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LA GRANDE SECCA

L'allarme: ecco il fiume Po ridotto ad un torrente

Sette metri e 57 centimetri sotto lo zero idrometrico: non è record ma tre mesi senza piogge consistenti non li ricordano neppure i più anziani lupi del Po

Fulvio Stumpo

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redazione@laprovinciacr.it

22 Marzo 2022 - 05:20

L'allarme: ecco il fiume Po ridotto ad un torrente

CREMONA - Sette metri e 57 centimetri sotto lo zero idrometrico: il Po è così basso che dalla barca il Torrazzo non si vede quasi più, nascosto dall’immenso spiaggione che ha preso il posto della Canalina. E anche degli altri campanili, quelli che solitamente fanno capolino dietro l’argine maestro e che a decine accompagnano la navigazione da Cremona a Venezia, si intravedono appena le cuspidi. Ma non sono né il Torrazzo né gli altri campanili ad essersi rimpiccioliti: è il Po che si è ritirato. Tanto che dello scenario tradizionale quasi nulla è rimasto: da foce d’Adda a San Daniele fino al Casalasco, il paesaggio è cambiato, quasi che il vecchio Dio Proteo, che si dice abiti nelle caverne sott’acqua, pare lo modifichi ogni giorno.

Una veduda del fiume Po a Isola Pescaroli

Il letto del fiume è stretto tra le rive, irto di tronchi e di secche, tanto che le barche sono costrette a navigare quasi a centro fiume, beccando la corrente in pieno. La motonave Mattei continua ad andare, ma in un canale sempre più ristretto. Tant’è che una draga dell’Aipo, ormeggiata di fronte alle canottieri, scava la sabbia dal mandracchio e dal canale del pennello. Non è ancora record (meno 7,76 nel 2006), ma poco ci manca: meno di venti centimetri. «E se non piove entro le prossime tre settimane sono guai seri», afferma Paolo Micheletti, ingegnere, direttore del Dunas.

E infatti i guai si notano a vista d’occhio: l’Adda è a metà della sua portata e si butta nel Po senza i soliti vorticosi mulinelli, così basso che non si arriva alla cascatella se non con grande difficoltà. Discendendo il fiume occorre stare attenti e navigare sempre in riva sinistra, dal centro del Po agli spiaggioni l’acqua ‘ride’ in continuazione, segnalando secche o tronchi affioranti, che sono ovunque, anche di fronte all’ingresso degli ormeggi del Manola. In riva destra la lanca della Maginot è seminterrata e l’immenso spiaggione dell’Isola del Deserto è diventato una collinetta che, come si diceva, copre il Torrazzo. Più a valle, a sinistra, il Riglio è ridotto a un rigagnolo che a stento trova la strada della foce tra i massi. E il mandracchio è una palude: acqua bassa e fango ovunque che sopravanza quello già secco, una sorta di idrometro naturale che indica di quanti centimetri al giorno si ritira il livello.


Gli accessi alle canottieri sono alti due metri, con le fondamenta all’aria e le salite che hanno pendenze da scalatori. Dopo il Ponticello, diventato una petraia, si aprono le spiagge della Capannina, del Sales, dell’immensa golena di Pieve d’Olmi fino a all’Antenna del Porto di Stagno, dove il Fossadone si getta stancamente nel Po: non si sente più neppure lo scrosciare della corrente che rimbalza sui massi e sullo sfondo le torri di Polesine-Zibello sembrano ancora più alte. Che dire poi di Isola Pescaroli di San Daniele? La sabbia è arrivata quasi a metà del ponte e la costa è sempre più alta. Ancora più sorprendentemente è sparito il Pozzolo, il canale affluente del Po: il letto è asciutto e al fiume non arriva neppure una goccia d’acqua. Molto probabilmente è stato bloccato alla foce e deviato in altri territori più bisognosi. Perché il paradosso è che a stare meglio di tutti è il Po. O meglio: riesce a garantire ancora una portata d’acqua sufficiente al prelievo. Ad essere davvero agonizzanti sono i corsi d’acqua minori: il Fossadone, la Morta, il Morbasco, il Riglio, il Cavo Cerca e il Robecco sono rigagnoli infossati tra le sponde, dove aironi e garzette la fanno da padrone, cacciando nell’acqua bassa.

Il bodrio di Ca’ de’ Gatti a Pieve d’Olmi con lo stormno di Ibis Sacri

Così come fa lo stormo di Ibis Sacri che ha colonizzato il bodrio di Ca’ de’ Gatti a Pieve d’Olmi. Già, i bodri, questa meravigliosa costellazione di biodiversità che da Cremona arriva nel Casalasco è in grande difficoltà: ridotto al minimo il bodrio del Forcello, poco più di una pozzanghera quello di Gerre del Pesce, fango e nutrie al Lazzaretto, pochi centimetri d’acqua a Santa Margherita. Anche le lanche si ritirano, molte non hanno più l’accesso al fiume, sbarrato da dighe di sabbia, con grande danno per l’interscambio di ossigeno e di biodiversità. E sulle sponde del fiume non si parla d’altro: almeno qui, per un momento, la guerra di Putin sembra dimenticata. Tre mesi senza piogge consistenti non li ricordano neppure i più anziani lupi del Po. E qualcuno tra il serio e il faceto annota: «Abbiamo vissuto un’epidemia, adesso la guerra e ora la siccità, mancano le cavallette o la pioggia di sangue e poi siamo a posto». 

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