L'ANALISI
30 Gennaio 2026 - 05:10
Cesare Papetti con la moglie Rita
CINGIA DE' BOTTI - «Ricordo poco, perché ho 99 anni. Ma certe cose restano per sempre, non ti abbandonano mai, per tutto il resto della tua vita».
Le cose di cui parla Cesare Papetti, oggi residente assieme alla moglie Rita presso la Fondazione Germani, è quanto ha vissuto nel campo di lavoro in Germania nel quale è stato deportato durante la seconda guerra mondiale.
Parole semplici ed essenziali che raccontano giornate di lavoro duro, senza riposo. Poi la fame e la paura, amici persi lungo il cammino, ma mai dimenticati. È un’esperienza che lo ha segnato per sempre.
Nato nel 1926 a Persico Dosimo, Cesare Papetti è cresciuto in una famiglia semplice e laboriosa. I suoi genitori erano proprietari e gestori di un negozio di alimentari, punto di riferimento per il paese, nel quale fin da giovane ha imparato il valore del lavoro, della responsabilità e dell’aiuto verso il prossimo.
La sua giovinezza è stata però bruscamente interrotta dagli eventi della seconda guerra mondiale. A soli 17 anni, venne deportato a Berlino e internato in un campo di lavoro. L’esperienza della deportazione rappresenta il momento più duro e traumatico della sua vita.
«Durante la detenzione sono stato costretto a lavori pesanti e disumani – racconta Cesare – in condizioni di estrema privazione. La fame era una sofferenza costante: il cibo era scarso, insufficiente, e spesso diventava l’unico pensiero quotidiano. Sentivo la fame, la fatica fisica e la mancanza della famiglia, davvero terribile. Nonostante tutto, sono riuscito a resistere grazie ad una forza interiore che non pensavo nemmeno di avere; la speranza e la fede hanno fatto il resto e mi hanno sempre accompagnato soprattutto nei momenti più difficili».
Con la liberazione del campo da parte dell’esercito russo, terminò finalmente l’incubo della prigionia. Dopo un lungo e faticoso rientro, tornò in Italia, portando con sé il peso dei ricordi, ma anche una grande voglia di ricostruire la propria vita.
Una volta tornato al paese, incontrò Rita, che diventerà la sua compagna di vita. Il loro matrimonio dura da 61 anni: un’unione solida, forte e profonda, basata su rispetto, affetto e condivisione. Insieme hanno avuto un figlio, Alceste, e hanno continuato a portare avanti con impegno e dedizione l’attività di famiglia, gestendo il negozio di alimentari a Persico Dosimo.
Uomo dal carattere bonario, gentile e solare, ha sempre avuto una fede profonda, che ha rappresentato un importante sostegno, soprattutto nei momenti di maggiore sofferenza e che tuttora persiste e lo accompagna nelle sue giornate.
«Ancora oggi tiene molto alla cura della propria persona – raccontano le educatrici della Fondazione Germani – svolge in autonomia le attività di igiene e gestione di sé, mantenendo un buon livello di indipendenza. Nonostante l’età, è una persona attiva, amante del cibo e segue una dieta libera, vivendo il pasto anche come momento di piacere e convivialità».
Nel 2025, insieme alla sua amata moglie Rita, ha scelto di entrare in Rsa presso la Fondazione Germani di Cingia de’ Botti. Un passaggio che per entrambi ha segnato l’inizio di una nuova esperienza di vita, vissuta con consapevolezza e serenità. «Mi trovo bene – continua Cesare – mi sento accolto e sostenuto, con dignità e in una tranquilla quotidianità. Sono sereno e soprattutto sono me stesso».
Di quell’esperienza in Germania restano i ricordi, ne porta il peso, ma soprattutto rimane un insegnamento. «La vita è sempre bella se ci si vuole bene e soprattutto se si impara a rispettare sé stessi e gli altri».
E la sua testimonianza, raccontata con gentilezza e lucidità, custodisce la bellezza di una storia fatta di valori e grande umanità e racchiude il senso della sua esistenza.
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