L'ANALISI
12 Febbraio 2026 - 17:39
Il tribunale di Cremona
CREMONA - Domenica sarà a Firenze. Metterà giù la sua bancarella a un mercatino dell’antiquariato. Ci va spesso in Toscana, Matteo Morelli, 70 anni, ambulante di Castelleone. Oggi il giudice lo ha condannato a 1 anno e 3 mesi per contraffazione di opere d’arte (e per incauto acquisto di un dipinto). Morelli per l’accusa ha detenuto e messo in commercio copie di opere d’arte, spacciandole per autentiche.
Come un quadro di Giuseppe Capogrossi, un disegno a matita del maestro Silvestro Lega, un Riccardo Licata, quattro opere di Fattori. E un olio su tela di Mario Sironi, il dipinto che lo ha inguaiato. Falsi le opere d'arte, falsi gli expertise.
È stato invece assolto il mantovano Giovanni Ferrari, 77 anni, manager in pensione, difeso dall’avvocato Alberto Zucchetti. Farà appello l’avvocato di Morelli, Giovanni Pietro Passoni.
Storia di un’indagine nata nel 2022 da una casualità. Il 21 aprile Morelli è in Toscana, a Pisa. Mette giù la sua bancarella al mercatino dell’antiquariato sotto le Logge dei Banchi. Tra le opere che espone, c’è il Sironi. Sul dipinto butta un occhio un appassionato. Lo prende in mano. L’antiquario gli conferma che l’opera è originale e che se la vuole, gliela vende a 4mila euro. Un prezzaccio: un quadro autentico vale 40-50 mila euro. Sfortunato, Morelli. Chi ha difronte è amico di Andrea Sironi, professore. L’artista è suo nonno. Suo erede diretto, Andrea è presidente dell’associazione Mario Sironi. L’ha fondata con Claudia Gian Ferrari, una delle protagoniste del mondo artistico italiano, scomparsa nel 2010.
Chi è davanti a Morelli, si insospettisce, fotografa il dipinto e invia la foto a Sironi. Il professore riconosce il falso a occhio nudo. E allerta i carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale di Monza. «Il dipinto è un falso talmente evidente da risultare palese anche solo dalla fotografia, così come smaccatamente contraffatti sono il timbro e la firma della gallerista Claudia Gian Ferrari. È sbagliata anche la firma: ‘Gianferrari’ anziché ‘Gian Ferrari’.
Nasce così l’indagine che porta i carabinieri a Castelleone, nel magazzino di Morelli: sequestrano le opere d’arte, undici documenti col timbro dell’Ufficio donazioni del Vaticano, qualcuno già compilato e altri ancora in bianco. Si tratta di documenti che avrebbero attestato l’autenticità delle opere. E una macchina da scrivere: la Olivetti 88.
Morelli dice che quattro opere gliele ha date Ferrari. I carabinieri bussano a casa di Ferrari. Perquisizione negativa. Dietro le opere c’era un cartellino ‘copia d’autore’. Ferrari le aveva ereditate dallo zio di sua moglie, antiquario a Firenze. Le ha date a Morelli in conto vendita. Non le ha mai spacciate per originali. «Non ho visto 1 euro». È finito a processo. Con i quadri ha chiuso. «Dopo questa storia non ne voglio più vedere neanche uno».
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