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L'INTERVISTA

Odiatori social, il procuratore: "Querele in aumento"

Roberto Pellicano: " La libertà di esprimere il proprio pensiero non è la mera libertà di sfogarsi"

Francesca Morandi

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fmorandi@laprovinciacr.it

01 Settembre 2021 - 15:39

Odiatori social, il procuratore: "Querele in aumento"

CREMONA - Facebook e i social network sono diventati la piazza virtuale più frequentata, nel bene e nel male, perché su questa piazza si nutrono anche odio e offese sempre di più. Dal febbraio di quest’anno, il procuratore Roberto Pellicano si occupa personalmente dei reati di diffamazione, i cosiddetti reati di opinione.

Procuratore, sono aumentate le querele per diffamazione?
«Sono numerose e in costante aumento le querele per diffamazione aggravata avvenuta via Internet considerate rilevanti (che hanno cioè originato un procedimento penale). Nel corso dell’ultimo semestre, sono state circa 80. Si tratta di un numero rilevante per la Procura di Cremona. Si tratta di una attività giudiziaria che, oltre a comportare com’è ovvio significativi costi sociali, quando vi è condanna, arreca gravi conseguenze processuali alle persone; conseguenze che, con tutta franchezza, mi sono apparse in diversi casi evitabili, solo che si fossero approcciati questi strumenti di diffusione del pensiero con senso di responsabilità».

I diffamatori social sbandierano l’articolo 21 della Costituzione, la libertà di manifestare il proprio pensiero, di esprimersi.
«La libertà di opinione, per usare le parole della Corte costituzionale, è la pietra angolare dell’ordine democratico. Ogni regime oppressivo si è sempre preoccupato di limitare o controllare le fonti di informazione. La libertà di esprimere il proprio pensiero non è soltanto un diritto individuale, ma è anche un valore collettivo di cui si nutre la democrazia. È attraverso lo scambio e il confronto delle opinioni che in una comunità democratica è reso possibile confrontare e valutare criticamente le diverse posizioni, nonché comprendere quanto esse siano condivise e diffuse. In uno stato realmente democratico, perciò, la libertà di opinione non è soltanto riconosciuta come lecita, ma è incoraggiata e tutelata».

Ma la libertà di opinione ha dei paletti.
«Proprio perché l’opinione e il pensiero individuale hanno un chiaro valore sociale, essi debbono assumere nella loro manifestazione proprie caratteristiche».

Quali?
«Deve trattarsi realmente dell’espressione di un pensiero, di una idea. È evidente, ad esempio, che il puro insulto, scollegato da argomentazioni, almeno implicite, non può essere inteso come manifestazione del pensiero, nel senso che ho detto. La libertà di esprimere il proprio pensiero non è la mera libertà di sfogarsi».

Insulti, commenti sgradevoli, sarcasmo: i leoni da tastiera sono sempre in agguato.
«Nell’esaminare le querele per diffamazione, spesso mi sono imbattuto nel fenomeno dei cosiddetti haters o leoni da tastiera. Persone che, senza esprimere opinioni su argomenti o persone, si scagliano con insulti e denigrazioni, a volte di poche parole, contro qualcuno. Nella gran parte di questi casi l’argomento, l’hashtag o comunque il titolo della discussione, è solo un pretesto utilizzato per sfogare i propri impulsi antisociali, quando non addirittura vere e proprie difficoltà di adattamento. La vera critica, anche aspra, è sempre legittima, la falsificazione a fini denigratori o la pura e semplice denigrazione no».


Come tutte le novità, i social media hanno aspetti positivi e negativi.
«Le attuali forme di comunicazione hanno prodotto uno sconvolgimento sociale straordinario. Nel passato solo alcune categorie di persone, avevano il privilegio o il dovere di comunicare pubblicamente informazioni. L’informazione pubblica era monopolio della stampa, della radio, della televisione. La capacità del comune cittadino di diffondere il proprio pensiero era limitata alle chiacchierate tra amici o poche altre occasioni. Oggi i social media non solo consentono a chiunque di dire ciò che desiderano, ma anche di dirlo in uno spazio potenzialmente aperto a tutti. Queste nuove possibilità di comunicazione hanno peraltro una ricchezza di linguaggio ed una immediatezza prima impensabili. Possono essere diffusi scritti, suoni, immagini, filmati anche combinati tra loro. Da ciò deriva la particolare efficacia persuasiva e di suggestione di cui questi strumenti sono dotati. Si pensi al fenomeno del cosiddetto influencer: persone che comunicano ogni giorno con migliaia, a volte centinaia di migliaia di followers».

