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Ucciso da un'auto pirata: «Giustizia per nostro figlio», al via il processo

La chiedono i genitori del 18enne Petrisor, investito mentre rincasava dalla discoteca

Francesca Morandi

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fmorandi@laprovinciacr.it

23 Dicembre 2021 - 05:25

Ucciso da un'auto pirata: «Giustizia per nostro figlio», al via il processo

Il luogo dell'investimento

VAIANO CREMASCO - Lo hanno cercato tutta la notte e la mattina, ma dalla strada era impossibile vedere il corpo di Petrisor, giù nella scarpata, coperto dall’erba, a tre-quattro metri dal guardrail. Petrisor Cioroaba aveva 18 anni, abitava con i genitori e la sorellina a Palazzo Pignano. Il sabato sera trascorso con gli amici alla discoteca Magika di Bagnolo Cremasco, poi, la tragedia.

La notte tra il 31 agosto e l’1 settembre del 2019, mentre a piedi rincasava dalla discoteca, Petrisor venne investito da una Fiat Punto. La guidava Edgar Lucca, 24 anni, di Pandino.

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La vittima Petrisor Cioroaba: aveva 18 anni 


AL VIA IL PROCESSO.

«Ho avuto un colpo di sonno. Credevo di aver urtato il guardrail. Mi sono fermato, mi sono guardato in giro, non ho visto niente, sono ripartito». Che Edgar abbia investito Petrisor è pacifico. Lui stesso lo confessò quando si costituì ai carabinieri. Ma davvero non si era accorto del ragazzo? Il parabrezza della Punto era danneggiato: vennero rilevate tracce di sangue e di capelli. Risposte arriveranno dal processo cominciato ieri a carico del giovane accusato dell’omicidio stradale aggravato dalla fuga. In aula c’erano Magdalena e Vasile, mamma e papà di Pietro: con la figlia si sono sono costituiti parte civile attraverso l’avvocato Francesco Nucera di Milano.

«Quando siamo arrivati, Edgar era in lacrime». Il luogotenente Gerardo Giordano è il comandante della Stazione dei carabinieri di Pandino. In aula ha ricostruito «l’evento un po’ particolare» come lo ha definito il pm onorario Silvia Manfredi.

La mattina del 2 settembre, lunedì, dopo averlo cercato per tutta la domenica, mamma Magdalene si recò in caserma. Il figlio non era tornato a casa. Fino a quel momento era un «allontanamento volontario». In questi casi, i social possono essere d’aiuto. «Abbiamo verificato su Facebook se avesse lasciato informazioni». Niente. «Con un collega sono uscito a cercare la persona, quando sono stato contatto dalla Centrale operativa. Qualcuno aveva segnalato la presenza di un corpo sul tratto di strada che da Bagnolo porta a Pandino».

Era il primo pomeriggio. Quando il comandante arrivò, Edgar Lucca «era in lacrime». Lui era tornato lì a bordo di un Fiorino della ditta del padre con cui lavora. E sempre lui aveva già chiamato il 118. «Non potevo vedere il corpo del povero ragazzino. Dalla strada non era visibile», ha proseguito il comandante. Gli stessi familiari di Pietro in quel tratto di strada non lo videro. Non lo si poteva vedere Pietro, giù nella scarpata, coperto dalla vegetazione, morto sul colpo da due giorni.

I carabinieri del Comando provinciale fecero «un sopralluogo accurato — ha proseguito il comandante —.Vennero trovati frammenti di plastica e carrozzeria contro e al di là del guardrail. Tracce di struscio sul guardrail, tracce ematiche e di capelli sul parabrezza».

Possibile che Edgar non si sia accorto di aver investito una persona? Il giovane imputato si difenderà all’udienza del 13 aprile prossimo. Prima di lui si confronteranno i consulenti tecnici e saranno sentiti i genitori di Petrisor, Pietro come lo chiavano già all’asilo.

«Il lunedì, dopo che sono uscita dai carabinieri, ho scritto su Facebook — aveva già raccontato mamma Magdalene—. Ma la domenica, l’automobilista aveva già letto i social, sapeva». E lunedì mattina, «lui arriva, vede il cadavere, c’è la telefonata al 118».

Edgar si è poi presentato ai carabinieri: «Ho avuto un colpo di sonno. Sono andato a sbattere contro il guardrail. Sono sceso, ho visto che era scoppiata la gomma e piano piano, a tre chilometri orari me ne sono tornato a casa».

L'AVVOCATO DELLA FAMIGLIA.

«Bugie. Dalle indagini è emerso tutt’altro», sostiene l’avvocato Nucera. Agli atti dell’indagine c’è il verbale di ispezione esterna della macchina, dopo l’incidente: «Sul parabrezza c’era la forma di Pietro. un ragazzone». E c’è un sms. «L’imputato dice di non essersi accorto. Peccato che alle 3,48 del mattino, abbia mandato un messaggio alla fidanzata: ‘Amore, ho fatto un casino’. Un casino per un guardrail? La ragazza lo vedrà la mattina. E poi lui lo giustificherà, dicendo che ‘aveva rotto la macchina’. La mattina successiva, capisce di essere stato protagonista di un incidente, perché una ragazza, un suo contatto su Instagram, aveva messo un post: stavano cercando Pietro che non aveva fatto ritorno a casa. A quel punto, gli si illumina tutto. Non è credibile».

UDIENZA IL 13 APRILE.

Il 13 aprile Edgar spiegherà, si difenderà. «Mio marito ed io chiediamo solo giustizia per nostro figlio. Pietro era un ragazzo che si dava da fare. Aveva studiato, poi ha fatto economia aziendale, ma ha abbandonato, ha iniziato a fare dei lavori a Milano, traslochi, poi, con un signore in paese, il muratore. Voleva guadagnare dei soldi anche per riprendere la scuola. Pietro era tutto. Io e suo papà andavamo a lavorare. Lui curava la sua sorellina. Noi avevamo poco, ma eravamo uniti». Pietro riposa al cimitero. «Tutti i giorni vado a trovarlo».

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