L'ANALISI
25 Marzo 2026 - 05:15
CREMONA - A distanza di otto anni dalla ‘Trilogia del Male’, Roberto Costantini torna a scavare nel passato del suo personaggio più iconico, il commissario Michele Balistreri, con ‘L’amore non basta’, il romanzo più coinvolgente e maturo dell’intera serie. Un viaggio nel tempo e nello spirito che mette a nudo le contraddizioni di un uomo e di una terra, la Sardegna degli anni ’80, per occuparsi della piaga dei sequestri di persona. La scelta dell’ambientazione non è casuale né puramente estetica. Costantini ci conduce nel 1984 nel cuore pulsante e oscuro dell’isola: «Mi serviva un posto dove la violenza fosse normale, la Barbagia di quegli anni mi è sembrato il posto adatto per ambientare una storia in cui il concetto della vendetta come diritto, anzi come dovere fosse alla base». L’autore ne parla nella videointervista con Paolo Gualandris.
Balistreri è un giovane commissario distaccato per punizione a Nuoro, costretto a misurarsi con codici arcaici e insondabili, come quello barbaricino della vendetta. Il cuore pulsante del romanzo non è solo l’indagine sui sequestri: il primo caso che affronta è il rapimento di una bambina del luogo poi ritrovata morta dentro un nascondiglio sotterraneo, il secondo riguarda il figlio di una coppia molto ricca, il cui padre è a capo di una potente famiglia di palazzinari romani che ha legami con la malavita.
A contare è lo scontro intellettuale ed esistenziale tra Balistreri e il suo giovane collaboratore sardo, Filippo Martiradonna. Due visioni inconciliabili, in cui Balistreri incarna il pensiero di Friedrich Nietzsche: per lui, il destino non è scritto, ma atto di volontà, «è l’idea è che sei tu a determinare la tua vita, non il mondo sovrastante che ti condiziona». Martiradonna, all’opposto, dà voce al pessimismo cosmico di Arthur Schopenhauer, accetta la realtà con fatalismo sereno, convinto che «il mondo è più forte di noi e quindi che il miglior modo per non soffrire è di astrarsi e vivere con armonia la vita che il mondo ci offre», spiega Costantini. Una rassegnazione che Balistreri non può certo tollerare.
In questo divario si inserisce il tema del rimorso opposto al rimpianto, asse portante della psicologia di Balistreri, personaggio violento e scorretto guidato da un’idea di giustizia tutta sua oltre a essere «l’uomo che tutte le donne volevano per una notte, ma nessuna l’avrebbe scelto per la vita». E che «preferisce vivere, sottolinea Costantini, avendo molti rimorsi e pochi rimpianti, anzi nessuno. Per lui l’errore commesso agendo, cioè il rimorso, è preferibile all’inerzia di chi guarda la vita scorrere senza intervenire, cioè il rimpianto».
Tuttavia, questa filosofia si rivela pericolosa quando Balistreri, «personaggio monumento alla complessità dei sentimenti», tenta di applicarla agli altri. Con una sorta di «vagito pedagogico, influenza Martiradonna spingendolo a credere che il destino si possa cambiare, senza capire che sta causando un disastro. L’influenza negativa involontaria, in questo caso di Balistreri, porta il giovane su un cammino ricco di dolore e sangue».
Tra i due uomini si staglia Grazia Mulas, moglie di Filippo, «il personaggio decisivo del libro», spiega ancora. È vittima di un sistema patriarcale oppressivo dove, all’epoca, «in certi ambienti c’erano poche differenze tra le donne e le capre. Non chiede l’impossibile ma solo la cosa più naturale del mondo, andarsene e vivere una vita normale».
La sua ambizione, però, si scontra non solo con la realtà brutale della Barbagia, ma anche con il fatalismo del marito, creando una tensione che nemmeno l’amore può sanare, come suggerisce il titolo. «Tra Grazia e Filippo - spiega assicura Costantini-, c’è una forte base di amore, rispetto e stima. Questa non è una storia di corna ma di due persone innamorate. Che però sono come le canzoni che li rappresentano: ‘Vedrai vedrai’ di Luigi Tenco per lui che continua a dire ‘vedrai, vedrai che cambierà prima o poi la vita cambierà’, ma in realtà non fa niente perché ciò avvenga. Al contrario, la canzone di lei è ‘E dimmi che non vuoi morire’ di Patty Pravo, che dice ‘la cambio io la vita’, nel senso che a un certo punto si deve dire basta. E proprio in quel momento inizia una tragedia fatta di violenza, omicidi, dolore».
Il romanzo si struttura su due piani temporali: il 1984, dove si svolge la quasi totalità dell’azione, e il presente, con un Balistreri settantenne che rilegge il passato con quella che è diventata la donna della sua vita, Bianca. Costantini spiega che questa scelta è vitale per la risoluzione del «giallo dell’anima». Se la verità poliziesca emerge nel 1984, quella umana richiede decenni di maturazione: «Un conto è vedere le cose a 35 anni, un altro a 70: l’esperienza - spiega Costantini - mi permette di dare una soluzione non giallistica ma umana, emozionale, alla vicenda che lui non potrebbe vedere come nei suoi 35 anni».
L’obiettivo finale dell’autore non è stupire con un artificio tecnico, ma toccare il cuore del lettore, citando come modello ‘Lettera a Berlino di McEwan’. «In cui quanto mi ricordo a distanza di anni dalla lettura non sono le sorprese di chi ha ucciso chi, ma le parti emozionali». In questo viaggio dalla Sardegna arcaica fino all’estremo Nord Europa, Balistreri cerca l’ultimo lembo di verità, consapevole che, alla fine, il peso dei rimorsi è l’unico bagaglio che vale la pena portare.
La soluzione vera del giallo, quella dell’anima, avviene tanti anni dopo, in quel viaggio catartico di un Balistreri ormai settantenne. È nelle «ultime dieci pagine con l’inchiesta ormai risolta dal punto di vista strettamente tecnico che la trama incide sulle emozioni dei protagonisti, che diventano quelle dei lettori stessi. Perché, chiosa Costantini, «l’importante sono i finali emozionali. A me capita così, come lettore, con un’emozione piacevole da ricordare».
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