L'ANALISI
03 Marzo 2026 - 05:30
Un'immagine dell'interno della banca dell'agricoltura di Milano dopo lo scoppio della bomba il 12 dicembre 1969. Nel riquadro, Paolo Dendena e il figlio Matteo
CREMONA - «Sono figlio di Pietro Dendena, una delle 17 vittime della strage di piazza Fontana, il 12 dicembre 1969, avevo dieci anni, mia sorella Francesca 17, ora lei è sepolta al Famedio pur non essendo milanese, ma a ricordo del suo e nostro impegno per fare chiarezza sulle stragi, una testimonianza in nome della giustizia e della possibilità di fare giustizia. La notte di Santa Lucia non ci portò giochi, ma la condizione di orfani».
Inizia così Paolo Dendena, classe 1959, che insieme al figlio Matteo venerdì mattina dalle 10 alle 12 incontrerà gli studenti dello Stanga, raccontando loro la storia di suo padre e della sua famiglia, l’impegno per dare corpo alla verità di piazza Fontana e leggere quel periodo storico fatto di stragi e di attentati di diversi colori politici con la consapevolezza che nessuna idea o ideale vale la vita di un uomo. L’incontro è stato organizzato dalla professoressa Laura Tognetti, i ragazzi hanno visonato il docufilm, Io ricordo piazza Fontana con Giovanna Mezzogiorno. Ma è la testimonianza del figlio Paolo che ancora oggi fa venire i brividi perché legge quell’evento tragico che gli portò via il papà con gli occhi del bambino di allora e la consapevolezza e l’impegno civile dell’adulto di oggi.
Con tale consapevolezza da oltre quarant’anni Francesca prima e ora Paolo col figlio Matteo Dendena mantengono vivo il ricordo di quella strage che aprì un periodo storico di attentati che caratterizzarono quella che Sergio Zavoli, in una celebre trasmissione televisiva, definì Notte della Repubblica. Nel racconto del figlio di Pietro Dendena e nella determinazione al ricorso e alla testimonianza c’è l’emozione come il senso di impegno civile, c’è l’urgenza di spiegare alle giovani generazioni che cosa accadde e perché la violenza da qualunque parte stia non è un mezzo per difendere idee e ideali, anzi è la loro stessa negazione.
«Il venerdì pomeriggio la Banca dell’Agricoltura lasciava a disposizione i suoi locali dopo l’ora di chiusura perché si tenevano le contrattazioni agricole, era un po’ la borsa valori dell’agricoltura della Lombardia, dove venivano tutti gli agricoltori della zona, ma anche possidenti terrieri – racconta -. Mio papà contrattava in bestiame e la sua zona interessava il lodigiano e cremonese, la bassa. Mio padre veniva settimanalmente anche a Cremona. Era un grosso commerciante, prendeva le cento mucche alla volta per i macelli e selezionava anche il bestiame, tenendo conto dell’albero genealogico».
«Abitavamo a Lodi. Quella mattina sono andato a scuola e a pranzo mi sono trovato con mio padre e mia madre: mi erano venuti a prendere. Il motivo era semplice: nel pomeriggio mia madre e le mie sorelle sarebbero andate alle bancarelle di Santa Lucia. All’epoca non c’erano i supermercati, si comprava tutto lì. Mio padre, prima di andare a Milano, mi portò a Crespiatica, tra Lodi e Crema, dove abitavano i miei nonni materni e mio zio. Io ‘non dovevo sapere’ che era Santa Lucia, anche se lo sapevo benissimo. Facevo finta di niente… mi faceva comodo. Non immaginavo che quella sarebbe stata l’ultima volta che vedevo mio padre».

Quando avete saputo dell’esplosione?
«La notizia arrivò al comando dei vigili di Lodi. Si parlava di uno scoppio di caldaia alla Banca Nazionale dell'Agricoltura, in Piazza Fontana. Tra i feriti risultava Pietro Dendena, mio padre. I vigili andarono a casa nostra, ma mia madre e mia sorella erano ai mercatini. Io ero a Crespiatica. Un comandante conosceva bene mio zio, che lavorava al mercato con la frutta e la verdura dei Corbellini di Crema. Lo chiamò e gli disse che mio padre era tra i feriti al Fatebenefratelli. Partimmo subito in macchina. Io non capivo bene cosa stesse succedendo».
