L'ANALISI
02 Febbraio 2026 - 21:20
CREMONA - Avanti nel servizio alla Chiesa cremonese «con un po’ di Magnificat e un po’ di Miserere», come a dire gioia e richiesta di perdono.
È la battuta con la quale il vescovo Antonio Napolioni ha concluso questa sera, 2 febbraio 2026, in duomo la celebrazione della festa della vita consacrata e, in essa, dei dieci anni della sua ordinazione episcopale — indossava gli stessi paramenti di allora — e dell’inizio del suo ministero in diocesi (30 gennaio 2016).
Presenti in cattedrale molti fedeli, l’assessore Luca Burgazzi in rappresentanza della civica amministrazione, sacerdoti concelebranti, religiosi e diaconi da tutto il territorio e, all’altare, accanto a monsignor Napolioni, i vescovi emeriti Dante Lafranconi e Carmelo Scampa.
Oggi la liturgia celebrava la Presentazione di Gesù bambino al tempio (festa popolarmente detta della ‘Madonna candelora’) e il rito è infatti iniziato con la benedizione dei ceri e la processione nella navata centrale.
In un’omelia dedicata soprattutto ai religiosi, alle religiose e al valore dei loro voti (castità, obbedienza e povertà), nella quale ha attinto anche all’esortazione di San Giovanni Paolo II sulla ‘Vita consacrata’ (1996), non sono mancati accenni personali del vescovo.

Nel corso della visita pastorale — ha esordito — un ragazzo gli ha chiesto quale fosse il luogo nel quale, come vescovo, si sentisse più felice. «Questa cattedrale — ha risposto — per la sua bellezza, perché qui sono stato ordinato, perché qui ci si incontra» sapendo «di essere attesi dal Signore».
Dunque quella di oggi è stata anche «una festa dell’incontro», dello stare insieme, ancora «nella luce del Natale per riempirne quel tempio vivente che è la vita di ogni uomo e di ogni donna». Lo stesso verbo «consacrare» ne dà il senso. Non esiste infatti la parola «sacrare», il «con» è necessario, cioè l’unione con il Signore e con i fratelli: «Io non potevo farmi vescovo da solo, e non poteva farlo da solo neppure il vescovo Dante (che presiedette il rito di dieci anni fa, ndr), c’è voluta una concatenazione di mani», ha detto riferendosi alla trasmissione della successione apostolica.
«Consacrazione», ha aggiunto, è anche una «conformazione» che continua. E se il vescovo ritiene di dover chiedere perdono per le proprie insufficienze, «è merito vostro se ancora lo sopportate, continuando così a formarlo.» È Cristo che si serve degli uni e degli altri».
Al termine della messa, le suore e i religiosi hanno rinnovato la loro promessa di fedeltà ai consigli evangelici, ricordato le consorelle che festeggiavano particolari anniversari di consacrazione ed omaggiato queste, e il vescovo, di un oggetto segnalibro realizzato dalle monache agostiniane.
Poi, a nome di tutta la Chiesa locale, «profonda gratitudine» e augurio di salute, pazienza e gioia evangelica, sono stati rinnovati a monsignor Napolioni «padre pastore», come già prima nella preghiera dei fedeli, dal vicario generale Antonio Mascaretti.
Questi dieci anni — ha detto fra l’altro — anche attraverso la visita pastorale, rappresentano «un lungo pellegrinaggio nel quale il vescovo non solo ha visitato i luoghi ma incontrato i volti e le storie della nostra Chiesa». Del pastore ha evidenziato l’impegno e la progettualità, la «guida sapiente e coraggiosa» e soprattutto la compartecipazione al «momento della prova, la pandemia condivisa nella sofferenza del corpo, ma radicati nella speranza».
Il vescovo — ha aggiunto don Mascaretti — ha saputo in questi anni trasformare la sua «vita in offerta» e la «distanza in vicinanza». Un riconoscimento che è stato sottolineato dagli applausi dell’assemblea dei fedeli e del clero che hanno accompagnato Napolioni al termine della celebrazione.
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