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11 SETTEMBRE: VENT'ANNI DOPO

«Io, in sella alla mia bicicletta in fuga da Washington»

Magnoli Bocchi lavorava alla Banca Mondiale, vicino a Pentagono e Casa Bianca

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11 Settembre 2021 - 12:03

«Io, in sella alla mia bicicletta in fuga da Washington»

Alessandro Magnoli Bocchi

WASHINGTON - «Ho chiesto consiglio a mia mamma: cosa facevate tu e i nonni in tempo di guerra, quando c’erano i bombardamenti? Mi ha detto che prendevano la bicicletta e andavano in campagna. Io e la mia fidanzata, che oggi è mia moglie, abbiamo fatto la stessa cosa, ci siamo allontanati da Washington in bicicletta». Alla vigilia dell’anniversario dell’11 settembre, Alessandro Magnoli Bocchi riavvolge ancora una volta il nastro della memoria. Quella mattina di vent’anni fa, tutto è cominciato come al solito. Economista alla Banca Mondiale, con ufficio al decimo piano della sede centrale, il professionista cremonese va al lavoro molto presto perché deve spedire alcune mail ai colleghi marocchini, inseguendo il fuso orario. Poi il salto in palestra, il gestore togolose che lo informa che un aereo era finito in un grattacielo. Pensano a un piccolo velivolo, a un incidente. «Poco dopo le 9, per telefono arriva la notizia del secondo aereo e che erano entrambi voli di linea decollati da Boston. Cissé mi ha detto che se ne andava, consigliandomi di fare altrettanto. Ho fatto la doccia in un silenzio e in una solitudine irreali», dice. Quando sale in ufficio, la tensione e la paura sono ancora più palpabili: il ‘grattacielo’ sono le Torri gemelle - nel 1973, quando vengono inaugurate, sono gli edifici più alti del mondo -, fino a poco prima svettanti al centro del World Trade Centre, letteralmente il Centro del commercio mondiale. Le tv sono accese e dagli schermi rimbalzano ossessivamente le immagini dei due impatti, la gente che scappa nelle strade di Manhattan, le enormi nubi di polvere e detriti che oscurano il cielo. Ci si chiama per rassicurare e rassicurarsi, e per avere notizie, per capire e le linee telefoniche vanno in tilt.


«Alle 9,45 - racconta Magnoli Bocchi - un altro shock: un aereo si schianta sul Pentagono. Ricordo lo sguardo di tutti correre

Il simbolo della potenza militare Usa era stato colpito. A Washington

dalla televisione alle finestre, da cui si vedeva – non lontano, dall’altra parte del fiume – levarsi una colonna di fumo. Il simbolo della potenza militare Usa era stato colpito. A Washington. A quel punto avevamo tutti capito che lì a due passi la Casa Bianca era un obiettivo possibile. L’altoparlante interno diede l’ordine di allontanarsi dalle finestre. La notizia della chiusura dei cieli e dell’annullamento di tutti i voli per la prima volta nella storia, fu seguita immediatamente da un altro, drammatico annuncio: ‘C’è un altro aereo in volo, diretto verso Washington’. E intanto alla tv immagini irreali, terribili, inguardabili. Gente che salta nel vuoto per evitare il fuoco».
Il crollo della prima torre: «Riceviamo l’ordine di evacuazione e intanto arriva la notizia che un aereo si è schiantato in Pennsylvania, forse abbattuto dai caccia. Ricordo il silenzio. Le strade piene di gente attonita, di macchine in fila, imbottigliate senza rumore. In cielo, mai visti prima, i caccia F-16. La sensazione era quella di un bombardamento imminente. Intorno alla Casa Bianca c’erano agenti dei servizi segreti con le pistole in mano, e soldati armati di mitra». Alessandro e Laila, la sua fidanzata di origine araba, capiscono che devono allontanarsi il più possibile, fare come sessant’anni prima hanno fatto i nonni di lui: pedalare via, verso la campagna. Prima di andarsene, decidono di fare quello che milioni di americani, in quelle ore, stanno facendo: mettersi in fila per donare il sangue. «Senza pensarci avevo messo una maglietta che mi era stata regalata da Laila, con una scritta in arabo - dice Magnoli Bocchi -. Un ragazzo si stacca dalla fila e comincia a inveire contro di me: ‘È stata colpa vostra’, sostiene. Altri si uniscono. Per evitare problemi, decidiamo di andarcene». In bicicletta, la coppia fa una quarantina di chilometri, rendendosi però conto che il Maryland è pieno di installazioni militari. Tornano a Washington, trovano una città vuota, spettrale che per giorni resta tale. Intanto, la paura, la rabbia, il dolore per le vittime innocenti polarizzano il conflitto.
«Si comincia a parlare di ‘noi, i buoni’, e di ‘loro, i cattivi’ — sostiene l’economista —. È il linguaggio degli estremisti. Sembriamo dimenticare che in ogni paese, in ogni religione ci sono gli estremisti e i moderati. Non esiste un paese abitato solo da estremisti. Gli Arabi moderati sono tanti. I musulmani moderati altrettanti. La reazione del mondo occidentale ne indebolisce la voce».

