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LA GUERRA DI PUTIN

Ucraina, Cremona abbraccia i rifugiati

Domenica al fianco dei profughi all’oratorio di Sant’Ambrogio: integrazione e condivisione. Le storie delle donne fuggite dall’orrore e dei mariti rimasti a combattere: dolore e orgoglio

Francesca Morandi

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fmorandi@laprovinciacr.it

16 Maggio 2022 - 05:25

Ucraina, Cremona abbraccia i rifugiati

CREMONA - I camion che da più di due mesi fanno su e giù per portare vestiti, cibo e medicine. Le famiglie che, qua, ospitano chi è scappato dall’orrore e dalla morte. Gli aiuti umanitari si declinano in un ventaglio di modi: gocce che fanno un mare. Un mare azzurro come gli occhi di Olma Naichuk, 38 anni, avvocato, e delle mamme come lei che ieri, 81esimo giorno di guerra scatenata da Putin in Ucraina, a due ore di aereo dall’Italia, da Kiev, trascorrono la domenica nella quiete di un giardino: quello dell’oratorio di Sant’Ambrogio aperto dal parroco, don Paolo, agli scout di Orio Litta, nel Lodigiano, che hanno organizzato la giornata.

Qui, lontano migliaia di chilometri dagli allarmi, dai suoni dei missili, dai boati delle bombe, l’unico suono che si sente è il vociare dei piccoli che giocano: i maschietti con le automobiline, le bimbe, tutte bionde con le treccine, i fiocchi e i fermagli di colore verde. Il verde, fusione tra il giallo e il blu, i colori dell’Ucraina, il colore della pace. Ci si perde in un mare di occhi chiari. E di storie.

Il trauma è ancora fresco per due giovani mamme e per i loro figli. Sono arrivate a Casalbuttano da tre giorni, accolte da due famiglie grazie alla rete di solidarietà che in paese, dove tutti si sono mobilitati, passa attraverso il parroco, la Caritas, le associazioni. Chi li ospita, ha avuto «la delicatezza» di non chiedere nulla a queste mamme traumatizzate». Questi sono i giorni della burocrazia: i documenti, la Questura, il Consolato.

Sotto il tendone, la tavola imbandita. Nel menù c’è un po’ di Italia e un po’ di Ucraina: la pizza e la pasta fredda — fusilli al pesto — vicine al borsch, tipica zuppa ucraina. Ingredienti. «Barbabietole, carote, patate. Va servita con la panna acida», spiega Marisa. Lei non è una profuga. Da cinque anni è a Cremona. Una settimana fa l’ha raggiunta suo figlio, 16enne che a Kherson, nell’Ucraina meridionale, stava con il nonno. È partito da solo. Dopo una settimana in Georgia, si è rimesso in viaggio. «È stato più stressante prendere il pullman da Milano per venire qui», sorride il ragazzo.

Olma, l’avvocato, è a Cremona da due mesi. «Voglio tornare là, ho dedicato tutta la mia vita a fare l’avvocato», dice. In Russia ha litigato con un familiare, perché «Putin ha fatto il lavaggio del cervello. Mi ha detto che noi ucraini mangiamo i bambini. Le pare che io mangi mio figlio?».

Scuote la testa, l’avvocato Olma con accanto il figlio di 14 anni. «Putin — prosegue — ha violato tutte le regole e fa propaganda. Un conto è la guerra tra militari, ma lui ha fatto uccidere i civili, ha bombardato scuole, ospedali, il teatro a Mariupol. E poi il massacro di Bucha, le fosse di Borodyanka. In Ucraina stanno raccogliendo la documentazione, stanno raccogliendo le prove, per punire i responsabili. Questo è un crimine di guerra». Donne toste, le ucraine. «Torneremo, quando si potrà».

«Noi ospitiamo dieci persone, arrivate tra le prime — racconta don Paolo —. Le ospitiamo qui e in un appartamento. Sono tutte signore con bambini arrivate da Leopoli. A Cremona sono arrivati quelli che avevano appoggi, perché i paesi di approdo sono la Polonia, la Moldavia e la Germania. Qui c’è una ragazza di 16 anni che frequenta il liceo scientifico Aselli, dove insegno io. C’è una mamma con due bambini piccoli, un’altra mamma con un figlio di 14 anni. È stato iscritto al Torriani per imparare l’italiano. E c’era una mamma con un bimbo di 2 anni che è tornata: ha fatto una scelta radicale perché i cuginetti erano bloccati a Mariupol. Siamo in contatto attraverso i messaggi».

Le mogli hanno lasciato i mariti a combattere. «Ma qualcuno lavora — precisa don Paolo —. Ad esempio, il marito di una signora che è ospite qui, lavora nelle telecomunicazioni per una ditta dello Stato: è un tecnico delle infrastrutture telefoniche. Quando lo abbiamo sentito per concordare l’arrivo della parte femminile della famiglia, gli è stato chiesto cosa stava facendo. ‘Sto facendo le bombe molotov’. Le stava costruendo con le bottiglie e con lo stoppino ‘perché se passano i russi, le lancio».

Roberto è il responsabile del gruppo scout di Orio Litta. «Stiamo collaborando a questo evento di zona», spiega. A Sant’Ambrogio gli scout, una quindicina tra ragazze e ragazzi, sono arrivati sabato. «Ci siamo divisi in tre gruppi di lavoro». C’è chi ha verniciato le panchine «per un’accoglienza migliore», chi ha suddiviso i vestiti infilati nei cartoni destinati alla Caritas. «C’è il gruppo giochi — prosegue Roberto —. Abbiamo racimolato giocattoli, alcune cose sono state costruite al momento, come le bottigliette con le perline. Il terzo gruppo di cucina ha bandito la tavolata con cucina italo ucraina. È un modo di essere utili, di aiutare i profughi».

Nel campo, i più grandi tirano calci al pallone. Un signore, occhi azzurri anche i suoi, dice «Forza Juve!». Lo scorso marzo, una delegazione juventina con due pullman della società ha portato in Italia 80 tra bambini e ragazzi e alcune loro mamme direttamente dall’Ucraina. I profughi messi in salvo hanno dai 6 ai 14 anni: alcuni sono giovani calciatori espressamente indicati dalla Federcalcio ucraina e recuperati nella città ungherese di Zahony, vicino al confine con l’Ucraina. E dopo «Forza Juve!», il profugo fa il nome di Andriy Shevchenko, l’ex stella del Milan e pallone d’oro. Un idolo calcistico, «Sheva», legato alla sua terra da un rapporto viscerale. Come i profughi qui a Sant’Ambrogio, dove alle 3 del pomeriggio don Vasi Merchuk celebra la messa.

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