L'ANALISI
SORESINA
27 Febbraio 2026 - 09:00
Francesco Fortunato e il municipio di Soresina
SORESINA - Il divorzio alla soresinese, non è quello all’italiana. Per adesso, infatti, non ha fatto vittime. Al di là dell’idillio della gioiosa corazzata ma, a conti fatti, si sta scoprendo di giorno in giorno che rose e fiori non ci sono davvero mai stati. Almeno dietro le quinte. Lo racconta Francesco Fortunato, consigliere fuoriuscito dai ‘tirloniani’. Per lui il punto non è un voto in consiglio comunale né una diversa lettura dei numeri. Il punto è il metodo.
E dentro quella parola ci sta tutto: il ‘ricatto’ delle dimissioni evocato più volte dal sindaco, la fine del progetto originario di centrodestra e la scelta – rivendicata – di uscire per coerenza. È il nuovo capitolo del caso politico che da settimane attraversa la maggioranza. «Sono profondamente amareggiato e, lo dico con sincerità, anche deluso. Soresina Insieme era nata come un progetto chiaro di centrodestra, con un’identità precisa e un mandato forte da parte dei cittadini. Io ci ho creduto davvero, mettendoci tempo, energie e la mia faccia. Oggi però quella volontà mi sembra profondamente cambiata».
Fortunato parte da lì, dall’investitura personale. Sesto per preferenze, quindi dentro il gruppo con un peso politico che rivendica non come titolo individuale ma come rappresentanza. «È stato un grande onore e un segno di fiducia che non ho mai preso alla leggera. Proprio per questo fa male constatare che, in questi mesi, non sono mai stato realmente coinvolto nelle scelte importanti, né ascoltato con attenzione». Tradotto dal politichese: il problema non è la poltrona ma il processo decisionale. «Ho avuto spesso la sensazione che il contributo e l’impegno non fossero considerati una risorsa, ma qualcosa di marginale. Non è una questione personale: è una questione di rispetto verso chi mi ha dato fiducia e verso il lavoro di squadra che avevamo promesso».
Il passaggio più pesante riguarda però il clima interno. «Il sindaco Alessandro Tirloni ha scelto una strada sempre più solitaria. In più occasioni ha detto che, se non si fosse fatto come riteneva giusto lui, si sarebbe dimesso. Quando si pongono gli altri davanti a un aut aut di questo tipo, non si può poi accusarli di creare divisioni solo perché esprimono un pensiero diverso». È qui che il tema diventa politico: «La responsabilità di questa frattura non è di chi prova a confrontarsi, ma di chi non accetta il confronto».
Dentro questo quadro si inserisce anche la scelta sugli assetti di giunta dopo il rimpasto e la revoca delle deleghe a Roberto Rava. «Ancora più difficile da comprendere è stata la decisione di affidare incarichi strategici – come il Bilancio – a esponenti di Italia Viva. I cittadini avevano votato un progetto di centrodestra, non un equilibrio ridefinito dopo il voto con forze politiche di altra area. Questa è una scelta politica chiara, che cambia il senso di quel mandato».
Il filo che lega tutti i passaggi è uno solo: l’idea dell’uomo solo al comando. «La verità è che si è preferito accentrare e decidere in pochi, invece di costruire insieme. Quando il confronto viene vissuto come un ostacolo e non come una ricchezza, qualcosa inevitabilmente si rompe». Da qui la nascita di Pro Soresina, che Fortunato definisce «non un’operazione personale ma una scelta di coerenza». «Il centrodestra, per me, non è una sigla, ma un insieme di valori che meritano serietà, umiltà e ascolto».
La chiusura è tutta sul rapporto con l’elettorato. «Ai miei elettori posso promettere una cosa: continuerò a rappresentarli con onestà, senza piegarmi e senza rinunciare alle mie idee. Anche quando è la strada più difficile». Nel pieno del braccio di ferro politico, la linea di Pro Soresina si chiarisce ulteriormente: non opposizione dichiarata, ma rottura con il metodo di governo. E lo scontro interno al centrodestra, più che sui numeri in aula, si sposta definitivamente sul terreno della leadership e della fedeltà al mandato uscito dalle urne.
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