Cerca

Eventi

Tutti gli appuntamenti

Eventi

11 SETTEMBRE: VENT'ANNI DOPO

«Dovevamo salire sulle Torri Gemelle... Poi polvere e orrore»

La testimonianza di due cremonesi: erano in vacanza per festeggiare i loro 30 anni e si sono trovati all’improvviso dentro l’inferno. Non l’avevano mai raccontato prima

Lucilla Granata

Email:

redazione@laprovinciacr.it

11 Settembre 2021 - 10:01

«Dovevamo salire sulle Torri Gemelle... Poi polvere e orrore»

Simone Cigoli e Fabio Morabito a Central Park diventato una sorta di rifugio nelle ore della grande paura subito dopo il crollo delle Torri

CREMONA - Sono passati esattamente 20 anni dall’11 settembre 2001, giorno dell’attacco alle Torri Gemelle, simbolo di New York e dell’America, da un certo punto di vista anche di tutto l’Occidente. Potete chiedere a chiunque. Tutti si ricordano dov’erano quel giorno e quello che stavano facendo nel momento in cui arrivò la notizia dell’attentato e alla televisione, quasi a reti unificate, iniziarono a trasmettere le prime immagini degli aerei che entravano nelle torri: il fumo, persone che si lanciavano nel vuoto dai grattacieli in fiamme, altre che correvano disperate, bianche di polvere e con il volto trasfigurato dal terrore. Poi il crollo e la devastazione di quello che da quel giorno è diventato, per tutti, Ground Zero. Ore di diretta che hanno tenuto il mondo con il fiato sospeso e che hanno cambiato tanto, se non tutto. Per gli Usa e non solo. Quel giorno tutti si sono sentiti un po’ americani e un po’ meno al sicuro. Davanti ad un attentato che è costato la vita a 2.996 innocenti e che ha colpito dritto al cuore non solo una città, ma quello che rappresentava, con lo scopo di non far più sentir nessuno protetto a casa sua. Tutti ricordano dov’erano e cosa stavano facendo quel giorno. Non lo dimenticheranno mai Simone Cigoli e Fabio Morabito, cremonesi che proprio quella mattina erano a New York. E che quando tutto è successo, si stavano recando a piedi alle torri, per salirvi e vedere la città dall’alto da quella che era considerata, una delle vedute più spettacolari di Manhattan. Ne parlano adesso, per la prima volta.

Simone Cigoli era a New York l'11 settembre 2001

«È strano. Pubblicamente non l’ho mai raccontato. Sono passati vent’anni, ma per molti versi ricordo tutto come fosse ieri — spiega Simone, che con Fabio, ex compagno di liceo, aveva deciso di intraprendere quel viaggio tra Stati Uniti e Canada per festeggiare i loro 30 anni —. Siamo atterrati a New York la sera del 9 settembre. Ci dovevamo fermare solo tre giorni per poi proseguire la vacanza in Canada. Saremmo andati a trovare mio padre, che era a Vancouver in quel momento. Ma i nostri piani furono stravolti da quanto avvenne, insieme alle vite di tutti i neworkesi. Ricordo che abbiamo trascorso la giornata del 10 settembre in giro per la città e che la sera abbiamo preso l’ultimo ascensore per salire sull’Empire State Building prima della chiusura. La visione di New York da lì, di notte, era veramente spettacolare: le Torri Gemelle spiccavano nello skyline. Non potevamo sapere che sarebbe stata l’ultima loro notte, che nessuno avrebbe più potuto ammirare quello spettacolo. Fu proprio quella sera, sull’Empire, che abbiamo deciso che l’indomani mattina avremmo fatto visita alle torri. Lo avevo anche raccontato al telefono ai miei famigliari a casa e lo stesso aveva fatto Fabio. E così siamo andati...».

Mattina dell’11 settembre, sveglia presto, anche a causa del fuso orario. E dopo colazione, in cammino direzione lower

Abbiamo alzato gli occhi in tempo per vedere il secondo aereo, molto basso, che da lì a pochi istanti avrebbe colpito come un missile la facciata meridionale della Torre Sud

Manhattan. «Eravamo a un paio di chilometri dalle torri quando abbiamo capito che era successo qualcosa di brutto. Il primo volo, quello dell’American Airlines, si era già schiantato sulla Torre Nord del World Trade Center. Abbiamo alzato gli occhi in tempo per vedere il secondo aereo, molto basso, che da lì a pochi istanti avrebbe colpito come un missile la facciata meridionale della Torre Sud. Abbiamo proseguito a piedi più o meno fino a Chinatown, non ricordo il punto esatto, quando abbiamo iniziato ad incontrare le prime persone di corsa dalla direzione opposta. Erano tante e tutte completamente ricoperte di polvere bianca. Ovviamente siamo tornati indietro anche noi, in albergo. Da quel momento, è stato il caos più totale. Le comunicazioni impossibili. E per diverse ore, quasi per tutto il giorno, non siamo riusciti ad avvertire casa per dire che stavamo bene. Potete immaginare la preoccupazione dei nostri genitori, che sapevano tra l’altro che le Torri Gemelle sarebbero state la prima meta della nostra giornata. Poi fortunatamente, verso sera, siamo riusciti a contattarli e a dire che stavamo bene». La stranezza: «I miei dicevano che le torri erano crollate e invece a New York la televisione sulle reti locali continuava a mandare immagini delle torri fumanti, ma in piedi. Abbiamo scoperto dopo che lo avevano fatto per non creare ancora più panico di quello che già non c’era. Per giorni siamo rimasti bloccati a New York. Non sapevamo quando e come saremmo potuti ripartire. L’isola di Manhattan era blindata, non si poteva entrare o rientrare se si decideva di uscire. Avevano cancellato tutti i voli e bloccato il traffico. La quinta strada, una delle vie simbolo della città, che taglia tutta Manhattan si può dire, era praticamente deserta. Si poteva camminare nel mezzo delle strade. Noi ci siamo rifugiati come tantissime altre persone a Central Park. Lì ci si sentiva tutti un po’ più al sicuro. Un giorno, da solo, ho provato a raggiungere a piedi il World Trade Center, ma non si riusciva ad arrivare sino a là. Avevano transennato tutta la zona da molto prima. Ma si vedeva ancora, anche a distanza, il fumo che saliva dai resti delle torri. Tanto fumo. È stato così per giorni. Dopo oltre una settimana siamo finalmente riusciti a trovare un volo che ci riportasse a Roma e da lì a casa. Quando siamo rientrati ci hanno contattato per un’intervista, ma non ce la sentivamo di raccontare, dovevamo ancora metabolizzare quello di cui eravamo stati testimoni. Io sono tornato ancora a New York. Anche per il decennale. È una città che continuo ad amare molto. Ma non dimenticherò mai quello che ho vissuto là, l’11 settembre 2001».

