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L'INCHIESTA

Caso Mosca, la difesa dell'ex primario: «Quei pazienti erano già spacciati»

Le conclusioni del pool di luminari: «Tutti molto gravi, la loro sopravvivenza sarebbe stata di nemmeno due settimane. Non è dimostrato il legame tra farmaci e decessi». L'1 luglio la sentenza

Francesca Morandi

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fmorandi@laprovinciacr.it

23 Maggio 2022 - 20:19

Caso Mosca, la difesa dell'ex primario: «Quei pazienti erano già spacciati»

L'avvocato Michele Bontempi e il medico Carlo Mosca

BRESCIA - Di Nicola Bassi, Angelo Paletti ed Ernesto Nicolosi, 60, 79 e 87 anni, pazienti Covid morti al Pronto Soccorso dell’ospedale di Montichiari a marzo del 2020, prima ondata della pandemia con i reparti sotto stress, dicono: «Purtroppo erano tutti molti gravi, con altre patologie e spacciati, destinati a morire. Un’ora, due ore, 24 ore dopo? La loro sopravvivenza non sarebbe stata neanche di due settimane».

Poi l’affondo ai consulenti tecnici del pm: «Non è stato dimostrato che il dottor Mosca abbia somministrato il Propofol e la Succinilcolina né che i due farmaci siano stati la causa della morte». La causa è «un arresto cardiaco non dato dai farmaci». Nel caso di Bassi, «un edema polmonare acuto».

E nel caso di Paletti, spiegano che la quantità infinitesimale (0,0005 mcg/grammi) di Propofol trovato nel suo cervello (in sede di esame autoptico del cadavere riesumato dopo 4 mesi come gli altri due corpi) «indica verosimilmente che il farmaco sia stato somministrato post mortem». Da chi, non si sa.

LE CONCLUSIONI DEL POOL DEI LUMINARI


Sono le conclusioni a cui è arrivato il pool di luminari messo in campo dalla difesa di Carlo Mosca, 49 anni, nato e cresciuto a Persico Dosimo, ex primario del Pronto Soccorso, dal 25 gennaio del 2021 agli arresti domiciliari con l’accusa shock di omicidio volontario: di aver intenzionalmente ucciso i tre pazienti, somministrando loro i farmaci letali se non associati all’intubazione. Perché? Due anni fa Mosca impazzì? Voleva liberare posti letto? Nella sua difesa, Mosca ha elencato tutti i posti letto ricavati in ospedale: convertì anche la sala mensa. «Non ho mai usato i farmaci», si è difeso. Un’idea lui se l’è fatta: «Un complotto» ordito da chi poi avrebbe infilato e fotografato due fialette di Succinilcolina e una di Propofol in un cestino in bella vista per incastrarlo. «Forse per invidia, forse perché gli infermieri si lamentavano dei turni».

I CONSULENTI TECNICI DI MOSCA

Palagiustizia Zanardelli, oggi, Davanti alla Corte d’Assise (presidente Roberto Spanò) l’udienza numero 7 è dedicata ai consulenti tecnici di Mosca: Nicola Cucurati, medico legale di Parma, Maurizio Leccabue, anestesista rianimatore di Parma, Antonio Curnis, cardiologo, professore associato all’università di Brescia, Claudio Muneretto, direttore della cattedra di Cardiochirurgia agli Spedali Civili di Brescia, e Luigi Alberto Pini, specialista in Farmacologia clinica.

Cinque specialisti che smontano, dal loro punto di vista, la perizia dei tre consulenti del pm: Antonello Cirvelli, il medico legale che ha effettuato le autopsie, Donata Favretto, responsabile del laboratorio di Tossicologia Forense dell’Azienda ospedaliera di Padova, e l’anestesista Stefania Barbieri. Il contraddittorio tra i luminari sarà vivace. Scintille in aula.

Comincia Cucurati. «Il nostro programma di lavoro è stato basato sugli aspetti scientifici. Noi oggi non parleremo di intubazione oro-tracheale: nessuno dei pazienti fu intubato, perché nessuno dei tre pazienti era eleggibile a intubazione o a trattamento intensivo». E «non parleremo di Succinilcolina, perché mai rinvenuta: non c’è la prova della sua somministrazione».

Primo stop del presidente Spanò: «Invece dovremo parlarne, perché ci è stato detto dai consulenti del pm che il Propofol si trova anche a distanza di tempo, la Succinilcolina no».

Cucurati spiega che «nel processo non c’è la prova che la Succinilcolina sia stata somministrata. La Succinilcolina non si trova nel cadavere. È frutto di voci, di illazioni».

