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PALAZZO PIGNANO

Delitto Designati: «Papà ha ucciso la mamma. Per me può anche morire»

La drammatica testimonianza del figlio nel processo a carico del 57enne Roberto Zanoncelli

Francesca Morandi

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fmorandi@laprovinciacr.it

13 Ottobre 2021 - 10:22

Delitto Designati: «Papà ha ucciso la mamma. Per me  può anche morire»

CREMONA - «Il papà ha ucciso la mamma». Sono le 22 passate di mercoledì 24 giugno del 2020. Nella casa di Roberto, a Rivolta d’Adda, suona il campanello. Sul cancello c’è suo nipote Andrea, 12 anni, unico figlio di suo fratello Eugenio Zanoncelli, 57 anni, operaio alla Bosch di Offanego

Nella villetta in via Enrico de Nicola, a Palazzo Pignano, per l’accusa papà Eugenio ha appena ucciso con un schiaffo e un colpo di stampella al volto la moglie Morena Designati, 49 anni, da cinque malata di sclerosi multipla. Un «uccellino», Morena. Quella sera, Eugenio molla il figlio al fratello e scappa sulla sua Volvo. All’alba i carabinieri lo troveranno al confine con la Bergamasca. Da allora, è in carcere. E per il figlio Andrea lì «può morire». «Papà può morire subito e la casa può bruciare».

Lunedì 11 ottobre 2021. «Il papà ha ucciso la mamma»; «Papà può morire subito e la casa può bruciare». Le drammatiche frasi vengono riversate nel verbale della seconda udienza in Corte d’Assise. Roberto Zanoncelli, che da allora ha in affidamento provvisorio il nipote (lo sta crescendo con la sua compagna), torna a quel tragico mercoledì sera. Lavora come metalmeccanico, fa i turni, la sera si corica intorno alle 22, la mattina si alza alle 5.30.

«Erano circa le 22, ero appena andato a letto. Suona il cellulare. Era mio fratello. ‘Hai bisogno?’». E lui: «Ascoltami bene, perché non mi vedrai più. Ho ucciso Morena». Roberto: «Come?». Eugenio: «Sì, ti lascio Andrea a casa e poi non mi vedrai più. Tutto quello che ho, lo lascio a te per Andrea, usalo per mio figlio». Roberto: «Aspettami che vengo. Mi vesto. Suona il campanello, apro il cancello di casa, Andrea era lì davanti. ‘Papà ha ucciso la mamma’. Ho visto l’auto andarsene».

Zio Roberto salta in auto, chiama il 118 e i carabinieri. Arriva a Palazzo Pignano. Nella villetta non ci entra. Consegna le chiavi ai militari. Il corpo della povera Morena è in salotto, ai piedi del divano, coperto con due plaid in pile, uno rosso, uno blu.

Uomo «chiuso», Zanoncelli. Un tipo «autoritario», dal quadro che ne esce in aula dai testi del pm Milda Milli. Il 24 giugno notte, alle 23,45, i carabinieri sentono Roberto. Spiega che i rapporti di suo fratello con la moglie Morena «erano peggiorati negli ultimi sei mesi. Lui doveva lavarla, vestirla, cucinare». Ma Eugenio «non voleva aiuti da nessuno». Roberto aveva provato ad aiutarlo. Nel 2019, la loro madre era in ospedale (morirà a Natale). «Eugenio mi diceva: ‘Non ce la faccio più, la malattia di Morena è rapida’. Lo angosciava. Gli ho detto: ‘Se vuoi, mi ritiro in una stanza, voi venite qui, perché se hai bisogno, io sono qui’. ‘Non ho bisogno di nessuno’».

Gli aveva offerto un monta-scale. «Ha detto di no». E una carrozzina. «Non va bene, perché non si staccano le ruote per l’auto». Trovare un’assistenza domiciliare? Ci ha provato, Roberto. «Dammi i documenti di Morena, contatto il Caf, vediamo se puoi avere aiuti». Anche Emanuele, suo capo alla Bosch, aveva provato ad aiutare Eugenio. Alle 8,42 di lunedì 22 giugno, il Emanuele riceve un WhatsApp: «Ciao Emanuele, volevo informare te e l’azienda che da oggi darò le dimissioni».

In fabbrica tutti sapevano dei problemi che Eugenio aveva casa. L’operaio si era sfogato «tante volte»; «arrivava spesso anche a piangere». «Gli ho detto di non fare stupidate. ‘I soldi ti servono, se l’unico a portarli a casa. E lui. ‘Ho già pensato ad altri modi di andare avanti. Ho bisogno di stare a casa con mia moglie’». Capo e colleghi lo avevano esortato più volte a rivolgersi al patronato, al Caf. «Nel vocale che gli ho mandato quella sera, gli ho detto: ‘Non sei solo, ti posso aiutare’, ma da parte sua c’era resistenza».

Zio Roberto del nipote dice che «sta bene, va a scuola, frequenta gli amici, ha un regime di vita sereno, è stato promosso con bei voti, non va dallo psicologo, per ora». Un ragazzino di 13 anni, «ma più adulto per la sua età. Quando è venuto da me, mi ha raccontato che si prendeva cura della mamma, parlava di scadenze dell’assicurazione. ‘A queste cose ci pensano lo zio e la zia’». Racconta di quel giorno «in cui stavamo mangiando in giardino: con la sedia ha urtato un cespuglio alle spalle. ‘Oddio, si spacca’».

Lo zio lo tranquillizza: «Se si spacca, ne prendiamo un altro. Andrea mi ha detto: ‘In casa mia non potevo andare in giardino, non potevo calpestare l’erba’. ‘Tranquillo, qui puoi fare tutto quello che vuoi’. Mi ha detto: ‘Mi sono adeguato ai comportamenti del papà per evitare scapaccioni in testa’». Lunedì prossimo si tornerà in aula.

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