Sì, però i rischi ci sono.
«Su un piano astratto si tratta di un fenomeno soltanto positivo, ma che non esclude dei rischi. Si è compreso che questi strumenti debbono essere utilizzati criticamente, sia dalla parte di chi pubblica le informazioni sia dalla parte di chi le riceve e le utilizza».

Spesso si dice: l’ho letto su Internet...
«Dalla parte di chi riceve le comunicazioni è importante imparare a valutare l’affidabilità della informazione. Ed ovviamente l’attendibilità della informazione è legata alla sua fonte di propalazione. Prima era più semplice».

Prima si diceva: l’hanno detto in televisione, l’ho letto sul giornale...
«Proprio così. Questi organi di informazione sono composti da professionisti che fanno parte di un ordine riconosciuto dallo Stato, con un codice deontologico e degli organi disciplinari, e che pertanto sono responsabili di ciò che dicono. Se oggi si dicesse ‘l’ho letto su Internet’ non credo che si otterrebbe lo stesso effetto».

L’universo di Internet è pieno di fake news.
«Occorre responsabilità anche dalla parte di chi rende pubblica una informazione o un pensiero. Come dimostra la rilevanza sociale del fenomeno delle fake news, una cosa è raccontare una bufala tra amici al bar o al ristorante, diverso è raccontare la stessa bufala via Internet. Insomma, l’utilizzo di strumenti così potenti, messi a disposizione di tutti quasi improvvisamente, richiede un buon grado di cultura e responsabilità».

Servirà tempo.
«Ci vuole probabilmente del tempo e a mio giudizio saranno necessari interventi normativi, che indirizzino la collettività verso un corretto uso di questi strumenti».

Che impressione si è fatto?
«Che non tutti abbiano raggiunto il grado di consapevolezza nell’uso di questi strumenti indispensabile per non ledere i diritti degli altri o pregiudicare il cd ordine pubblico, cioè per evitare di offendere l’onore e la reputazione delle persone (articolo 595 del codice penale), procurare infondati allarmi sociali o diffondere informazioni false e tendenziose (articolo 656 del codice penale). Così come, dall’altra parte, ho notato in alcuni casi una discutibile strumentalizzazione della querela, a fini risarcitori. In un caso lessi in una querela che questa era stata presentata perché dopo diversi giorni dal fatto il querelante non aveva ricevuto le scuse dal querelato».

Diffamazione a mezzo stampa e via Internet sono sullo stesso piano.
«Forse non è noto a tutti che la giurisprudenza ha in sostanza equiparato la gravità della diffamazione commessa via internet alla diffamazione a mezzo stampa. La diffamazione semplice è un reato perseguibile dinnanzi al giudice di pace, mentre quella via internet è aggravata e conduce dinanzi al giudice ordinario. Non so quanto ci si renda conto che anche una sporadica offesa arrecata gratuitamente ad alcuno magari con un singolo commento, seppure utilizzando un nickname che non riveli direttamente la nostra identità, può essere sufficiente a farci rischiare l’incriminazione per la più grave forma di diffamazione».

Rischia anche chi mette ‘mi piace’ ?
«Ricorre frequentemente anche l’incriminazione multipla di più persone, in concorso tra loro, che si siano ad esempio unite ad un ‘coro’ di offese a commento di un’unica vicenda. Mi sono chiesto a questo riguardo quanto queste persone siano consapevoli dei rischi penali da loro corsi, in conseguenza di una battuta livorosa buttata lì in pochi secondi. In qualche caso, anche l’offesa arrecata con e-mail o via chat, quando destinata a gruppi di discussione potenzialmente aperti o comunque collegati ad una cerchia numerosa di persone, può essere considerata diffamazione aggravata».

Condannare può fungere da deterrente?
«Io non penso che l’attività repressiva sia molto utile per raggiungere l’obbiettivo di una serena e rispettosa convivenza sociale. Credo che molto di più possa fare la cultura, che tutti noi dobbiamo impegnarci davvero a promuovere ed esaltare anche nell’utilizzo delle nuove forme di comunicazione».

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