L'ANALISI
09 Marzo 2026 - 05:20
CREMONA - Colonna del volontariato, poeta, voce del Po e delle sue terre, cultore del dialetto, pittore autodidatta. «Ma la definizione che preferisco è cantastorie». Le storie del fiume, quelle che racconta ai bambini dell'asilo e delle elementari, incantati da come svela i segreti, le bellezze e anche le insidie della natura intorno a loro. E la sua storia personale, quella che, con l'aiuto di qualche foglio svolazzante e accanto alla stufa scoppiettante, Giovanni Gusberti, 77 anni, per gli amici Cioffi e per i suoi giovanissimi allievi Nonno Gio' o Nonno Orso da quel giorno che si presentò con il costume da orso, si prepara ora a ripercorrere.
Premessa sottolineata negli appunti sul tavolo: «Sono nato e vissuto e morirò a Stagno Lombardo». Lì tutti lo conoscono e sanno della sua passione per la cultura locale e la tradizione, non però quella ripiegata su se stessa ma intesa secondo la celebre massima di Gustav Mahler: «La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri». «Praticamente sono cresciuto nell'acqua», dice il padrone di casa. Sin da ragazzino. Andavamo di notte a catturare le rane, veniva anche il nostro vicario, don Gino, un grande educatore: lui sulla riva, io nel fosso con la lampada a carbone. Prendevamo i pesci con le mani facendo due piccole dighe e buttando via l'acqua in mezzo». Una pratica proibita. «Il guardapesca girava con un motorino Guzzi, noi lo sentivamo da lontano e ce la davamo a gambe». Per poi ritornare sul posto. «C'era poco da mangiare. Quando rincasavo con mezzo chilo di pesce, mia madre, Maddalena detta Nena, sarta come mio padre, Tolmino, era contenta anche se non avevo studiato latino o analisi logica».
Un'altra figura importante per quello studente un po' monello è stato lo zio materno, Nino. «Era un bergamino, un mungitore, aveva solo 7-8 mucche e, quindi, non gli mancava il tempo libero che dedicava a dipingere ad olio: lo guardavo meravigliato, è stato lui che mi ha insegnato quest'arte. In seguito si è trasferito a Milano a fare il portinaio, riempiva la guardiola con cavalletti e quadri che poi esponeva con successo».
Il nipote ha seguito il suo esempio rifacendosi da piccolo alle vignette di Jacovitti e da adulto a Caravaggio. Copie d'autore affisse alle pareti della casa vicino al municipio. Dopo il diploma all'Itis, indirizzo meccanica, il momento di scegliere il suo posto nel mondo. «Avevo la possibilità di essere assunto in una fabbrica dove gli operai sarebbero poi morti per l'amianto, ma per fortuna ho rifiutato. Mio padre aveva aperto un negozio di abbigliamento a Cremona, piazza Migliavacca. Un rappresentante mi ha proposto di affiancarlo: ho venduto vestiti di marchi importanti e intimo a commercianti e ambulanti. Avevo un bel giro». Se la ride: «Ho avuto in mano il 30 per cento della biancheria delle donne cremonesi».
Il contatto con gli altri è stato e continua ad essere per lui una cosa naturale. «Mi hanno sempre interessato le vite delle persone, io le ascoltavo e loro mi confidavano anche i fatti più intimi, riservati. Ho composto alcune poesie sui personaggi tipici di Stagno, gli uomini e le donne che lavoravano nei campi». È la memoria storica del paese. «Delle sue vicende passate e presenti, dei volti ma anche e soprattutto dei luoghi», interviene Giorgio Toscani, suo amico.
Sono accomunati dall'impegno nell'Auser, della cui sezione locale Gusberti è stato presidente. «Accompagnavo gli anziani alle visite mediche». Ma il suo ricordo più vivido è legato a un giovane disabile. «Arrivava il mattino in pullman dalla città, mi recavo a prenderlo in auto e lo portavo in una cascina a dare da mangiare ai vitelli: si divertiva un mondo. Così per un anno».
Il cantastorie dal cuore buono ha scritto molte pagine sul Po e la campagna, le opere dedicate da vari autori al fiume e alla sua gente riempiono un'intera sezione della libreria stipata di volumi nuovi e antichi. «Non so più dove mettere i miei fiori», punzecchia la moglie, Vittoria.
Il marito ha collaborato con il professor Riccardo Groppali («Eravamo in classe insieme, quello dei due che studiava era lui») nel ricostruire la mappa intorno a Stagno dei bodri, uno dei luoghi più belli e caratteristici della pianura padana, scaturiti dalla rottura degli argini durante forti piene. «Il degrado continua. Da una sessantina che erano i bodri sono diventati una quarantina. Sono andato a vedere quello del Lazzaretto: poverino, è tutto malandato. Anche al Fossadone, il fosso che arrivava da Cremona dove prendevamo il pesce con le mani, adesso non c'è più niente»
Nonno Gio' o Nonno Orso viene chiamato spesso nelle scuole per parlare della natura, di com'era e di com'è. Ha cominciato a tenere le sue lezioni una quindicina di anni fa. «Cerco di trasmettere l'amore per la nostra terra. Se i bambini mi ascoltano? Hai voglia! Chiedono, vogliono sapere. Li faccio disegnare, il linguaggio che preferiscono. Coloro la realtà con pizzico di fantasia per stimolare il loro interesse. Quello che ricevo è molto più di quello che riesco a dare. Una delle ultime volte ho spiegato i pericoli che in passato non c'erano, come la presenza dei cinghiali, sbucati addirittura sino al cimitero, e dei lupi. A proposito, un pomeriggio mi sono ritrovato faccia a faccia con uno di loro. E adesso? Alla fine sono fuggito in sella al motorino ma mi sono ribaltato a causa di un profondo solco lasciato sul terreno. Lui mi ha guardato per qualche attimo, poi si è allontanato».
L'istrionico narratore e il suo pubblico stanno lavorando a una nuova idea. «Un gruppo di bambini delle elementari vuole realizzare un plastico del bosco con le piantine che abbiamo raccolto». Quando lui non va da loro, sono loro che, passando davanti alle finestre della sua abitazione, vanno da lui. «Per strada mi circondano, in un attimo me li vedo tutt'intorno. Li porterò nel mio orto a vedere il nido ricoperto di foglie con quattro uova di tortora: impazziranno di gioia e curiosità».
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