L'ANALISI
03 Marzo 2026 - 19:27
ROBECCO D'OGLIO - Nell’ambito della poderosa indagine dei carabinieri sulle auto ‘cannibalizzate’ tra il 2018 e il 2020, oggi il pm, Francesco Messina, ha chiesto di condannare i fratelli Filippo e Piero Taino ciascuno a 8 anni di reclusione e 10mila euro di multa, il padre Paolo a 7 anni e 6 mesi di reclusione e a 9mila euro di multa per associazione a delinquere finalizzata alla ricettazione di automobili, a smontarle e rivendere i pezzi anche all’estero. Il pm ha chiesto l’assoluzione per due dipendenti di Taino senior. E la condanna a 8 mesi di una imputata accusata di simulazione di reato. Il 6 maggio la sentenza.
Messina ha ricostruito l’indagine culminata, il 27 aprile del 2021 con 12 arresti. Cominciata casualmente, da una perquisizione, il 17 gennaio del 2020. È venerdì. I carabinieri si presentano alla Nuova Autodemolizione di Gadesco Pieve Delmona di Paolo Taino. Cercano una Fiat Panda rubata tra il 15 e il 16 gennaio nel Milanese. La cercano lì, perché sull’auto è stata montata una radiofrequenza: l’antifurto emette un segnale. La Panda è a Gadesco. O meglio, nella Autodemolizioni c’è la carcassa schiacciata. Un pacco pressato dal quale esce il suono. Sempre quel venerdì, i carabinieri trovano in un cestino il verbale di una multa appioppata a una Land Rover. Anche quest’auto è stata rubata. Il furto è stato denunciato. Il 31 gennaio successivo, in un magazzino di Robecco dei Taino scovano, invece, un furgone rubato.
Nei mesi dell’indagine, i carabinieri mettono in piedi servizi di osservazione, ascoltano le telefonate intercettate. Il marzo 4 marzo, in pieno lockdown, alla Nuova autodemolizioni si lavora di brutto. ‘Facciamo macchine a rudo’, dirà un dipendente intercettato.
Il pm ricostruisce la catena della cannibalizzazione. Le auto vengono rubate da due uomini che di mestiere fanno quello: i ladri di auto, appunto (hanno patteggiato). E che sentiti al processo hanno confermato furti e rapporti con i Taino. Soprattutto uno dei due ha fatto mettere a verbale di aver iniziato a settembre del 2018 a collaborare con i Taino. «Rubavo le auto e le portavo ai Taino. Prendevo accordi solo con il papà, perché lo conoscevo da anni. Paolo era al corrente di tutto, magari non era d’accordo su tutto». Il pm rilegge i passaggi della testimonianza del ladro: «Ha detto di aver rubato tutte le auto indicate nel capo di imputazione e di averle tutte consegnate a Filippo e a Pietro che provvedevano a smontarle». Il ladro era presente alle operazioni di smontaggio. L’altro ladro d’auto ha invece cercato di salvare Taino senior. Teste «inattendibile e inaffidabile», per il pm.
Le auto rubate finiscono a Robecco, alla Padania Ricambi di Taino. Lo schiacciamento della scocca, invece, si fa all’Autodemolizione di Gadesco Pieve Delmona. I pezzi da riciclare vengono caricati sui camion e portati a Pontevico, nell’ex Citman. Una miniera. Qui i carabinieri scovano 111 motori, una trentina i autobloccanti differenziali, una grande quantità componentistica di auto provento di delitto, poi, sportelli, pneumatici, sedili, scatoloni pieni di navigatori, cruscotti, componentistica di varia natura e un’Audi A6 di recente produzione.
I carabinieri arrivano alla ex Citman grazie a una intercettazione, ascoltano un colloquio di due dipendenti del capofamiglia Taino. «Hai presente dove abita... in via Marconi a Pontevico. Arrivi all’Eurospin, davanti c’è un palazzo, è il loro deposito» . Un tempo qui si confezionavano vestiti da uomo e da donna, poi gli affari andarono male e la società fu dichiarata fallita dal Tribunale di Brescia il 7 giugno del 2011. Un fabbricato fatiscente, sul cancello «una serratura nuova: il cancello carraio era cieco, ma nella parte superiore si vedeva un volantino pubblicitario di elementi commerciali. Strano che fosse lì, l’ho aperto, commercializzava uno smartphone». Taino dà ai carabinieri le chiavi del cancello, non della porta del fabbricato. I carabinieri dovranno chiamare un fabbro. «Se avesse avuto la coscienza pulita, Taino avrebbe consegnato anche le chiavi del fabbricato. Ha detto di non averle più. Non le aveva o era un tentativo di evitare che i carabinieri entrassero?». Il pm propende per «la seconda ipotesi».
I difensori, tra cui Luca Curatti, hanno chiesto l’assoluzione. Hanno parlato di «insussistenza del quadro probatorio», hanno «contrastato il contenuto delle intercettazioni e ripercorso i fatti in chiave opposta a quella del pm».
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