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Una scia di sangue bagna la dolce vita

La nuova investigatrice del poliziotto scrittore Silvis a caccia di un serial killer

Paolo Gualandris

Email:

pgualandris@laprovinciacr.it

18 Febbraio 2026 - 05:15

CREMONA - «In ‘Undici sorelle’ a un certo punto Caterina, la mia nuova investigatrice letteraria, pensa: ‘Ero una che sognava un piccolo appartamento in un vicolo piovoso di Montmartre sopra un bistrot con tovaglie a quadri rossi e bianchi e un oste che appena ti vede prepara quel bicchiere di rosso che ami tanto. Per poi salire in casa e goderti il caldo guardando dall’abbaino la nebbia fredda nella stradina illuminata dalla luce tenue di un lampione’. Ebbi lo spunto per questa storia nel dicembre del 2023 in una stretta camera dell’hotel che nel 1907 fu l’albergo a ore frequentato da James Joyce. Non era a Montmartre, ma in un vicolo di Trieste, le sensazioni furono però identiche a quelle descritte da Caterina. Le avrebbe provate anche qualunque altro matto che, come me, avesse avuto voglia di mandare al diavolo ChatGpt, prendere una penna, metterla su carta e passare qualche settimana a raccontarsi un po’».

NATALE DA INCUBO

Piernicola Silvis, poliziotto scrittore, racconta così la genesi del suo nuovo thriller, un romanzo che ancora una volta, come lui ha già abituato i lettori, non racconta solo la lunga caccia a un serial killer, ma anche l’Italia di quei tempi, dal 1988 a fine secolo. Ne parla nella videointervista online da oggi sul sito www.laprovinciacr.it. L’oscurità di Rimini non è quella che i turisti sono abituati a conoscere sotto l’abbaglio dei neon estivi. È una coltre gelida, fatta di nebbie che risalgono dall’Adriatico e vicoli deserti che sembrano trattenere il respiro. È qui, nella notte di Natale del 1988, che ha inizio l’incubo raccontato da Silvis. Non è un caso che la storia parta proprio mentre l’Italia scarta i regali. «Il giorno di Natale ha simbolismi fortissimi che tutti noi ci portiamo dietro fin dalla nascita», spiega. «Una sparizione che avviene in un giorno carico di religiosità genera un forte contrasto, e in un thriller i contrasti sono fondamentali».

CATERINA SONO IO

La vittima è la quindicenne Sofia Santarcangelo, svanita nel nulla in una città che in quegli anni era la sintesi perfetta delle illusioni italiane: sospesa tra la bella vita felliniana e la violenza della banda della Uno Bianca, 24 morti ammazzati e 133 feriti tra il 1987 e il 1994. Al centro di questa caccia all’uomo lunga undici anni c’è Caterina Barone, un’investigatrice che porta su di sé i segni di un passato difficile. Siciliana di Catania, trasferita a Rimini da Palermo per motivi disciplinari, è una donna sola, gravata da un problema fisico alla vista che rende la sua sfida ancora più ardua. Silvis, che nella vita reale è stato un super poliziotto, questore di città come Foggia e Oristano, ha proiettato in lei gran parte della sua esperienza: «Ho creato una donna che ha una carriera molto simile alla mia, perché le tempistiche sono praticamente identiche». La tensione del romanzo non nasce solo dall’azione, ma dal logorio psicologico di un’indagine che sembra non finire mai. Caterina deve affrontare un predatore metodico e spietato, che si firma Il Figlio del Tempo di Dopo, un uomo che odia le donna a causa della sua storia famigliare. Un uomo colto e inserito nella società, con un misterioso ’motivatore’ capace di fargli scattare l’istinto omicida. Un killer che si nasconde dietro una maschera di normalità, ispirato a figure reali come Dennis Rader, il famigerato BTK americano. «Si credono superiori, vedono che le cose gli vanno bene e poi cadono», osserva l’autore, sottolineando come anche il ‘Figlio’ crollerà nella presunzione di essere imprendibile.

OSTACOLI E RESILIENZA

Scrivere un thriller per Silvis non significa solo costruire un meccanismo di suspense, ma restituire la verità nuda e cruda del lavoro investigativo, con tutte le sue storture. Nelle pagine del libro emerge il sessismo ancora presente nei corridoi della polizia (anche se Silvis ammette che oggi «spesso le donne sono i migliori investigatori») e il rapporto spesso tossico con una politica più interessata all’ideologia che alla verità. «Voglio essere sincero nelle cose che scrivo», dichiara Silvis. «Ci sono sempre piccole minacce da parte del Ministero se le indagini non vanno in porto, di fronte alle quali Caterina cerca di sopravvivere cercando di restare attaccata alla sua indagine».

UNA VERA COMBATTENTE

Questa pressione è qualcosa che l’autore ha conosciuto sulla propria pelle durante operazioni di altissimo livello, come l’arresto del boss Piddu Madonia, il vice di Totò Riina nella cupola mafiosa. La sfida più grande per Caterina è però interna: l’equilibrio tra il desiderio di vendetta per le vittime e la freddezza professionale richiesta dal suo ruolo di funzionaria dello Stato. Durante gli undici anni dell’indagine, la protagonista deve reprimere i propri impulsi umani per non farsi travolgere dalla passione. «Ho alternato scene in cui Caterina prova sentimenti di sdegno umano con altre in cui la professionalità prende il sopravvento», racconta Silvis, descrivendo la fatica di restare lucidi di fronte all’orrore. ‘Undici sorelle’ è il racconto di un decennio cruciale per l’Italia, un periodo di cambiamenti profondi narrato attraverso il filtro di un mare d’inverno che gela ossa e spirito. È un viaggio nella psiche di chi uccide e di chi deve fermarlo, una narrazione in cui la tensione è palpabile perché nasce da fatti che Silvis ha vissuto personalmente: «Uno che non c’è passato non può sapere a quali pressioni tremende dell’opinione pubblica, dei media, del Ministero, si è sottoposti in un’indagine così lunga e complessa. Tutto molto snervante». In questa lotta contro il tempo e contro un male che sembra inafferrabile, Caterina diventa il simbolo della resilienza di chi sceglie di dare voce a chi non l’ha più, combattendo in un mondo dove la giustizia è spesso un percorso tortuoso e incerto.

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