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CORONAVIRUS: LE CONSEGUENZE

Il Covid affonda il gioco d'azzardo, dimezzate le puntate

In provincia di Cremona si è passati dai 401 milioni di euro del 2019 ai 209 del 2020

Elisa Calamari

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redazioneweb@laprovinciacr.it

19 Maggio 2021 - 06:45

Il Covid affonda il gioco d'azzardo, dimezzate le puntate

CREMONA - Nell’anno del Covid, la raccolta da gioco d’azzardo legale è stata quasi dimezzata: sale slot e locali chiusi hanno comportato una riduzione drastica dei soldi spesi per tentare la sorte, sia a livello nazionale che locale. In provincia si è passati dai 401 milioni di euro di raccolta per gioco fisico del 2019, ai 209 milioni di euro del 2020. I cremonesi hanno dunque tenuto in tasca oltre 191 milioni di euro, mentre l’Erario ha perso 28 milioni. Un confronto che non è ancora possibile fare sul gioco telematico, in quanto il dato in passato non è stato scorporato, ma si sa che nel 2020 in provincia di Cremona il giocato online l’ha fatta da padrone con 160 milioni di euro raccolti.

Per Daniela Capitanucci, referente scientifico dell’associazione ‘Azzardo e nuove dipendenze’ che ha fornito i dati, la fuga

Intervistando 135 giocatori abbiamo scoperto che la chiusura delle sale slot, per loro, è stata un sollievo

online non avrebbe riguardato i giocatori patologici già in cura: «Abbiamo compiuto una indagine interessante, in quattro significative località del Nord Italia in cui si trovano Servizi di cura per le ludopatie – spiega – e intervistando 135 giocatori abbiamo scoperto che la chiusura delle sale slot, per loro, è stata un sollievo. Contrariamente a quanto si potesse pensare, infatti, la crisi di astinenza non li ha spinti a spostarsi su internet. Anzi, hanno iniziato a desiderare altro rispetto al gioco: stare con gli amici o la famiglia, viaggiare. Mentre prima parlavano solo di vincite, perdite e macchinette, dopo il lockdown hanno iniziato ad indirizzare la mente su altro. Va da sé che la tentazione fa l’uomo ladro. Ci hanno risposto che da marzo in poi si sono sentiti in una grande comunità terapeutica: ‘Finalmente sappiamo che fuori non troveremo tentazioni’. Ecco perché a nostro parere, in vista della riapertura delle sale, è importante che lo Stato impedisca a tutti i costi di fare ricadere in tentazione almeno chi già è in cura». L’indagine ha riguardato i Serd specializzati in ludopatie di Cortemaggiore (Piacenza) che ha avuto in cura anche pazienti cremonesi, Parabiago, Varese e La Spezia.
Secondo Capitanucci l’incremento di gioco online, innegabile soprattutto a livello nazionale, sarebbe da imputare a chi già prediligeva questo canale. «Perché molto spesso i giocatori sono abitudinari – spiega –, dunque difficilmente cambiano modalità. Ad esempio chi gioca a una certa slot o in un certo locale, se quelli vengono a mancare non è detto che si sposti altrove. Ci sono poi una componente scaramantica e una distorsione cognitiva: il pensiero che fa il giocatore è ‘Se io gioco sempre qua, prima o poi la slot paga’. In realtà sappiamo che non funziona così, innanzitutto perché c’è il margine del banco, che per quanto riguarda le vincite lascia al giocatore poco meno del 70%. E poi la macchinetta contiene un programma informatizzato preordinato, che stabilisce a priori quando pagherà».

Di recente è stato diffuso un rapporto sulle crescenti operazioni della Guardia di finanza per contrastare il gioco illegale, ma secondo And il crollo del fatturato dell’azzardo non significa per forza un incremento del sommerso: «A mio parere quella dello spostamento verso l’illecito è una narrativa in parte errata dell’industria – contesta infatti Capitanucci –. Gli accertamenti della Guardia di finanza sono veri, certo, ma c’erano già prima del Covid. Basti pensare ad un report del 2010 della Commissione antimafia, che ha documentato le infiltrazioni criminali nel gioco lecito. Il vero problema è la mancanza di metodi per proteggere le persone fragili. Penso appunto ai giocatori patologici in cura, ma anche ai minori: secondo l’Iss il 3% di essi, nonostante il divieto, gioca. Ecco allora che servono misure preventive e protettive, perché la tessera sanitaria non basta».

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