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NELLE AULE DI GIUSTIZIA

«Non ho diffamato io il senatore Borghi»

Tweet velenoso. Ingegnere informatico cremonese si difende: «Ero all’estero»

Francesca Morandi

Email:

fmorandi@laprovinciacr.it

23 Gennaio 2026 - 18:56

Secco 'no' all'accorpamento del tribunale di Cremona a quello di Mantova

Il tribunale di Cremona e il senatore Claudio Borghi

CREMONA - Una settimana fa ha disertato l’aula di Palazzo Madama, non votando alla risoluzione di maggioranza sulla proroga dell’okay di materiali ed equipaggiamenti militari all’Ucraina. Il senatore leghista Claudio Borghi, «mister no», non ha invece disertato l’aula del palazzo di giustizia di Cremona. Oggi vi è tornato per la seconda volta, parte civile con l’avvocato Mattia Celva del Foro di Trento, nel processo a carico di Alessandro, ingegnere informatico cremonese, accusato di averlo diffamato su Twitter (ora X), all’interno di una discussione pubblica.

Il tweet: «Claudio faceva reddito impolpettando derivati con titoli tossici in Deutsche Bank, fu accompagnato alla porta per questo, invitandolo alle dimissioni». Il tweet è del 5 gennaio 2020, ore 20.29. Borghi era deputato, presidente della V Commissione (Bilancio, Tesoro e Programmazione): lo è stato dal 21 giugno 2018 al 28 luglio 2020 della Camera dei deputati.

«Il 5 gennaio del 2020 ero in vacanza in Danimarca e a quell’ora sicuramente stavo cenando - si è difeso l’imputato assistito dall’avvocato Antonio La Rosa di Verbania - . Confermo il mio account sul quale è stato pubblicato il tweet, ma non riconosco di essere l’autore». Secondo l’ingegnere informatico che ha abbandonato il social — «Da circa due anni non lo frequento» — chi sul suo account avrebbe pubblicato il tweet contro Borghi, sarebbe stato un tale Mario Rossi. Lo stesso che nella discussione social sei anni fa avvisò il senatore leghista. Ora, chi sia questo Mario Rossi, l’imputato non ne ha la più pallida idea, perché «su Twitter di Mario Rossi ce ne sono tantissimi».

Ha precisato di non conoscere personalmente il senatore Borghi. «In passato rispondevo ai suoi post e partecipavo ai convegni sul social. Sapevo che Borghi era della Lega, ma non conoscevo il suo passato lavorativo». Ignorava che il senatore avesse lavorato alla Deutsche Bank: Rivendicando «una vita professionale immacolata nel mio rapporto con Deutsche Bank — aveva spiegato al giudice il 24 ottobre scorso —. Vi sono stato dal 2001 al 2008 e in quel momento ero dirigente apicale. Nel 2006 sono stato promosso responsabile azionario e non avevo niente a che fare con i titoli azionari: facevo solo intermediazione».

Appassionato di Borsa, una carriera iniziata a 19 anni come fattorino per un agente di cambio, «quando sono stato promosso, è stato per me un momento molto importante. Ed è stato anche il motivo per cui ho chiuso il mio rapporto: avevo raggiunto il ruolo apicale all’interno di Deutsche Bank. Non ho mai avuto alcun tipo di contestazione dalla banca sul mio operato. Ho detto in anticipo che mi sarei ritirato, non mi hanno licenziato, sono andato via volontariamente. All’epoca c’era la crisi dei subprime, nella banca altri hanno avuto problemi sui derivati, ma non era la mia sezione. Non vi è mai stata un’indagine interna su di me».

Che Borghi non avesse mai trattato «i derivati», oggi lo hanno confermato due suoi testimoni. Uno è Paolo Dameno Rota, nipote di Mauro Rota, fondatore del Teatro nazionale di Milano inaugurato il 20 dicembre 1924 con La cena delle beffe di Sem Benelli. Professionista nel settore finanziario, il teste in Deutsche Bank è stato collega di Borghi.

Vi ha lavorato dal 2002/2003 al 2010: «Noi ci siamo occupati solo di intermediazioni, nulla a che fare con i derivati tossici. Borghi non ha avuto mai rimostranze né azioni disciplinari, se ne è andato per sua scelta precisa di vita». La sentenza sarà emessa il 27 marzo. A Cremona Borghi oggi ha fatto tardi. Dal Tribunale è uscito intorno alle 5 del pomeriggio. Intanto, su X ha postato: «Avrei potuto essere a Roccaraso a sentire Alberto Bagnai e Rinaldi e invece mi tocca il consueto pomeriggio in tribunale per le solite querele».

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