Che cosa ha visto arrivando in ospedale?
«Era come una scena di guerra. Sangue ovunque, ambulanze, confusione. All’inizio si parlò di 13 morti, poi diventarono 17, con 88 feriti. Entrammo nel corridoio del Fatebenefratelli. A un certo punto vidi un’ambulanza che stava caricando delle barelle. Dissi a mia zia: ‘Ma quello non è il vestito del papà? Il principe di Galles che aveva?’ Ho riconosciuto mio padre così. Dal vestito. Avevo dieci anni».
Un venerdì di attesa di Santa Lucia che si trasformò in tutt’altro.
«Mio padre era andato al mercato agricolo provinciale alla banca. Aveva parcheggiato vicino al Palazzo di Giustizia e aveva percorso di corsa gli 800 metri fino alla banca. Arrivò ansimando. Un conoscente, un agricoltore, gli disse: ‘Piero, siediti qui al mio posto’, facendolo accomodare al grande tavolo al centro del salone. Quel gesto salvò la vita a chi si alzò e la tolse a mio padre. ‘Tempo un paio di minuti’ – mi raccontò quell’uomo, sopravvissuto – ‘e si sentì odore di bruciato’. Poi l’esplosione. Erano uomini che facevano affari con una stretta di mano, uomini che si conoscevano. Galantuomini. La parola valeva più di una firma, il clima era quello e anche la gentilezza nei confronti di mio padre racconta di quel clima d’altri tempi».
Dopo quel giorno, che cosa è cambiato per la vostra famiglia?
«Tutto. Mio padre era l’unico sostentamento per la famiglia. I conti furono bloccati fino alla maggiore età. Mia madre aprì un negozio per mantenerci. Avevo dieci anni, mia sorella diciassette. La maggiore età allora era a ventuno. Io ho due eroi: mio padre e mia madre. Lei nata il 25 aprile, lui il 4 novembre. Due date simboliche. Lui aveva fatto anche la guerra ed era stato internato in Polonia. Fu dura andare avanti, me ce la facemmo con sacrifici e voglia di avere giustizia».
Spesso si parla solo di Piazza Fontana, ma quel giorno ci furono altre bombe.
«Sì, in totale furono cinque. Quella di Piazza Fontana fu l’unica con vittime. Tre a Roma – due all’Altare della Patria e una alla Banca Nazionale del Lavoro – e una alla Banca Commerciale Italiana di Milano, trovata inesplosa. Quella bomba fu sotterrata nel giardino della banca e la sera stessa fatta brillare perché ritenuta ‘non sicura’. Una delle prime prove cancellate. I depistaggi iniziarono subito».
Il percorso giudiziario è stato lungo e complesso.
«Lunghissimo. Il processo fu spostato da Milano a Roma per ‘legittima suspicione’, poi di nuovo a Milano, infine a Catanzaro, a 1.250 chilometri di distanza. Noi facevamo quei chilometri per essere presenti. Nessuno ci pagava il viaggio. Un giorno il giudice chiamò me e mia sorella: ‘Siete i figli di Pietro Dendena. Volete dire qualcosa?’ Io risposi: ‘Sono qui perché credo nella giustizia. Ho fatto 1.250 chilometri perché spero che la giustizia sia fatta’. Mia sorella disse una frase che non dimenticherò mai: ‘Un giorno vorrei avere qualcuno da poter perdonare’. Era una provocazione. Come dire: abbiate il coraggio di dire la verità».
Oggi perché sente il dovere di raccontare questa storia ai ragazzi?
«Perché molti non sanno. In un’indagine fatta anni fa, tre ragazzi su cinque pensavano che fosse stata opera delle Brigate Rosse. Noi non vogliamo convincere nessuno. Vogliamo spiegare. Raccontare il contesto storico, la Guerra Fredda, la fragilità della nostra democrazia. Dico sempre ai ragazzi: pensate ogni giorno alla nostra Costituzione».
Qual è il messaggio che vuole lasciare?
«L’obiettivo è fare in modo che ciò che è accaduto non si verifichi più. Né da sinistra né da destra. Io continuo a raccontare perché credo nella giustizia. Mio figlio fornisce ai ragazzi il contesto storico e cerco di far capire perché quella vigilia di Santa Lucia non sia stata inutile».
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