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L'INCUBO DI CREMA

Assalto armato alla villa, imputati assolti

Famiglia il balia di una banda di incappucciati. L’imprenditore sequestrato in lacrime: «Giudizio sconcertante»

Francesca Morandi

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fmorandi@laprovinciacr.it

17 Maggio 2022 - 20:48

Assalto armato alla villa, imputati assolti

CREMA - Notte tra il 23 e il 24 giugno 2018: quattro ore di terrore nel loro villone a Crema, sequestrati da banditi incappucciati, uno armato di pistola. Hanno fatto manbassa di borse griffate, pc, iPad, gioielli, con un flessibile hanno sventrato e svuotato la cassaforte nascosta in un armadio. Sequestratori con accento dell’Est, fuggiti con 100 mila euro di bottino, la stretta di mano e tante scuse.


LA SENTENZA


Resta senza colpevoli la rapina andata in scena nella villa di una facoltosa famiglia di imprenditori. Ieri, i cinque imputati — tre uomini e due donne — romeni e una serba che abitano in zona, sono stati assolti «per non aver commesso il fatto». In aula non si sono mai visti Daniel Chiratac, Denisa Cristina Ciungan, Mihai Irinel Bazavan, Bilkan Cristian Stefan e Andrijana Andelkovic. In fotografia sì. Quelle sul tabellone in Questura a Cremona, nove mesi dopo per spiegare l’esito dell’operazione «Bad Boys»: all’alba del 15 marzo 2019, i cattivi ragazzi finirono in gabbia dopo una indagine faticosa, negarono. Nel giro di una decina di giorni il Tribunale del Riesame di Brescia li rimise fuori per mancanza di indizi «precisi, gravi, univoci, concordanti», quelli che, messi insieme, fanno la prova oltre ogni ragionevole dubbio.

Corbellini, Lanci e Magnante

PROCESSO INDIZIARIO


Che fosse un procedimento indiziario lo sapeva anche il pm Chiara Treballi (ha ereditato il fascicolo dalla collega Lisa Saccaro). Lo ha detto in esordio di requisitoria: «Non vi è una prova certa, è un processo indiziario, che, però, richiede uno sforzo maggiore nel comprendere i plurimi indizi emersi che, a giudizio dell’accusa, convergono verso la perpetrazione dei fatti». Nella conclusione, aveva chiesto pene dai 10 anni e 1 mese a 8 anni e 4 mesi di carcere, l’assoluzione per Adrijana. Gli indizi per «inchiodare» i quattro, il pm li ha trovati «nel grandissimo studio» fatto da chi ha indagato «dei tabulati telefonici; uno studio dirimente, perché consente di ricavare gli elementi e di arrivare agli imputati». È lo studio sui telefonini agganciati alle celle della zona e sui movimenti delle auto. Un processo «difficile, perché i gravi fatti sono stati connotati da una certa programmazione e intensificazione dell’azione, la cui ricostruzione è stata comunque difficoltosa anche per la strategia messa in atto», ha detto il pm.


LA DIFESA


«Era un processo che neanche doveva essere iniziato. Rispettiamo l’impegno degli inquirenti e speriamo che dedichino lo stesso impegno per scoprire i veri colpevoli», hanno commentato gli avvocati Massimiliano Lanci, Mario Corbellini, Federico Magnante ed Enrico Belloli. Per i legali, «qui non c’è nulla, non esistono elementi indiziari in questo processo. Gli elementi offerti sono privi di requisiti. Sono evanescenti. L’ordinanza di custodia cautelare è stata smontata pezzo per pezzo dal Tribunale del Riesame, perché non c’erano indizi».


COLPO DI SCENA


Uno degli indizi? I soldi trovati a Chiratac. E in aula è arrivato il colpo di scena. Chiratac è in carcere. Con la compagna Ciungan, ha patteggiato per aver estorto denaro all’ex sindaco di un paese del Cremasco, tenuto sotto ricatto sessuale. «I denari che aveva Chiratac erano provento dell’estorsione all’ex sindaco che è avvenuta il 25 giugno, due giorni dopo la rapina in villa». L’avvocato ha letto una intercettazione tra i due. Ciungan: «Vuoi lo scandalo? Va bene». La frase si riferiva «alla diffusione di foto compromettenti per l’ex sindaco».


