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BAMBINI OPERAI

Denunciata la sfruttatrice

Una 23enne di Crema dietro fabbrica clandestina con 8 minori

Riccardo Maruti

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rmaruti@laprovinciacr.it

19 Febbraio 2026 - 17:50

Denunciata la sfruttatrice

CREMA - Ha 23 anni e vive a Crema: secondo i carabinieri è la regista di uno sfruttamento che spingeva bambini e ragazzini tra gli 8 e i 16 anni a lavorare tra presse e materie plastiche senza protezioni, senza diritti e senza infanzia. È il profilo della giovane imprenditrice romena a cui era riconducibile il capannone di Palazzolo sull’Oglio, in via Malogno, finito sotto sequestro dopo il blitz congiunto dei militari della Compagnia di Chiari, del Nucleo ispettorato del lavoro e della polizia locale.

Sulla carta era un’attività di guarnizioni e lavorazioni plastiche. Nella realtà, un laboratorio clandestino alimentato da 23 cittadini moldavi senza documenti, reclutati e impiegati in condizioni degradanti. Tra loro otto minori: non apprendisti né aiutanti occasionali, ma manodopera vera, immersa in un ciclo produttivo che li esponeva a gravi rischi quotidiani. La presenza di bambini in un ambiente industriale privo delle minime tutele non è solo un illecito: è la fotografia brutale di un sistema che monetizza la vulnerabilità, piegando l’età più fragile alla logica del profitto.

Gli accertamenti hanno portato all’arresto di un 40enne moldavo, già espulso e rientrato illegalmente in Italia. Per la titolare, residente appunto a Crema, è scattata la denuncia per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, il reato cardine contro il caporalato. Nel capannone sono emerse violazioni diffuse su sicurezza e igiene: impianti inadeguati, assenza di dispositivi, organizzazione del lavoro pericolosa. Risultato: oltre 100mila euro di sanzioni e sospensione immediata dell’attività. Il fronte umano è stato affrontato nell’urgenza. I minori e i loro genitori sono stati affidati ai servizi sociali del Comune di Palazzolo sull’Oglio e inseriti in percorsi protetti; per gli altri lavoratori irregolari sono state avviate le procedure di regolarizzazione o allontanamento.

L’indagine, avviata da verifiche comunali sulla gestione dei rifiuti, ha scoperchiato un quadro ben più ampio: una filiera opaca che trasformava un capannone di provincia in un luogo di sfruttamento sistematico.

Qui il caporalato non è un concetto astratto ma un fatto: bambini al lavoro tra macchine e solventi, sottratti alla scuola e alla crescita, usati come ingranaggi silenziosi. E al vertice, una giovane residente nel Cremasco che aveva trasformato l’impresa in un dispositivo di sfruttamento. La rete dei controlli ha retto. Ma la ferita sociale resta.

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