L'ANALISI
22 Febbraio 2026 - 05:15
CREMONA - «Avevo sei anni quando la rivoluzione del 1978/79 cambiò per sempre la mia vita». Inizia così la testimonianza di una donna di 53 anni, fuggita dall'Iran e approdata in Italia nel 1978 e a Cremona dal 1988, che sarà letta in Consiglio comunale, forse già domani, da Maria Vittoria Ceraso (Oggi per Domani). Per timore di ritorsioni, la donna preferisce restare anonima.
«A quell'età — prosegue la testimonianza — non si comprendono i processi politici, le ideologie, le parole gridate nelle piazze. Ma si percepisce molto bene l'atmosfera. Ricordo un clima cupo, fatto di paura, di silenzi improvvisi, di sguardi abbassati. Ricordo mia madre che venne a prendermi a scuola per l'ultima volta, di corsa. La scuola non era più un posto sicuro. Potevamo solo stare chiusi in casa in attesa degli eventi».
La «rivoluzione bianca» dello scià Mohammad Reza Pahlavi si trasformò infatti in una vera rivoluzione che unì tutte le forze di opposizione, ma culminò con la nascita della Repubblica Islamica guidata dall'ayatollah Ruhollah Khomeyni, rientrato dall'esilio. Nel nuovo regime non c'era spazio né per gli ex «compagni» di rivoluzione, diventati avversari, né per comportamenti non conformi alla shari'a.
E il «crimine» della bambina e della sua famiglia era appunto di professare una religione diversa: «Noi siamo bahá'í». E questo è sempre bastato per essere discriminati, esclusi, sospettati. Ma con l'avvento del regime teocratico islamico, la discriminazione si trasformò in persecuzione sistematica fin dagli inizi.
Mio padre venne arrestato dai pasdaran. Il suo unico «crimine» era essere bahá'í. Le accuse erano quelle tipiche riservate a chi non aveva alcuna possibilità di difendersi: spionaggio, blasfemia, tradimento. Accuse vaghe, non dimostrabili, ma proprio per questo perfette in un sistema giudiziario che, nel caos della rivoluzione, di giudiziario non aveva più nulla. Fu deportato nella prigione di Evin, a Teheran. Un luogo che ancora oggi, a distanza di decenni, evoca tortura, sparizione, morte.
Per noi non esisteva alcun diritto: nessuna visita, nessuna informazione, nessuna notizia. Essere bahá'í significava non esistere nemmeno come familiari di un detenuto. La sua liberazione non avvenne grazie alla giustizia, ma grazie alla sua assenza. In un sistema fondato sulla corruzione e sull'arbitrio, riuscimmo a pagare chi doveva essere pagato. Così mio padre uscì di prigione. Non libero, ma vivo.
Nel frattempo io, mia madre e mio fratello minore eravamo riusciti a lasciare l'Iran e a raggiungere l'Italia. Eravamo salvi, preoccupati per mio padre ma salvi. Mio padre, invece, una volta fuori da Evin, non aveva più nulla: né casa, né lavoro, né protezione. Sopravvisse grazie a una rete silenziosa di amici e parenti che lo ospitavano un giorno alla volta. Non di più. Più a lungo sarebbe stato troppo pericoloso: i vicini musulmani più intransigenti denunciavano, segnalavano, avvertivano le autorità. La solidarietà doveva muoversi velocemente e in silenzio.
Così maturò l'unica possibilità rimasta: la fuga clandestina. Attraversare il confine con il Pakistan, di notte, sui muli, lungo mulattiere impervie, sotto la minaccia dei cecchini appostati. Mio padre ce la fece. Superò il confine. Fu accolto da organizzazioni umanitarie che, finalmente, gli permisero di espatriare e raggiungerci in Italia.
Questa è la mia storia. Non è un'eccezione. È una delle tante storie di famiglie distrutte, di infanzie spezzate, di esili forzati. Raccontarla oggi non è un esercizio di memoria personale, ma un atto di responsabilità: perché ciò che è accaduto allora in Iran non appartiene solo al passato. E perché il silenzio, ieri come oggi, è sempre stato il miglior alleato dei carnefici. Il silenzio rende complici. Io avevo sei anni. Oggi ho una voce. E ho il dovere di usarla».
E queste sono ore di tensione in cui la situazione potrebbe subire un'accelerazione verso l'intervento armato Usa. Trump ha più volte minacciato di intervenire e ha spostato navi e militari nell'area.
«Noi — spiega la donna — ce lo auguriamo. Vogliamo essere liberati. Sono 90 milioni gli abitanti dell'Iran, un esercito a disposizione di Trump. Quella in corso non è una guerra fra due fazioni armate, come in Ucraina. I nostri ragazzi sterminati nelle piazze sono disarmati. Abbiamo contato 36mila morti in due giorni, eppure non abbiamo visto manifestazioni di solidarietà».
E nasce proprio con l'intento di esprimere «sostegno ai manifestanti iraniani e alle aspirazioni democratiche del popolo iraniano e la condanna della repressione in corso messa in atto dal regime teocratico islamico» la mozione presentata dal Pd, con Marco Galli primo firmatario. Inserita fra quelle che verranno discusse domani, la mozione, fra le altre cose, impegna il Comune «a sostenere le iniziative simboliche e culturali sul territorio comunale promosse dalle associazioni per la difesa dei diritti umani per mantenere alta l'attenzione dell'opinione pubblica sulla lotta per la libertà del popolo iraniano, riaffermando che Cremona sarà sempre dalla parte della democrazia e contro ogni forma di dittatura».
La lettera sarà letta da Ceraso nel corso della discussione.
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