«SENTENZA SCONCERTANTE»


Soddisfatti i difensori, «sconcertato» Claudio, l’imprenditore in balìa dei banditi con la moglie Silvia e con il figlio Emanuele. «Sono senza parole, è una sentenza sconcertante: quattro ore di terrore, io ho preso anche due pugni. Ci tengo a ringraziare la Polizia per il lavoro svolto». Un anno fa, in aula moglie, marito e figlio raccontarono lo shock.

Una stanza della villa messa a soqquadro dopo l'assalto


LA MOGLIE


«Sono ancora terrorizzata. Non dormo sola. Sono rimasta in balìa di quattro banditi incappucciati per più di un’ora e mezza sino all’arrivo di mio marito. Ho addirittura pensato: ‘Questi mi violentano’». Quella sera, Silvia cenò fuori con il marito Claudio. «Mia moglie voleva tornare a casa prima. L’ho riaccompagnata verso le 22,30. Io sono rientrato un’ora dopo». Nel villone con ampio giardino abita tutta la famiglia. In un appartamento, la nipote con il marito e la bambina, in un altro Ernesto, fratello di Claudio, assente la sera della rapina, perché in viaggio a Cuba. Lui conobbe in un bar la Ciungam, se la portò in casa. E attraverso la Ciungam, conobbe Andrijana. «Entro in casa, mi cambio, scendo a vedere la tv. Sento un piccolo rumore. Di fronte c’è una gelateria, penso che provenga da lì. Dopo dieci minuti, sento una cosa che cade. La nostra casa è su tre piani, salgo al secondo e dallo studio sbucano quattro incappucciati. Mi strappano il ciondolino dal collo, mi accompagnano davanti alla tv. Uno di loro sta davanti a me con una pistola e un cacciavite. Mi controlla». Gli altri misero a soqquadro le stanze. «Io tremo come una foglia. Il bandito porta al collo una ricetrasmittente, collegato con il palo all’esterno. Dopo un’ora e venti mi chiede: ‘Chi sta arrivando?’ Sarà mio marito».


IL MARITO


«Sono rientrato verso le 23,30. Ho preso un pugno potente, ho barcollato un attimo e mi è arrivato un altro pugno. Il tipo mi ha detto: ‘Siamo della polizia segreta’». Marito e moglie sul divano, controllati dall’incappucciato. «Ero preoccupato, perché rientrava mio figlio. Quando è arrivato, gli ho urlato di stare calmo. Temevo una reazione». In casa di Ernesto c’è la cassaforte. I banditi vogliono le chiavi o la combinazione. «Non è casa nostra». Dopo un po’, in villa arrivano due complici con un borsone: dentro c’è il flessibile e sventrano la cassaforte.

IL FIGLIO

«Un uomo mi ha portato sul divano e lì c’erano già i miei genitori, attaccati l’uno all’altro. Di fronte a noi c’è sempre stata questa persona. Le altre? Io non so quante fossero, perché c’era movimento in casa. Continuavano a salire e scendere. Saranno stati 4 o 5. Mi ricordo che avevano scarpe da ginnastica nuove, colorate, il passamontagna con gli occhi fuori, i guanti da giardinaggio chiari. Mamma e papà erano terrorizzati. Quello davanti a noi aveva una specie di punteruolo e quando mi ha portato sul divano, mi ha detto: ‘Non fare scherzi, tira fuori la cocaina’. Non ne faccio uso, non ce l’ho. Continuava a chiedermela». Insieme alla coca, «mi ha chiesto il Rolex e ha iniziato a confondermi le idee. Pensavo di essere in un sogno». Uno dei banditi aveva un piede di porco.

«Ci hanno detto che dovevamo separarci. Mia madre non voleva, era distrutta. Ci hanno chiesto le chiavi della cassaforte e quelle dell’appartamento di mio zio, ma non l’avevamo. Ci hanno fatto alzare dal divano e ci hanno portato al piano superiore, in camera. C’era la finestra aperta che dà accesso all’appartamento di mio zio». In quel momento, «sono arrivati altri rapinatori, tutti con dei borsoni, dai quali hanno tirato fuori dei flessibili. C’era rumore e odore di bruciato in giro per la casa. Ci hanno riportato giù». Nel villone era un continuo andirivieni. «Non sembravano persone impacciate. Noi eravamo tutti traumatizzati, mia mamma non stava bene, era sotto shock, mio papà aveva quella ferita sulla parte sinistra dell’occhio, mi diceva: ‘Non guardare, non fare niente’. Hanno stretto la mano a mio padre. ‘Ce ne andiamo’». Erano le due e un quarto di notte. Tra quindici giorni, la motivazione della sentenza.

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