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Minacce al vigile: condannato Toni Scovino

Sette mesi all’imprenditore cremasco che se l’era presa con un agente di polizia locale

La Provincia Redazione

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02 Ottobre 2021 - 06:15

Falso e minaccia al vigile: condannato Toni Scovino

Il tribunale di Cremona

CREMA - Condannato a sette mesi. È la decisione presa ieri dal tribunale di Cremona nei confronti di Toni Scovino, il 50enne imprenditore di Crema (ora risiede a Lugano) per i reati di falso (sulla sua auto aveva esposto un contrassegno per disabili fotocopia) e minaccia a pubblico ufficiale.

I fatti risalgono a febbraio del 2016. Teatro, il quartiere di Ombriano. Qui Scovino «incontra» l’agente di polizia locale che nel processo era parte offesa.

Come era stato ricostruito attraverso le testimonianze durante la prima udienza a il 5 febbraio del 2016 Scovino deve portare il fratello Marco, molto malato, al Policlinico San Matteo di Pavia per un ciclo di cure (il fratello è morto un anno fa).
Quel giorno l’imprenditore viene fermato dal vigile urbano in questione che annota: «Il conducente parla al telefonino mentre è alla guida» di una Fiat». L’auto non fa molta strada. Si ferma in via Luigi Pagliari. Scovino la posteggia su uno stallo normale, «non per disabili», aveva confermato il vigile.

«Il signor Toni è risultato poco collaborativo. Mi ha lanciato delle frasi», aveva fatto mettere a verbale l’agente scelto. Nello specifico: «Guarda che ti sei imbattuto nella persona sbagliata. Tu vai a cercare rogne. Tu hai proprio una brutta cera». Il vigile aveva pure notato sul parabrezza il contrassegno per i disabili. «Me lo faccio consegnare. Il signor Toni me lo ha consegnato. Non mi sembrava autentico». La lente di ingrandimento conferma il sospetto. «Era la copia fedele dell’originale. Arriva il fratello del signor Toni». Marco gli spiega che il contrassegno originale lo usa lui, che la copia «l’ho lasciata nella disponibilità di mio fratello». L’agente fa una serie di controlli. Il giudice torna alle minacce: «Di minaccioso cosa le ha detto?». Il vigile ripete: «Guarda che ti sei imbattuto nella persona sbagliata. Tu vai a cercare rogne. Tu ha proprio la brutta cera da cadavere». Si è sentito minacciato? «Ho percepito che volesse dissuadermi dal fare il verbale. Io volevo contestargli l’utilizzo del cellulare». «Le ha dato i documenti?», aveva rilanciato il pm onorario Silvia Manfredi. «Sì, ha tentennato un attimo, mi ha dato la patente».

Dopo l’agente era stata la volta dell’imprenditore imputato. Uno, Scovino, «orgoglioso di essersi fatto da sé». Difeso dall’avvocato Vittorio Meanti, in aula aveva rilasciato dichiarazioni spontanee. «Stavo andando da mia madre. Le stavo parlando al telefono in viva voce». Fuori ‘onda’ (fuori dall’aula) spiega che in auto con lui c’era suo fratello e che «stavamo andando da mia madre a prendere delle carte, perché lei aveva la cartella sanitaria di Marco».

In aula, racconta di aver visto arrivare «questo agente, mi ha detto: ‘Lei sta usando il telefonino?’. ‘Sì, certo’». Fuori onda: «Marco nel frattempo era salito da mia madre a prendere le carte, poi è tornato giù. Sarà passato un minuto e mezzo. Avevo la copia del contrassegno, perché Marco, buonanima, ne aveva già persi tre. L’agente mi ha tenuto fermo tre ore, ha chiamato la cavalleria. Non avevo molto tempo da perdere. ‘Se lo tenga il tagliando, devo portare mio fratello in ospedale’». Ieri la condanna.

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