La voglia di vendicarsi, il tentativo del presidente di George W. Bush di ‘esportare la democrazia’ hanno fatto il resto. Questi

Soprattutto in Medio Oriente gli Stati Uniti
hanno cambiato la politica estera spostando le loro alleanze. Ma hanno perso il soft power, la loro capacità di attrazione

ultimi vent’anni hanno registrato le guerre in Iraq e in Afghanistan, la recrudescenza del terrorismo di matrice islamista, il recente ritorno al potere dei talebani in Afghanistan. I costi in termini di vite umane e di sofferenza, ma anche economici sono inenarrabili. Come è cambiato il mondo in questo periodo? «Una risposta banale è che è molto più difficile viaggiare e con il Covid è ancora più complicato - riflette Magnoli Bocchi -. Ricordo che nel 2000, un anno prima dell’attacco, sono partito da Cremona con un set di coltelli e prima di rientrare a Washington ho trascorso qualche giorno a New York portandomi questi coltelli nello zainetto. Adesso credo che mi arresterebbero appena esco di casa». «L’11 settembre è stato possibile perché l’impero americano aveva raggiunto la sua massima espansione e poteva solo implodere, come storicamente è successo all’impero romano o a quello ottomano - aggiunge il professionista cremonese -. Al Quaida ha colpito in nome di una sorta di vendetta post coloniale contro l’Occidente: questa è la spiegazione oltre la quale gli analisti non sono riusciti ad andare, ma in realtà non si è compreso in profondità il vero motivo dell’attacco. Soprattutto in Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno cambiato la loro politica estera, spostando le alleanze dall’Arabia Saudita alla Turchia e poi all’Egitto, continuando a perdere sempre più il loro soft power, ovvero la loro capacità di attrazione sociale, civile e morale. Questo è un processo normale, che coinvolge l’intero Occidente, visto che la nostra visione del mondo non è l’unica, anche se forse non ne siamo del tutto consapevoli. Un’amica, docente all’Università americana in Kuwait, mi ha detto che alcune studentesse hanno contestato la datazione storica del prima e dopo Cristo. Vent’anni fa probabilmente non sarebbe successo. E va anche bene che succeda, perché esistono prospettive diverse. Il problema è quando in queste riflessioni entrano in gioco gli estremismi, le religioni, le polarizzazioni da entrambe le parti».

Un pensiero va all’Afghanistan, oggi in mano ai talebani: «Credo che Biden abbia commesso un gravissimo errore - dice Magnoli Bocchi - e anche se la decisione di ritirarsi è stata presa da Trump, ha avuto quasi un anno per ripensarci. Gli Stati Uniti non avrebbero dovuto sottrarsi alle loro responsabilità, il ritiro e le conseguenze immediate che sono seguiti destabilizzano fortemente gli equilibri tra l’America e il Medio Oriente e non solo. Credo che ci sia però un modello di società migliore ed è questo che l’Occidente dovrebbe cercare di esportare, facendo crescere l’istruzione, formando una middle class e cercando un equilibrio strutturale. Oggi però è tutto più complicato, noi e soprattutto i nostri figli vivranno le conseguenze di questa polarizzazione».

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