‘Voci e illazioni’ che, secondo Mosca, seduto accanto agli avvocati Elena Frigo e Michele Bontempi, due anni fa circolarono sottotraccia nel reparto, messe in giro da due infermieri che cercavano «prove», ma che al processo si sono contraddetti e sono stati smentiti da colleghi e medici tirati in mezzo.

Pini spiega che «la caratteristica del Propofol è di agire subito: ha un’azione anestetica immediata. Lo metto in vena, ‘conti fino a 10’. Si arriva a 3-4. Il cervello è uno degli organi più grassi ed è chiuso in un sacchetto». Nel caso di Paletti, «se il Propofol fosse stato somministrato in un soggetto in vita, lo avremmo trovato nel cervello. Con i dati che abbiamo, se non lo abbiamo trovato è perché il soggetto non era vivo. Il Propofol non può aver determinato la causa della morte, perché la concentrazione encefalica è al limite del livello di rilevabilità: 0,0005. La somministrazione del farmaco non può essere avvenuta mentre il soggetto era in vita, aveva un valido circolo ematico. In tal caso, avremmo dovuto trovare molta più sostanza nel cervello. Verosimilmente è stato somministrato dopo il decesso». «Ma che senso ha somministrarlo ad un cadavere?», rilancia il presidente Spanò.

«Da un punto di vista medico, non ha senso». Non ci sta la Favretto. «Come arriva, altrettanto velocemente il Protofol si allontana dal cervello», replica. «Il Propofol non determina alcuna ostruzione delle vie respiratorie. Se a un paziente si inietta il Propofol e il paziente muore, dal Propofol il cervello non se ne va», contro ribatte Muneretto.

Per il pool di specialisti della difesa Mosca, i tre pazienti morirono per tutt’altro. Erano «purtroppo spacciati». L’anziano Nicolosi, 87 anni, lo era — spacciato — anche per Cirvelli. Per i consulenti della difesa, spacciato lo era anche Bassi, «diabetico, iperteso, un infarto pregresso cardiomiopatia dilatativa, coronaropatia trivasale, sovrappeso, portatore di pacemaker-defibrillatore», arrivato al Pronto Soccorso «con iperpiressia e tosse da 10 giorni».

«In termini probabilistici, quando Bassi è arrivato la sera, era molto più spacciato rispetto la mattina», ribatte Cervelli. La sera, Bassi ha fame d’aria. Gli si mette la maschera, la saturazione passa da 74 % a 93% la mattina. «All’improvviso ha un arresto cardiaco. Qualcuno l’ha visto questo arresto cardiaco? Non risulta dal verbale ed è un dato importantissimo. L’uomo non muore perché il cuore si ferma, ma perché si ferma per molto tempo e non è stato rianimato. Non ci si doveva arrendere. La Succinilcolina non l’abbiamo trovata, ma non è detto che si trovi. Né sì né no, è una risposta neutra. Io non riesco a stabilire se sia stata somministrata la Succinilcolina».

Curnis si inalbera: «Bassi la mattina era migliorato? Gli infermieri e le oss vicini al paziente hanno riferito che era in ipossia, che stava seduto, si strappava la maschera, tipico di chi ha un edema polmonare acuto. Stava annegando nell’acqua dei suoi polmoni. È morto di edema polmonare acuto. Questo non sempre determina fibrillazione, ma un’incapacità del cuore a pompare. Non aveva assolutamente senso fare un massaggio cardiaco. Non posso accettare che si parli di una ‘scala dello spacciato’. Bassi un gradino sotto la scala, ma di cosa? Non posso accettarlo in un’aula di questo tipo».

E Paletti, arrivato in pessime condizioni, anche «con una piaga da decubito» non vista, però, da Cirvelli? «Con i dati che abbiamo, poteva vivere ancora uno o due giorni, ma anche dieci minuti».

Leccabue si è messo nei panni «di chi volesse fare un’eutanasia di nascosto: dovrebbe prima aprire il Propofol, aspirarlo ed iniettarlo: l’iniezione è dolorosa, il paziente si lamenta. La Succinilcolina provoca una prima fase di scarica con fascicolazioni, come se il paziente avesse un attacco epilettico e dunque, va legato. Chiunque pensi di fare queste manovre, dovrebbe essere certo che nessuno entri in quella stanza per 2-3 minuti. E, poi, butti nel cestino delle fiale in bella vista? È molto strano».

L’1 luglio la sentenza.

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