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Tamoil, Bissolati inquinata: una socia fa causa, ma la perde

Non avrà il risarcimento. Rigettata la richiesta di 30 mila euro al colosso libico. «Non ci sono più andata, la mia vita sociale sconvolta. Avevo ansia e paura di ammalarmi». Il giudice la condanna anche a pagare le spese alla società petrolifera

Francesca Morandi

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fmorandi@laprovinciacr.it

16 Febbraio 2022 - 05:30

Tamoil, Bissolati inquinata: una socia fa causa, ma la perde

Vigili del fuoco impegnati nei rilievi all’interno della Bissolati

CREMONA - Il giudice ha rigettato la richiesta di risarcimento di 30 mila euro avanzata all’ex raffineria Tamoil da una socia della Bissolati per non aver più frequentato la canottieri dal 2007, l’anno in cui sui mass media è esploso il «caso inquinamento da idrocarburi», ossia la contaminazione della falda acquifera e superficiale media, le stesse da cui la Bissolati attingeva per alimentare piscine e fontanelle, per irrigare i prati. Acqua utilizzata anche al bar e al ristorante. «Non l’ho più frequentata con sconvolgimento della mia vita di relazioni», ha sostenuto la socia, che alla Bissolati è iscritta sin da bambina e l’ha sempre frequentata, dall’estate all’autunno. Trentamila euro di risarcimento li ha chiesti anche per l’ansia e la paura in futuro di ammalarsi a causa del contatto con le sostanze nocive.

Il giudice Daniele Moro ha anche condannato la signora a rifondere a Tamoil le spese sostenute per difendersi in giudizio: circa 5 mila euro. Una causa pilota, quella intentata contro il colosso libico dall’avvocato Simona Balzarini, che farà appello.

LA MOTIVAZIONE DELLA SENTENZA.

Nella motivazione della sentenza, il giudice Moro parte dal «danno esistenziale» lamentato. Ossia dal «radicale cambiamento della vita» e «dalla significativa modificazione peggiorativa delle relazioni di vita dell’interessata».

L’impossibilità temporanea di recarsi presso una determinata associazione sportiva, dotata anche di aree verdi, bar e ristoranti, non possa dar luogo ad alcun pregiudizio risarcibile

La signora non ha provato per quanto tempo sia stata lontana dalla Bissolati, asserendo solo di «aver interrotto la frequentazione della canottieri», sebbene poi ci sia tornata come ha dimostrato la difesa Tamoil.

Ma al di là del dato temporale, il giudice osserva «che l’impossibilità temporanea di recarsi presso una determinata associazione sportiva, dotata anche di aree verdi, bar e ristoranti, non possa dar luogo ad alcun pregiudizio risarcibile».

Nel caso specifico, «non sussiste alcuna lesione di un interesse giuridicamente rilevante, poiché le relazioni intercorrenti tra due o più individui e il compimento di alcune attività idonee alla realizzazione della personalità umana, come ad esempio praticare dello sport, non sono compromesse dall’impraticabilità di un determinato luogo».

Per il giudice, «i rapporti sociali basati sull’inclinazione sentimentale verso una persona ovvero sulla condivisione di una passione comune possono essere coltivati in ogni dove e nel Comune di Cremona vi sono plurime strutture equipollenti a quella della Canottieri Bissolati (fatto notorio)».

Diversamente, «significherebbe ammettere che qualsiasi abituale avventore di un esercizio commerciale (bar, ristorante o palestra) potrebbe pretendere il risarcimento del cosiddetto danno esistenziale nell’ipotesi in cui il locale frequentato dovesse chiudere temporaneamente a causa di una condotta imputabile a un terzo». «L’ingiusto turbamento dello stato d’animo».

Per provarlo, non basta dire: «Ho l’ansia e la paura di ammalarmi». Bisogna dimostrarle con «l’intervenuta effettuazione di plurime visite mediche specialistiche finalizzate all’individuazione di una patologia collegata all’esposizione con il materiale nocivo», scrive il giudice Moro. La socia non ha prodotto certificati medici. Ed allora, «leggere ansie o blande preoccupazioni non determinano alcun serio pregiudizio».

«Ma quale specialista, in assenza di una sintomatologia, ti prescrive un esame?», ha rilanciato l’avvocato Balzarini, secondo la quale, alla fine, è come se il giudice distinguesse tra soci di serie A e soci di serie B. I primi sono coloro che si erano costituiti parte civile nel processo penale (nove giudici per tre gradi di giudizio) ai quali è stata riconosciuta una provvisionale di 10 mila euro per i danni patiti, gli stessi lamentati dalla signora nella causa civile pilota. Tant’è che al giudice, l’avvocato Balzarini aveva prodotto la motivazione della sentenza pronunciata dalla Corte d’appello di Brescia. Rilegge un passaggio, pagina 235: «Non possono essere declassati a condizione di mero disagio, quei timori e quelle notevoli preoccupazioni che i soci di un circolo hanno sicuramente nutrito per aver utilizzato le strutture, rimanendo esposti a contatto o inalazione con acque attinte da falda contaminata. Un danno che può assumere dimensioni davvero incalcolabili se si considera che esso perdura per molti anni , durante i quali permane lo stato di apprensione per gli effetti cancerogeni e mutageni da benzene, tenuto conto che essi notoriamente si evidenziano soltanto a lungo termine».

Nel processo penale, i giudici hanno riconosciuto lo «stravolgimento della vita sociale. Il legale legge la motivazione: «Nell’estate del 2007, con la chiusura delle piscine, i soci hanno subito uno stravolgimento della vita sociale dei circoli per alcune settimane. Costituisce fatto notorio che la chiusura temporanea delle piscine di un circolo sportivo comporti, oltre che una lesione immediata al diritto allo svago e all’attività sportiva, anche una menomazione dei normali rapporti sociali e conviviali che tali strutture consentono di esercitare». Così nel penale, diversamente nel civile. «Faremo appello».

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