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CREMA. DODICI MESI TINTI DI GIALLO

Manico di scopa insanguinato nella casa in cui morì Sabrina

Un anno fa la scomparsa della 39enne. Altre indiscrezioni su quanto trovato dai Ris in via Porto Franco

Cristiano Mariani

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cmariani@laprovinciacr.it

15 Agosto 2021 - 06:25

Manico di scopa insanguinato nella casa in cui morì Sabrina

I Ris in via Porto Franco

CREMA - Un anno fa, il cuore di Sabrina Beccalli smetteva di battere in un appartamento di via Porto Franco. Ma i 12 mesi, trascorsi da quell’alba di morte, non sono serviti a lavar via la patina di mistero dalla fine di una mamma di 39 anni. Per la Procura, fu un delitto innescato da un’avance sessuale respinta. Per la difesa dell’unico indagato, il vicino di casa Alessandro Pasini, un malore fatale dopo una nottata di alcol e cocaina.

A custodire la verità, quelle macchie di sangue analizzate millimetro dopo millimetro nel trilocale del quartiere di Castelnuovo. E non solo le «tracce emetiche», per dirla come gli investigatori, filtrate sin nell’intonaco del corridoio e raschiate via, oppure sfregate col detersivo lungo le scale. Ma anche — l’ultimo elemento emerso dal fiume d’inchiostro versato dai consulenti — nello sgabuzzino e su un manico di una scopa, che lì si trovava. Tanto da far ipotizzare che, se di aggressione si è trattato, sarebbe iniziata proprio in quel vano, per proseguire sino al portoncino dell’appartamento e quindi lungo il pianerottolo.

Sul versante opposto, la tesi sostenuta senza mai tentennamenti da Pasini, impiegato di 46 anni finito in carcere tre giorni dopo il Ferragosto 2020, accusato non solo d’aver assassinato l’amica; ma pure d’averne distrutto il cadavere col fuoco.

Il 15 ottobre, verrà giudicato con il rito abbreviato al Tribunale di Cremona: un terzo di sconto sulla pena in caso di condanna, ma le sole indagini come elemento per decidere. Ossia le centinaia di pagine che, come detto, raccontano soprattutto di gocce e sbavature di sangue. A pronunciare il verdetto sarà il giudice per l’udienza preliminare Elisa Mombelli, lo stesso magistrato che, il primo luglio, ha aperto l’udienza.

Intanto, questa mattina, il nome di Sabrina risuonerà nuovamente nella navata della chiesa di San Bernardino, il quartiere in cui abitava. L’ultima volta era accaduto il 15 giugno, il giorno del funerale che la famiglia, affidatasi all’avvocato Antonino Ennio Andronico per seguire l’inchiesta, aveva aspettato per un tempo parso infinito. «La ricorderemo, assieme agli altri defunti della comunità, nella messa delle 10», spiega al telefono il parroco, don Lorenzo Roncali.

Che Pasini, in quel sabato torrido di un anno fa, abbia cercato di cancellare le tracce è ormai assodato. Ma lui, l’impiegato con guai per droga e rapina alle spalle, sostiene d’aver trovato il corpo dell’operaia, madre di un ragazzo di 15 anni, riverso a terra nel bagno. Quindi, di non averla uccisa. Non gli crede la titolare del fascicolo su quanto accaduto, il sostituto procuratore Lisa Saccaro.

A ingarbugliare la matassa, però, c’è un rogo: quello che l’impiegato ha appiccato alla Panda dell’amica, con il cadavere di lei disteso sui sedili posteriori, in un viottolo della frazione di Vergonzana. «Sono stato preso dal panico...», si giustificherà 24 ore dopo il fermo, durante l’interrogatorio di garanzia. Ma le fiamme, ormai, avevano ridotto il corpo in condizioni tali, da rendere necessaria la comparazione dell’arcata dentale con una vecchia radiografia, per avere la prova che si trattasse di Sabrina. Unici traumi recenti, due microfratture: una alla mandibola e l’altra alla mascella. Ed entrambe, considerate le emorragie nel tessuto cerebrale, risalirebbero a prima del decesso, ha stabilito l’anatomopatologa Cristina Cattaneo.

Pasini, difeso dall’avvocato Paolo Sperolini, assicura che il sangue si sia sparso in casa trascinando il cadavere e che l’emorragia fosse dovuta alla caduta causata dal malore. Ma ha ammesso d’aver tentato in tutti i modi di far sparire i segni di quei minuti tinti di giallo, anche saturando di gas l’appartamento per farlo esplodere. Salvo poi cambiare idea, chiudendo la valvola dello scaldabagno. A portare i carabinieri sino al lui sono state le immagini di una telecamera, che lo aveva ripreso al volante dell’auto della 39enne il pomeriggio di Ferragosto in via Albergoni (a Vergonzana quindi). Con Sabrina, Alessandro era entrato nella casa dell’ex fidanzata, in via Porto Franco, poco prima dell’alba di quel sabato. E l’aveva fatto usando una copia delle chiavi, all’insaputa della ex compagna, in vacanza in Sicilia e con la quale aveva ormai rotto. 

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