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L'INDAGINE

Covid, morti nelle Rsa: la Procura chiede l'archiviazione

«Gestione a tratti non idonea, ma ci si è trovati davanti a un fenomeno eccezionale: dalle scarse informazioni scientifiche al caos normativo»

Francesca Morandi

Email:

fmorandi@laprovinciacr.it

27 Aprile 2022 - 18:25

Covid, morti nelle Rsa: la Procura chiede l'archiviazione

CREMONA - La gestione dell’emergenza non è stata del tutto idonea», ma «ciò è dipeso dalla eccezionalità del fenomeno in corso», dalle «difficoltà incontrate nella gestione da parte di tutti gli enti preposti». Del resto, «le scarse informazioni scientifiche circa le caratteristiche del virus, la sua elevata trasmissibilità e la gravità della conseguente malattia non hanno agevolato la predisposizione di idonei protocolli anti-contagio, la loro trasmissione alle Rsa, l’informazione dei dipendenti e dei pazienti in ordine al rischio del contagio».

Sebbene, quindi, ci siano stati «profili di criticità», la Procura di Cremona ha, però, chiesto di archiviare l’indagine per epidemia colposa, omicidio e lesioni colpose in relazione alle morti e ai contagi in otto Rsa: non si possono attribuire responsabilità sulla base di regole e conoscenze individuate in un secondo momento.

Non solo. «E’ altamente probabile» che gli anziani - pazienti con un quadro clinico polipatologico - abbiano contratto il virus all’interno delle Rsa, tuttavia in assenza di autopsia non si è potuta determinare la causa della morte. Così come non si è potuto accertare «con il dovuto grado di certezza» in che modo sia avvenuto il contagio e, di conseguenza, imputare al personale delle Rsa di aver tenuto un comportamento colposo.

LE OTTO RSA.

Sono un viaggio indietro nel tempo, ai momenti più bui e drammatici della pandemia, le dodici pagine (un comunicato stampa) con cui il procuratore Roberto Pellicano spiega, sintetizzandola, l’indagine nata dall’esposto di familiari e di associazioni, condotta dai carabinieri del Nas e coordinata da un pool di quattro pm, in particolare dal sostituto procuratore Davide Rocco nei confronti delle otto Rsa:l’Azienda Speciale Cremona Solidale e la Fondazione La Pace onlus di Cremona, la Benefattori Cremaschi di Crema, la Fondazione Ospedale Caimi di Vailate, l’istituto Ospedaliero di Sospiro, la Fondazione Bruno Pari di Ostiano, l’Azienda Ospedale della carità di Casalbuttano, la fondazione Germani di Cingia de’ Botti.


Il 4 maggio del 2020, chi ha indagato ha perquisito le Rsa e acquisito una mole di documentazione ritenuta «utile» per accertare «i fatti».


C’è un prima e c’è un dopo. La data spartiacque è il 21 febbraio, quando è stato ufficializzato il caso del paziente 1, di Codogno. Quando l’Italia ha scoperto di avere il Covid in casa.

Dall’analisi del carteggio è emerso che «tutte le Rsa, nonostante fossero già avvenute le prime notifiche di allerta inerenti il dichiarato stato di emergenza sanitaria nazionale del 31 gennaio, fino al 21 febbraio, giorno in cui viene registrato il primo caso di Coronavirus, non avevano adottato alcuna misura preventiva».

In nessun caso «il datore di lavoro aveva aggiornato il Documento di valutazione dei rischi, in particolare del rischio biologico» e «il medico competente non aveva attivato la sorveglianza sanitaria nei confronti dei lavoratori, le Rsa non si erano rifornite di dispositivi di protezione necessari per affrontare la pandemia imminente».

Le Rsa erano dunque state «inattive». Ma la colpa, almeno in parte, è stata di Ats Val Padana, il «faro» delle Rsa in quel periodo drammatico. Eppure, stando alle indagini, «Ats Val Padana è apparsa non sufficientemente preparata ad affrontare una tale emergenza sanitaria e ha mancato di offrire l’immediato supporto necessario alle Rsa».

Perché «Ats non aveva diramato le circolari regionali aventi ad oggetto, tra l’altro, le indicazioni che avrebbero permesso alle Rsa di recepire e gestire il rischio imminente di una pandemia e, quindi, di prepararsi all’incombente emergenza». Sono «oneri - posti in capo ad Ats - che derivavano dal Piano Pandemico Regionale del 2006 in forza del quale la stessa era investita di precisi compiti, tra cui quello di predisporre reti di informazione e di raccolta dati di monitoraggio, nonché di prestare assistenza alle Rsa con la verifica della predisposizione nelle strutture di un piano per garantire il massimo livello assistenziale durante la fase pandemica e la definizione del fabbisogno di Dispositivi di protezione individuale, delle modalità di approvvigionamento, di stoccaggio, di distribuzione».

Quando la pandemia è esplosa, le Rsa si sono attivate. Hanno acquistato le mascherine drammaticamente scarse fino a quel momento, i calzari, le visiere, i camici. Le visite ai parenti sono state vietate, «senza, tuttavia, predisporre procedure volte al monitoraggio clinico degli anziani». Un monitoraggio utile sia per rilevare i casi sospetti sia per mettere in isolamento gli ospiti infetti. I tamponi sono stati fatti in ritardo. Lo dicono anche le mail spedite dalle Rsa all’Ats Val Padana e l’Asst. «Emerge con evidenza - scrive il procuratore — che, seppure richieste, Ats e Asst non avevano provveduto all’esecuzione di tamponi diagnostici», a causa della «conclamata scarsità».

Ma anche dopo l’insorgenza dei primi casi in Italia, molte Rsa non hanno «tempestivamente» messo mano al Documento valutazione rischi, aggiornandolo circa il rischio biologico derivante dal dilagare del virus Sars-Cov2. «Non hanno predisposto, già per i mesi di febbraio e marzo, specifici protocolli operativi finalizzati al contenimento e alla gestione del rischio da contagio».

Ma un motivo c’è . Mancavano «chiare e precise indicazioni» da parte delle autorità sanitarie che «fino a quel momento, si erano limitate a diramare circolari generiche». Non è stata di aiuto nemmeno «l’ambiguità normativa iniziale circa la definizione di ‘caso sospetto’». Le circolari erano contraddittorie.

Solo nella metà di marzo, l’Istituto superiore di sanità ha diffuso un Rapporto nel quale ha chiarito, nei dettagli le azioni da intraprendere nelle diverse fasi pre pandemiche, pandemiche e post pandemiche.

«In seguito al Rapporto, nella seconda metà del mese di marzo e nei mesi successivi - prosegue il procuratore -, tutte le Rsa sottoposte a indagini hanno provveduto ad aggiornare la valutazione del rischio biologico, a predisporre specifici protocolli volti al monitoraggio delle condizioni cliniche dei degenti, all’isolamento dei pazienti sospetti o infetti». 

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