precisa, con una data, un luogo, un equipaggio e una fine. È il fascino quasi ipnotico dell’archeoaviazione, disciplina di confine tra ricerca storica, investigazione e passione pura. E dentro questo mondo, dalle nostre parti, un nome gira da anni con pieno merito: Luca Merli, ricercatore del gruppo Air Crash Po di Soncino e Soresina.
L’ultimo tassello arriva dalla Toscana ma parla benissimo anche cremonese, perché nasce proprio da quel metodo certosino che Merli e il suo gruppo hanno affinato negli anni. Nella primavera del 2024 un appassionato di Vinci, nel Pisano, Matteo Cioni, si imbatte in alcuni frammenti di alluminio aeronautico nei pressi di Santa Lucia di Vinci. Non il classico rottame agricolo, insomma, ma qualcosa che aveva chiaramente a che fare con un velivolo. Da lì parte la catena giusta: contatto con Merli, apertura dei fascicoli, ricerca documentale, confronto con gli archivi. E soprattutto una di quelle pazienze da rabdomante della storia che servono per rimettere insieme ciò che il tempo ha rotto.
Il risultato è una ricostruzione piena, precisa, quasi chirurgica. Il velivolo è stato identificato in uno Junkers Ju 52 3/m, matricola 4359, in forza al III/TG1, reparto da trasporto della Luftwaffe di base a Pistoia. L’aereo precipitò il 27 agosto 1943 dopo il decollo dalla pista di Tassignano, nel Lucchese. Volava basso, troppo basso, e secondo le testimonianze raccolte avrebbe urtato un albero o forse un palo telegrafico. Fine del volo, fine dell’equipaggio. A bordo c’erano quattro aviatori tedeschi, tutti morti nello schianto: Kurt Klesner, Clemens Voeller, Herbert Kaschke ed Erich Theunissen.
Detta così sembra solo una scheda militare compilata bene. In realtà è molto di più. Perché senza quel lavoro di scavo negli archivi del Bundesarchiv di Friburgo, senza la capacità di incrociare testimonianze, mappe, dinamiche e reperti, quei pezzi d’alluminio sarebbero rimasti quel che sembravano: rottami. È qui che il lavoro di Merli diventa interessante anche per chi non mastica sigle, Luftwaffe o matricole. L’archeoaviatore, se vogliamo chiamarlo così, fa esattamente questo: restituisce identità ai relitti e storia ai detriti.
Non meno importante il secondo passaggio, quello materiale. Perché dopo l’identificazione è stato proprio Cioni a procedere al recupero di parti più consistenti del velivolo, tra cui impressionanti tronchi di fusoliera che oggi mostrano ancora la pancia metallica dello Junkers, corrosa ma non sconfitta. Sono immagini che colpiscono. Non tanto per la guerra in sé, quanto per il corto circuito che creano: il relitto di un aereo militare tedesco del ’43 che torna alla luce in un uliveto toscano e rivive grazie al lavoro di un gruppo di studiosi e appassionati che ha il suo cuore operativo tra Soncino e Soresina.
È anche questo il bello dell’Air Crash Po: partire da qui e finire ovunque ci sia una storia da rimettere in piedi. Il gruppo, del resto, non lavora per collezionare pezzi ma per riannodare fili. E in un’epoca che consuma tutto in fretta, c’è qualcosa di profondamente serio e affascinante in chi dedica mesi a capire da dove arrivi un frammento di lamiera piegata.
I resti dello Junkers, dopo una prima esposizione pubblica a Vinci durante la Festa del Volo del prossimo 17 maggio, troveranno spazio al Museo Archivio Storico Federighi di Pisa. Ma la notizia, per noi, resta doppia. Perché da una parte c’è il ritrovamento di un relitto con tutta la sua forza evocativa. Dall’altra c’è la conferma del valore di un lavoro di ricerca che, partendo dal nostro territorio, continua a dare voce a storie precipitate dal cielo e finite per decenni nel silenzio della terra.
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