L'ANALISI
17 Dicembre 2025 - 12:16
CREMONA - Capire il presente per non subire il futuro. È una frase che suona come un avvertimento, ma anche come una responsabilità collettiva. Perché i diritti umani non sono un capitolo astratto dei manuali di diritto internazionale, né un patrimonio acquisito una volta per tutte: sono una conquista fragile, nata dalle macerie della storia e costantemente esposta al rischio di arretramenti. È da questa urgenza che è partito l’incontro di lunedì mattina dedicato al rispetto dei diritti umani e alla costruzione della pace, inserito nell’ambito del percorso di preparazione al Viaggio della memoria.

Nell’aula magna dell’IIS Janello Torriani, Marco Pertile, ordinario di Diritto internazionale e Diritti umani all’Università di Trento, ha incontrato studenti e docenti delle scuole superiori cremonesi, invitandoli a guardare l’attualità con strumenti critici e consapevoli. L’intervento è stato introdotto dalla dirigente del Torriani, scuola capofila dei percorsi di memoria, Simona Piperno, dal presidente della Provincia Roberto Mariani e dalla direttrice scientifica del progetto ‘Essere cittadini europei, percorsi per una cittadinanza attiva’, Ilde Bottoli.
Pertile non si è messo in cattedra, è entrato in platea e ha dialogato con gli studenti in modo franco esprimendo anche la sua autentica preoccupazione per le violazioni dei diritti umani nel mondo di oggi. «L’idea stessa di diritti umani — ha spiegato Pertile — nasce quando il potere smette di essere incontrollato. Non è un dato naturale, ma il risultato di un lungo percorso storico, spesso segnato da guerre, rivoluzioni e fratture dolorose, che porta gli Stati ad ammettere l’esistenza di limiti invalicabili all’azione di chi governa. Per molto tempo questi argini sono rimasti confinati agli ordinamenti nazionali; ma nel Novecento la tutela dei diritti umani ha compiuto un salto decisivo, diventando una questione internazionale e un linguaggio condiviso che pretende di valere oltre i confini».

Il vero spartiacque è stata la Seconda guerra mondiale. «Il genocidio compiuto in Europa, i campi di sterminio, le città rase al suolo e l’uso della bomba atomica — ha incalzato Perile — hanno segnato una presa di coscienza brutale: l’umanità ha acquisito la capacità di autodistruggersi». Da quel trauma è nato un nuovo ordine giuridico internazionale, costruito nel tentativo di impedire il ripetersi di simili atrocità. Dopo il 1945 si è affermato il divieto dell’uso della forza come strumento ordinario della politica, sono state definite regole minime da rispettare persino in guerra, sono stati riconosciuti dei diritti fondamentali che gli Stati non possono violare impunemente ed ha preso forma l’idea di una responsabilità penale individuale per i crimini più gravi.
Un cambiamento epocale, certo, ma non definitivo. «Quelle regole — ha sottolineato Pertile — vivono solo se gli Stati le rispettano e se le società continuano a pretenderne l’applicazione, ma la storia recente dimostra quanto siano fragili». Dalla Bosnia al Rwanda, fino ai conflitti più recenti in Ucraina e a Gaza, il diritto internazionale è arrivato spesso tardi, o non è arrivato affatto.

Oggi, ha avvertito Pertile, sta riaffiorando l’idea che la guerra possa tornare a essere uno strumento normale delle relazioni internazionali e che alcune regole valgano solo ‘finché conviene’. Trattati considerati per anni conquiste irreversibili, come quelli contro le mine antiuomo o le bombe a grappolo, vengono rimessi in discussione e persino la Corte penale internazionale, nata per giudicare i crimini più gravi, è sempre più sotto pressione e oggetto di tentativi di delegittimazione.
«È una dinamica pericolosa — ha concluso — perché se cade l’idea che esistano regole e tribunali capaci di valere per tutti, allora a vincere torna la legge del più forte». Ma la difesa dei diritti umani riguarda ciascuno di noi: passa dalla conoscenza, dallo studio e dalla capacità di non voltarsi dall’altra parte. Perché ogni diritto negato, in qualsiasi parte del mondo, indebolisce anche quelli che crediamo garantiti sotto casa. Capire il presente, quindi, significa non doversi chiedere domani, troppo tardi, che mondo stiamo lasciando a chi verrà dopo.
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