Fabio Morabito non è più tornato a New York

A New York, a differenza di Simone, Fabio non è invece più tornato. «Non so, ho preferito altre mete, non ho più avuto

Ricordo che ad un certo punto abbiamo visto una commessa che piangeva. Stava parlando di un incidente che riguardava uno dei grattacieli di Manhattan. Mi sembrava di aver capito che un aereo ci si era schiantato contro. Ma pensavamo ad un incidente

tempo... — rivela —. Ma sì, prima o poi ci tornerò. Simone mi ha chiesto di tornare con lui, ma gli ho risposto di no. Credo che io e lui là insieme, abbiamo già dato. Mi sembra stranissimo pensare che siano già passati 20 anni, perché quel giorno è inciso in modo indelebile nella mia memoria. La mattina dell’11 è solo per fortuna se non ci siamo trovati, non dico già sulle torri, ma quantomeno all’ingresso. Ci eravamo svegliati alle 6 di mattina per colpa del fuso e anche se avevamo fatto colazione con calma, ci eravamo messi in strada presto per raggiungere il World Trade Center. Io però ho rallentato di molto la marcia perché cercavo di chiamare casa e non funzionavano i telefoni da nessuna parte. In più siamo entrati anche in qualche negozio. Ricordo che ad un certo punto abbiamo visto una commessa che piangeva. Stava parlando di un incidente che riguardava uno dei grattacieli di Manhattan. Mi sembrava di aver capito che un aereo ci si era schiantato contro. Ma pensavamo ad un incidente e, soprattutto, pensavano si trattasse di uno di quei voli privati, con aerei da quattro posti. Non certamente un volo di linea. Si percepiva una diffusa inquietudine, fino a che non abbiamo assistito alla scena peggiore». 

Sopra le loro teste, il passaggio del secondo aereo

«Quello della United, che alle 9.03 si è infilato nella Torre Sud. Tutte quelle persone che ci correvano incontro non riuscirò mai a togliermele dalla testa. Erano tutte sporche di polvere bianca ed erano terrorizzate. Siamo corsi subito anche noi a rifugiarci in albergo e a cercare il modo di comunicare con casa per rassicurare sul fatto che noi eravamo salvi. Le comunicazioni erano interrotte e ho tentato di inviare un fax che ho conservato. L’ho spedito ma i miei non lo hanno mai letto perchè avevano finito la carta e non lo hanno ricevuto. Un’unità di crisi aperta all’ambasciata italiana ci ha chiamati. Ci hanno chiesto se stavamo bene, se avevamo bisogno di medicine o soldi. Quando abbimo risposto che eravamo a posto, ricordo che ci hanno liquidato in fretta». Era tutto chiuso a Manhattan: «Una sera siamo andati in un ristorante vicino all’albergo e ci hanno fatti evacuare anche da lì per un sospetto allarme bomba sull’Empire. Non era reale, ma siamo tornati in albergo in preda alla paura. Conservo le foto, il cappellino che ho preso là e i giornali di quei giorni. Prima o poi tornerò. Si, un giorno, tornerò a New York».

Il fax spedito e mai arrivato

«11 settembre 2001, ore 10.30 a.m. C’è stato un atto di terrorismo alle Torri Gemelle. Non c’è linea telefonica a New York per tutto il giorno e forse domani posso chiamare». Inizia così il messaggio scritto in stampatello che Fabio Morabito ha cercato di spedire via fax ai suoi famigliari un’ora dopo l’attentato al World Trade Center. I fax erano gli unici a funzionare, ma quella lettera ai suoi genitori comunque non arrivò mai, per un disguido tecnico. Resta il foglio ingiallito e spiegazzato che Fabio ha conservato comunque per tutti questi anni. 20 per la precisione. Per ricordarsi in modo tangibile, anche se i ricordi sono più nitidi che mai, quello che con l’amico Simone ha visto e vissuto quella mattina di settembre a New York. «Fuori è il caos attorno alle torri — continuava la lettera —. Comunque la mia zona è tranquilla e sto benissimo. Se potete, chiamate a casa di Simone per dire che va tutto bene. Ciao, baci a tutti». Rileggere oggi quelle poche righe fa impressione, così come guardare le prime pagine dei quotidiani americani di quei giorni. Fabio ha conservato tutto. Accanto a quel cappellino acquistato a New York con Simone, in un viaggio che doveva essere di vacanza e festeggiamenti. E che è diventato invece un appuntamento con una delle pagine più tristi e devastanti della storia recente.

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su La Provincia

Caratteri rimanenti: 400