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IL TERRITORIO ALLA RIBALTA

«La relazione è tossica, e la risata è inquieta»

Francesco Mandelli in scena con il monologo ‘Baby Reindeer/Piccola Renna’ al Sociale di Soresina

Nicola Arrigoni

Email:

narrigoni@laprovinciacr.it

22 Gennaio 2026 - 05:10

CREMONA - Un protagonista pop come Francesco Mandelli incontra una novità drammaturgica di grande impatto. ‘Piccola Renna (Baby Reindeer)’, testo di Richard Gadd portato al successo mondiale dall’omonima serie Netflix, arriva a teatro nella versione italiana con la regia di Francesco Frangipane e la produzione del cremonese Pierfrancesco Pisani. Uno spettacolo curioso, comico e profondamente inquieto, in scena domenica alle 17.30 al teatro Sociale di Soresina, all’interno del cartellone SiFaSera.

Il produttore Pierfrancesco Pisani 

Come nasce il tuo incontro con Piccola Renna?
«Tutto nasce dal fatto che il testo da cui è tratta la serie Netflix è in realtà un monologo che Richard Gadd portava in scena dal 2017. I diritti teatrali sono entrati in possesso della produzione e hanno pensato a me per interpretarlo. Perché abbiano scelto proprio me non lo so fino in fondo, ma probabilmente ha influito il fatto che il protagonista è un comico nella vita, un comico agli inizi, che lavora in un pub e prova a emergere».

Che tipo di lavoro ha fatto con Frangipane?
«Ci siamo trovati subito molto in sintonia. Io mi sono completamente fidato di lui: le idee sono le sue e il suo modo di lavorare è sempre molto curato. Ha costruito anche un impianto scenografico molto tecnico: una sorta di gabbia metallica, un cubo illuminato da led che cambiano colore e intensità nei vari momenti. È l’immagine di un uomo ingabbiato in una relazione tossica».

Che storia racconta ‘Baby Reindeer/Piccola Renna’?
«È la storia di un incontro apparentemente casuale. Lui è un comico squattrinato che lavora come barista, entra questa donna, lui le offre un tè, scherza, flirta. Lei però prende tutto alla lettera. Da lì parte una relazione digitale fatta di mail, messaggi vocali, un’ossessione che cresce sempre di più. Ma la cosa più disturbante è che più lei lo ossessiona, più lui diventa dipendente da questa relazione. Durante lo spettacolo lui prova a spiegare perché resta dentro questa spirale».

Il materiale è autobiografico?
«Sì, ed è una delle cose più forti dello spettacolo. Tutti i messaggi, le mail, gli audio sono quelli reali che questa donna ha mandato a Richard Gadd. Questo rende lo spettacolo potentissimo, a tratti disturbante. Le reazioni del pubblico sono molto diverse: c’è chi sorride, chi resta pietrificato, chi è profondamente scosso».

Non ha visto la serie Netflix prima di lavorare allo spettacolo. Perché?
«Per una scelta precisa. Ho letto prima il testo e ho volutamente evitato di guardare la serie, per non rischiare di imitare o farmi condizionare, anche inconsciamente».

Che personaggio viene fuori dalla tua interpretazione?
«Il tentativo è quello di far pensare al pubblico che quello che racconto sia successo a me. Cerco di essere Francesco Mandelli che racconta questa storia. La mia comicità entra nei tempi dello scritto, che in realtà non nascono per far ridere. Anzi, forse funzionerebbe ancora meglio se non si ridesse mai. È una comicità aspra, amara. C’è molto della comicità anglosassone: perfida, crudele, capace di farti ridere e subito dopo metterti a disagio».

Come si adatta una storia così anglosassone al pubblico italiano?
«Non si può riportare pari pari. Gli inglesi hanno parametri diversi, una cultura diversa, un modo di pensare che si riflette nel linguaggio e nell’umorismo. Io ho cercato di prendere quella leva e usarla per raccontare qualcosa che potesse funzionare qui, mantenendo però quell’ambiguità tra comicità e crudeltà».

Dopo tanti anni tra cinema, televisione e web, che posto occupa questo lavoro nella tua carriera?
«Si colloca come tutte le altre cose: per caso. Io cerco sempre di seguire la voglia di fare un’esperienza vera. A quasi 47 anni mi interessa fare cose che non siano routine, che mi mettano un po’ in difficoltà. Voglio tornare a casa la sera e pensare: ‘Ho fatto qualcosa che non avevo mai fatto prima’. Il risultato conta, certo, ma conta soprattutto il tentativo».

Meglio teatro, cinema o televisione?
«La televisione oggi faccio fatica a sentirla mia. Non vedo cose che mi facciano dire ‘questa la vorrei fare io’. Il teatro e il cinema invece mi piacciono moltissimo. Il cinema è più comodo per la famiglia, il teatro è più faticoso perché sei sempre in giro, ma il tour mi è sempre piaciuto».

A proposito di cinema, sta per uscire con un tuo film…
«Il 26 marzo esce ‘Cena di classe’, che ho scritto e diretto. È un film che racconta una rimpatriata di trentacinquenni che si ritrovano perché un compagno di classe muore… e quel morto sono io».

Cosa significa stare dietro la macchina da presa?
«È la quarta regia con una major e devo dire che mi piace moltissimo. Forse, da un certo punto di vista, mi piace più fare il regista che l’attore. Hai l’opera completa tra le mani e la soddisfazione è diversa, più piena».

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