L'ANALISI
19 Gennaio 2026 - 18:18
CREMONA - «Il Governo moltiplica annunci e propaganda, ma evita il nodo vero: organici, stabilità e strumenti. Per questo c’è bisogno di criteri di assegnazione (del personale, ndr) legati ai bisogni reali dei territori e di misure che rendano sostenibile lavorare nelle aree ad alto costo della vita, per garantire presenza stabile, prevenzione e presidio quotidiano. La sicurezza si costruisce così. Il resto sono chiacchiere». Il sindaco Andrea Virgilio entra deciso nel dibattito in corso sulla sicurezza urbana dopo gli ultimi episodi di cronaca. E lo fa citando uno studio dell’Osservatorio sui Conti pubblici italiani dell’Università Cattolica, diretto dal cremonese Carlo Cottarelli.
«In questi mesi — attacca Virgilio in un post sui suoi canali social — sentiamo ripetere la parola sicurezza in ogni conferenza stampa. Poi però guardi i numeri e capisci che tra slogan e realtà c’è un buco enorme. Secondo una nota dell’Osservatorio Cpi, la distribuzione delle forze dell’ordine non segue davvero i bisogni di sicurezza: in Lombardia ci sono poco più di 200 tra uomini e donne di polizia e carabinieri ogni 100mila abitanti, mentre nel Lazio si va oltre 660. E quando si mette a confronto presenza delle forze dell’ordine e un indice di criminalità ‘corretto’, le regioni del Nord — Lombardia compresa — risultano tra le più sotto-dotate. Il punto è politico, non tecnico: stipendi uguali ovunque ma costo della vita diversissimo. Così le sedi più care (città e capoluoghi del Nord) diventano le meno ‘sostenibili’, con più turnover e meno continuità sul territorio».
E anche a Cremona gli organici delle forze dell’ordine «sono insufficienti», sottolinea il sindaco. Che spiega: «Si tratta di un tema comune a molti capoluoghi che tramite l’Anci hanno firmato un ‘Nuovo patto nazionale per il diritto alla sicurezza dei cittadini e la vivibilità delle città italiane’». E che sulla base di questo documento stanno dialogando con il ministro Matteo Piantedosi. «Noi sindaci — si legge nel Patto — vogliamo promuovere politiche di sicurezza urbana integrata e chiediamo un rafforzamento dei presidi statali delle forze dell’ordine». Presidi che spesso hanno dei costi anche per i Comuni: «Le amministrazioni locali spesso si fanno carico anche di investimenti e spese a supporto dell’azione statale».
Ma la sicurezza si declina anche attraverso la promozione di politiche sociali e di prevenzione. E anche qui occorrono risorse: «L’istituzione di un Fondo nazionale per la sicurezza delle città — si legge nel Patto —, in raccordo con tutte le istituzioni, rappresenterebbe un passo strategico per rafforzare la collaborazione istituzionale. Tale possibilità permetterebbe, ad esempio, di promuovere progetti efficaci su disagio e violenza giovanile, prevenzione delle tossicodipendenze, del disordine urbano diffuso, della devianza; permetterebbe di rafforzare videosorveglianza, presidio del territorio, illuminazione pubblica, la formazione congiunta tra polizie locali e statali e operatori sociali; di affrontare in modo strutturale i fenomeni di malamovida».
Lo studio dell’Osservatorio citato da Virgilio parte da un dato che sembrerebbe incoraggiante: «A fine 2023 l’Italia aveva circa 234.300 agenti (Gdf, polizia e carabinieri), pari a 397 unità per 100mila abitanti, collocandosi al settimo posto fra i 27 Paesi Ue e sopra la media europea». Ma — è la conclusione dello studio — la distribuzione degli agenti sul territorio nazionale non è fatta in base ai diversi bisogni di sicurezza. Le regioni tradizionalmente associate alla criminalità organizzata, come la Campania e la Sicilia, presentano densità di agenti, in proporzione al crimine riscontrato, vicine alla media nazionale. Al contrario, le regioni del Nord (Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Toscana) presentano poche forze dell’ordine rispetto al crimine. Questo perché i contratti nazionali «non prevedono adeguamenti territoriali al costo della vita». Questo crea una preferenza per prestare servizio nelle regioni del Sud, talvolta in piccole città.
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