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Ingiunzione di pagamento falsificata, Guizzardi assolto

"Il fatto non sussiste": non c'è prova che sia stato l'avvocato a confezionare i documenti patacca

Francesca Morandi

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fmorandi@laprovinciacr.it

26 Maggio 2021 - 18:03

Ingiunzione di pagamento falsificata, Guizzardi assolto

CREMONA - «Io ho dato fiducia al mio avvocato. È anche una persona molto a modo». E lo è Andrea Guizzardi, l’avvocato-scrittore che in questi giorni sta festeggiando la menzione al merito per Tennista o non tennista, il suo terzo libro, al premio internazionale di poesia e letteratura Isola d’Elba. Da avvocato ad imputato, Guizzardi, è stato assolto «perché il fatto non sussiste» dalle accuse di aver falsificato un decreto ingiuntivo di pagamento apparentemente formato dal giudice di pace e il relativo atto di pignoramento di uno stenditore, tentando, attraverso i falsi, una truffa al debitore di una sua cliente. Non vi è la prova che sia stato Guizzardi a confezionare i documenti patacca spediti dalla sua mail (non la Pec) a Maria Assunta Cè, imprenditrice che a lui si era rivolta per recuperare un credito di 6 mila euro dalla società Spazio Moda di San Bassano. Ne è legale rappresentante Maria Rosa Cavalli.


Maria Assunta Cè è titolare della Cometa srl di Castelleone. Nel 2016 emette due fatture alla Spazio Moda per 6 mila euro. Alla scadenza, e non essendo stata pagata, «vado dall’avvocato Andrea Guizzardi. Gli ho pagato la prima parcella, perché mi ha detto che c’era da fare un decreto ingiuntivo di pagamento». Tutto tace. «Ogni tanto ho telefonato e scritto all’avvocato. Mi ha detto che non avevano ricevuto la raccomandata. Dopo due, tre mesi mi ha dato la stessa risposta. Mi sembrava strano. ‘Senta, avvocato, io non sono una donna di legge, mi mandi la copia del decreto ingiuntivo, è passato troppo tempo». Guizzardi le invia la mail con allegati i due atti: decreto ingiuntivo del 18 gennaio 2017 e atto di pignoramento del 31 luglio 2017. L’imprenditrice mette in pista Luca Avino, suo consulente finanziario, per recuperare il credito. «Non ho una qualifica particolare, collaboro con avvocati e commercialista», ha precisato al processo Avino che per conto della Cè, un giorno va allo Spazio Moda. E ci va a mani nude. Spiega la questione. Maria Rosa Cavalli informa il proprio legale Ugo Marazzi che ad Avino poi chiede di inviargli i documenti. L’11 dicembre del 2017 «ho girato all’avvocato la mail con gli allegati che la Cè mi aveva inviato», ha spiegato Avino. Tutto tace. A febbraio, la questura chiama l’imprenditrice Cè e «scopro che i documenti erano falsi». Mancava il timbro del depositato, la firma, il numero di repertorio. «Ma io mi fidavo del mio avvocato. In questura mi hanno detto di rivolgermi ad un avvocato. Sono andata dall’avvocato Tolomini che ha fatto una indagine. Proprio una settimana fa mi ha detto che di atti in tribunale non ce n’erano».

Il pm onorario, Silvia Manfredi, ha chiesto l’assoluzione per l’avvocato Guizzardi, perché «non vi è la certezza che sia stato lui ad inviare la mail». «In realtà, la certezza c’è, eccome — ha ribattuto l’avvocato di parte civile —. Chi altri avrebbe potuto inviare i documenti, peraltro allegati? ». L’avvocato Guido Giarrusso, difensore del collega, richiamandosi ad una sentenza della Cassazione, ha evidenziato che il documento trasmesso da Guizzardi alla sua cliente «era una mera fotocopia priva dei requisiti di forma e di sostanza capaci farla sembrare un provvedimento originale o una copia conforme».
L’avvocato scrittore Guizzardi è al suo terzo libro. E alla sua seconda assoluzione per un fatto analogo. Allora, in ballo c’era una falsa sentenza del giudice di pace, ma la querela era stata presentata fuori tempo massimo.

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