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«La dissolvenza della memoria»: se il passato pesa sul mio cuore

La crisi di un uomo che scopre che nulla della sua vita è come sembra. Il cremasco Zanchi tra la tragedia del Vajont e l’angoscia della malattia

Paolo Gualandris

Email:

pgualandris@laprovinciacr.it

16 Febbraio 2022 - 05:20

CREMONA - Una tragedia personale inserita in una tragedia nazionale, il peso del passato e quello della verità, il valore delle proprie radici, il dolore, una grave malattia, la voglia di farcela, nonostante tutto. Sono tanti i temi dei quali che lo scrittore cremasco Lauro Zanchi ha «caricato» il suo romanzo «La dissolvenza della memoria», libro che gli ha fruttato numerosi premi e che sta vivendo una seconda giovinezza grazie al secondo posto al concorso Casa Sanremo Writers, contest letterario legato al recente Festival della Canzone italiana, che visto la partecipazione di cento finalisti.

Un romanzo intenso sulla storia, sulla memoria, sull’introspezione, che scava nell’anima di un uomo che vede andare in frantumi quanto in cui ha creduto e che cerca faticosamente di ricostruirsi, di ridare un senso a tutto ciò che sembra non averne più. Il protagonista è Vittorio Verbini, maestro elementare di Crema. Ha una vita serena, una moglie che lo ama, due figli che stanno trovando il loro posto nel mondo, un lavoro che fa con passione da anni. Certo, ha dovuto affrontare la delusione del padre, stimato avvocato che avrebbe voluto lasciargli lo studio, ma alla soglia dei cinquant’anni, la sua vita è ormai incanalata su binari tranquilli. Poi, un giorno, una diagnosi medica rovescia tutto. Nulla di grave né incurabile, una malattia genetica che si può tenere sotto controllo con i giusti farmaci. Ma il problema sta proprio in quel termine «genetica».

I suoi genitori sono sani, dunque qualcosa non torna, qualcuno ha nascosto la verità. Confuso, arrabbiato, smarrito, Vittorio inizia un viaggio nel suo passato che ora gli appare come una terribile menzogna, alla ricerca di quelle radici strappate che ora pulsano e sanguinano come una ferita. E la sua piccola storia finisce per intrecciarsi con una grande tragedia italiana, con la notte di ottobre del 1963 in cui un muro d’acqua travolse Longarone e i suoi abitanti. Una notte di paura e morte, iniziata con il bacio di una madre e l’augurio di sogni sereni. «È la storia di un maestro di Crema, la mia città, che inizia un viaggio che lo porta nel passato alla ricerca delle proprie radici e scopre di non essere la persona che credeva. Percorrendo questo viaggio a ritroso scopre tante cose, tante persone, fin che poi succede qualcosa, che qui non dico per non togliere la sorpresa ai lettori, che accade in un posto molto caro a noi cremaschi. Visto che è il quotidiano La Provincia che mi intervista mi pace farlo sapere».


La domanda centrale del libro è stampata in copertina: quanto pesa il passato sul cuore di un uomo? «Quando si scopre un passato totalmente differente rispetto a quello che si credeva è cosa talmente destabilizzante da mettere in gioco l’esistenza stessa di quella persona - spiega Zanchi-. La dissolvenza della memoria è evocativo perché, nel caso del protagonista, la memoria si resetta e quindi la domanda è: quanto pesa nella vita di un uomo scoprire un’origine differente, una narrazione differente e il venire meno di alcune certezze? Tantissimo. Tant’è che il protagonista entra in profonda crisi con se stesso». Centrale, nel romanzo, è anche la malattia, la talassemia. «Da persona sana sono entrato in contatto con questi tipo di patologia. Volevo raccontare due cose: la malattia e la tragedia di Longarone, ho trovato un punto di unione e quindi il protagonista fa un viaggio a ritroso e incontra la vicenda del Vajont, che è sempre molto triste, ancora attuale, che non va dimenticata perché credo che sia una delle più grandi tragedie del nostro Paese».


Zanchi è appassionato di ciclismo, partecipa sotto varie forme al Giro d’Italia. Un amore, quello per le bici, che non poteva restare fuori dal romanzo. Vi entra grazie a «una figura della mia fantasia che però ripercorre alcuni momenti della mia vita. Ovviamente, essendo ambientato negli anni Sessanta del secolo scorso – almeno quella vicenda legata al ciclista – è chiaro che io non ho vissuto il ciclismo di quel periodo, però ho voluto mettere alcune conoscenze, alcune esperienze, e farle raccontare da questo Pepi Tiron». Gregario di Gastone Nencini al Tour del 1960 e , come si legge nel libro, « uno dei più fidati uomini del capitano toscano che lo aiutarono a riportare in Italia la maglia gialla». A lui e ai suoi ricordi si deve una delle svolte chiave del romanzo.



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