Cerca

Eventi

Tutti gli appuntamenti

Eventi

TESTIMONI DELLA RIVOLTA

«Il regime iraniano si macchia del sangue dei bahá’í»

Il racconto di un italo-persiano perseguitato per la fede. «Gli Ayatollah hanno avvelenato il nostro Paese»

Claudio Barcellari

Email:

cbarcellari@laprovinciacr.it

29 Gennaio 2026 - 05:15

«Il regime iraniano si macchia del sangue dei bahá’í»

CREMONA - «La carneficina continua anche ora, mentre parliamo. I giovani iraniani? Non hanno più nulla da perdere». Le cicatrici di un Paese a pezzi, dove si grida alla libertà e il sangue bagna le strade, si sentono tutte nella voce di Bahram (nome di fantasia): cittadino italiano di origine iraniana, si è trasferito nel nostro Paese nel 1961.

Ma il suo sguardo non si è mai allontanato dalla sua terra: «Ho vissuto, studiato e lavorato a Bologna — racconta —. Ora sono in pensione».

Col tempo, è nato il legame con Cremona. In città, infatti, Bahram viene spesso per incontrare gli amici del suo gruppo religioso, quello dei bahá’í: un culto monoteistico e internazionale, basato sui principi di unità tra uomini e culture. E a Cremona l’uomo è ben conosciuto nella sua comunità religiosa.

Contro i fedeli bahá’í l’Iran ha avviato una persecuzione che ha dato inizio alle vicissitudini di Bahram e della sua famiglia.

«Vivevo già in Italia quando, nel ‘79, è scoppiata la rivoluzione islamica — ripercorre Bahram —. Prima di questa data, io e mia moglie tornavamo in Iran una volta all’anno per incontrare i parenti. All’epoca non avevamo ancora acquisito la cittadinanza italiana, per cui dovevamo rinnovare il passaporto direttamente al Consolato, a Milano».

L’ascesa degli Ayatollah, però, ha cambiato tutto. «Per la prima volta in vita mia, per rinnovare il passaporto mi sono trovato davanti un modulo che chiedeva di precisare, oltre agli identificativi, anche la religione. Da quando ho scritto la parola ‘bahá’í’ nel modulo, il passaporto mi è stato negato».

Una guerra con la burocrazia che si è conclusa nel 1985, quando Bahram ha finalmente ottenuto la cittadinanza italiana. Solo allora è potuto rientrare in Iran. Che, nel frattempo, aveva cambiato volto: «Appena sceso dall’aereo, la polizia mi ha fermato dicendomi che sapeva tutto di me, e che il mio Paese d’origine aveva bisogno che io tornassi. All’epoca erano già nati i miei due figli, e ho spiegato agli agenti che per me sarebbe stato impensabile trasferire tutto in Iran. Ho risposto che saremmo rientrati quando sarebbe stata l’ora di farlo».

Da quel momento i viaggi si sono fatti sempre più sporadici: «L’ultima volta è stata 7 anni fa. Lì, i bahá’í subiscono una persecuzione costante, che è incominciata il giorno dopo la presa del potere dei leader islamici. In questi anni, centinaia di loro sono stati arrestati e uccisi con l’accusa di essere spie del sionismo israeliano e americano. Anche mio fratello è stato arrestato: è stato per due anni in carcere».

L’unica condizione per uscire: rifiutare la fede bahá’í e accogliere quella islamica. E ora che nelle strade iraniane brilla la rivoluzione, la persecuzione si allarga ulteriormente.

«La Repubblica islamica, nel febbraio del ‘79, aveva promesso la massima libertà alla popolazione. Prometteva acqua e luce gratuiti; dicevano che avrebbero elargito al popolo il ricavato delle vendite del petrolio una volta al mese. Tutte illusioni: un Paese che prima splendeva per cultura e ricchezza economica oggi ha raggiunto un inflazione del 48%. Le famiglie non riescono a comprare il cibo. Chi ha la fortuna di avere un’auto la usa per accompagnare i concittadini al lavoro. Le donne, che prima ricoprivano importanti incarichi di governo, ora sono completamente emarginate».

Per Bahram, le notizie che in questi giorni arrivano dalla stampa nazionale sono motivo di dolore. «La rivoluzione è ancora in corso in 400 città dell’Iran. La gente è pronta a lottare fino all’ultima goccia di sangue, perché non ha più nulla. Sono stati uccisi 35mila giovani tra i 15 e i 25 anni uccisi, senza contare il numero incalcolabile di arresti. Anche mio nipote è stato incarcerato, per due mesi. Per il primo mese nessuno sapeva dove fosse».

E nonostante il black out di internet, qualche briciola arriva: «A volte riesco a sentire mia sorella per quell’unica ora al giorno al massimo in cui, per qualche ragione, internet riprende a funzionare».

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su La Provincia

Caratteri rimanenti: 400