L'ANALISI
07 Marzo 2026 - 05:10
Davide Van De Sfroos (© Francesco Consolini)
CREMONA - Una band e una piccola orchestra per dare nuovi colori e nuovi respiri alle canzoni di Davide Van De Sfroos. Il tour di Folkestra - nuova avventura dal vivo del cantante del laghée, il dialetto comasco con cui Van De Sfroos ha raccontato tante storie di lago - fa tappa questa sera alle 20.30 all’Infinity 1 di CremonaFiere. «Questo tour - spiega - è un modo per riscoprire le mie canzoni in una luce diversa e con nuovi colori, nuovi respiri. La Folkestra porta con sé l’energia e la profondità del suono collettivo, ma resta fedele allo spirito delle storie che abbiamo sempre raccontato insieme al pubblico».
Da dove arriva la voglia di intraprendere un tour come questo, e quanto è stato difficile trovare l’equilibrio tra l’essenzialità del folk e la ricchezza disciplinata di una piccola orchestra?
«Alla base c’è sempre quella anatomia dell’irrequietezza di cui parla Bruce Chatwin. Quando inizi ad attraversare diverse stagioni musicali, all’inizio credi di calpestare la terra di ogni stagione dell’anno, passando dall’una all’altra. Poi in realtà a un certo punto ti guardi indietro e ti accorgi che anche le stagioni ti hanno attraversato. È qualcosa di reciproco. Ti resta quel gusto, quella voglia di mettere qualcosa di nuovo in tavola: non volevamo rifare l’avventura di Synfuniia con una grande orchestra, ma piuttosto creare un ibrido fra band, archi e fiati. La Folkestra è la soluzione perfetta per dare la spinta piratesca giusta e ‘classic’ ai pezzi, ma anche per dilatare il suono delle canzoni più confidenziali o minimali. Non è roboante ma avvolgente, e in teatro funziona molto bene».
Ci sono ballate storiche che hanno in un certo senso preteso un abito più ricco, o brani che l’hanno sorpresa in questa nuova veste?
«Le canzoni sono state scelte dal mio violinista Angapiemage ‘Anga’ Galiano Persico, artefice di tutti gli arrangiamenti. Mi conosce bene e ha messo insieme una scaletta nella quale figurano alcune delle canzoni che hanno sempre preteso un arrangiamento di questo genere ma che in concerto di solito è difficile realizzare. Questi pezzi sono arrivati naturalmente, come il Cavaliere senza morte, suonato rarissimamente dal vivo, oppure Fendin. Le altre canzoni, invece, non si snaturano ma anzi si arricchiscono: c’è la band, c’è la piccola orchestra, e l’effetto ibrido è totale. È bellissimo sentire come dietro di te accadono molte altre cose che di solito non senti».
In un mondo sempre più globalizzato, con una lingua italiana sempre più standardizzata dai social, oltre che ibridata da molti decenni dall’inglese, che valore assume oggi per lei cantare in dialetto?
«Senza fanatismi, dico che per me è una scelta naturale, ecologica dal punto di vista mentale. Così come difendiamo alberi secolari, ville storiche, parchi e specie protette, mi sembra naturale trattenere qualcosa che fa parte del nostro percorso, una lingua con la quale i nostri avi prima di noi si sono espressi per tanto tempo. L’italiano è una lingua splendida che spero non venga contaminata troppo. Se diventa una poltiglia indefinita nella quale spunta solo l’inglese, non va bene. È la differenza che passa fra un frullato, nel quale riconosci solo i gusti più forti, e una macedonia, nella quale vedi i pezzi, li riconosci, e puoi scegliere. Mi viene da pensare che cantare in dialetto sia una cosa che è giusto fare perchè mi viene naturale farla».
Oltre alla musica, si è dedicato alla scrittura e a progetti multimediali. Dopo questo tour che versione di Davide Van De Sfroos vedremo?
«Con l’arrivo dell’estate in genere passo sempre a una formazione estiva con un concerto all’aperto. Mi piacerebbe giocare su qualcosa che non ho mai fatto prima, magari dai richiami vintage. Più vai avanti col tempo, più diventa profondo il pozzo del passato: ripensare agli anni Sessanta e Settanta provoca vertigini positive perchè fa tornare in mente colori, saturazioni, suoni, alimenti e odori che oggi non si trovano più e si rimpiangono. Non nostalgia, ma un richiamo a quello che ci ha fatto stare bene da bambini. È solo un’idea, non l’ho ancora sviluppata. Per quanto riguarda la scrittura, beh, qualche quaderno con me c’è sempre. Ho speso più soldi in taccuini che altro. Sono vicino a un cambiamento, ma questo non è ancora avvenuto: non so se scrivere qualcosa di nuovo ‘al di qua’ oppure ‘al di là del mutamento».
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