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Marco Vichi: “È tutta colpa di Dürrenmatt”

Lo scrittore è tornato in libreria con la decima avventura del commissario Bordelli, “Ragazze smarrite”

Paolo Gualandris

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pgualandris@laprovinciacr.it

04 Agosto 2021 - 14:20

CREMONA - “È tutta colpa di Dürrenmatt”, come ammette Marco Vichi, protagonista della videointervista di oggi a cura di Paolo Gualandris, se la letteratura italiana può vantare uno scrittore capace di raccontare l’Italia e gli italiani partendo da un delitto. Perché i suoi romanzi non sono solo gialli. Certo, ci sono omicidi e indagini per scoprire gli assassini. Ma soprattutto c’è uno sbirro tra i più amati in assoluto dai lettori: il commissario Bordelli. Tutta colpa di Dürrenmatt, si diceva, perché, come spiega Vichi, “da lettore non ho mai amato il giallo per il giallo, non sono interessato all’intreccio poliziesco e ai meccanismi investigativi, alle indagini complesse che mettono in secondo piano l’umanità dei personaggi. Le mie letture sono sempre state lontane dal giallo classico. Poi ho incontrato Dürrenmatt, che ha usato il poliziesco per fare indagini umane e per raccontare l’intervento del Caso sulla vita umana, anche su quella di un commissario. Allora mi sono detto: ma guarda un po’ che magnifica letteratura si può fare con un commissario. E così, quando ancora non avevo pubblicato un solo libro, senza nessuna pretesa mi sono messo a giocare anche io con il genere”.  E’ tornato in libreria con la decima avventura del commissario, Ragazze smarrite, ma è una storia che parte da lontano. “Quando nel 1995 ho cominciato a scrivere del commissario, immaginavo una storia ambientata nell’attualità, poi a pagine tre Bordelli è salito sul suo Maggiolino, e subito ho pensato agli anni Sessanta, perché mio padre aveva quella macchina, che io adoravo. E mi sono innamorato dell’idea di raccontare quell’epoca perduta, così lontana e così vicina al tempo stesso”.


E’ stata un’intuizione felice quella del fiorentino Marco Vichi, che proprio in quell’epoca perduta ha ambientato dieci splendidi romanzi con protagonista il commissario,  poliziotto ora sessantenne e con il sogno-incubo della pensione, celibe, ex partigiano, con alcune relazioni sentimentali fallite alle spalle e una relazione spettacolare nel presente e, - così almeno lui spera- nel futuro. É un poliziotto tutto dedito al suo lavoro senza orari, ha una vita disordinata, fatta anche di tanta solitudine e di lunghe passeggiate. Un gruppo ristretto di amici carissimi gli fa da indispensabile contorno per raccontare in modo originale l’Italia (e la toscana) di quei tempi e soprattutto le cose degli uomini. Ma soprattutto è uomo di legge, sempre dalla parte di chi cerca di sbarcare in qualche modo il lunario. E’ amico di ladruncoli, piccoli truffatori, prostitute e sbandati, perché, nonostante queste siano persone finite ai margini della società, additati e disprezzati dalla cosiddetta gente perbene, hanno anch’essi una propria dignità e codici d’onore a cui attenersi. Bordelli è umano, impulsivo, ancora timido quando deve approcciare una bella ragazza. Un poliziotto generoso, spesso accusato dai suoi superiori di essere troppo comprensivo verso chi è costretto a rubare per necessità.

Svolge la questa sua (per ora) ultima indagine nel marzo 1970. Manca poco più di una settimana alla pensione, e ancora non riesce a immaginare come si sentirà. Si augura che in questi giorni non avvengano altri omicidi: non vuole rischiare di lasciarsi alle spalle un mistero non risolto, ma il destino gli ha riservato una spiacevole sorpresa, e si trova ad affrontare il suo caso forse più difficile. Lungo il greto di un fiumiciattolo del Chianti, in località Passo dei Pecorai, proprio a pochi chilometri da casa sua, viene scoperto il cadavere di una ragazza. Nessuna denuncia di scomparsa, nessun documento d’identità, nessun testimone, nulla di nulla. Si avvicina il due di aprile, il suo sessantesimo compleanno, dunque il suo ultimo giorno di lavoro, e il commissario comincia a temere che quel delitto, dietro il quale sembra nascondersi qualcosa di disgustoso, resti impunito. Il tempo passa, e non emerge niente che aiuti l’indagine. Bordelli è sempre più amareggiato, non può sopportare che i colpevoli restino in libertà, e nonostante tutto giura a se stesso di trovarli.


In una originale e insolita intervista al suo stesso personaggio pubblicata da Il libraio.it, Vichi gli fa spiegare i motivi più profondi della sua scrittura. Vale la pena di perdere qualche minuto per leggerla.


Nelle tue indagini, nella tua vita, riaffiorano spesso i ricordi. In generale, tu hai un profondo legame con il tuo passato, e incontri spesso persone che devono fare i conti con qualcosa di ancora aperto e irrisolto nel loro. Come vivi questo continuo rapporto e insieme l’avanzare del tempo, e della vecchiaia?
“Soprattutto a partire dal dopoguerra, il passato ha cominciato a far parte della mia vita quotidiana, e con il trascorrere del tempo ha avuto sempre più importanza, ha occupato sempre più spazio nei miei pensieri. La guerra, appunto, ha lasciato una gran folla di ricordi nella mia memoria, ma anche l’infanzia e l’adolescenza sono tornate a bussare alla porta del mio presente. Dicono che camminare in avanti con lo sguardo rivolto verso il passato sia un segno di vecchiaia, mentre forse è solo il coraggio di fare i conti con i propri rimpianti e i propri rimorsi. Ma il tempo che scorre mi ha sempre fatto pensare a una incomprensibile crudeltà”.


Il tuo vissuto ti ha fatto scoprire quanto a volte sia sfumata la linea che separa un criminale da un innocente. Al tempo stesso hai conosciuto uno dei momenti più tremendi della storia del nostro Paese, in cui bisognava scegliere da che parte stare. Qual è, se ce n’è una, la tua idea di giustizia?
“Summum ius, summa iniuria, scriveva Cicerone, citando queste parole come antico proverbio. Sono d’accordo con quella frase, avrei potuto scriverla io. Applicare la Legge senza osservare ogni crimine con attenzione rischia di trasformare la Giustizia nel suo opposto. La Legge deve essere uno strumento nelle mani della Giustizia, non può sostituirsi al pensiero umano. Forse a volte, nel mio lavoro, ho applicato questo concetto in modo un po’ estremo, ma ho sempre preferito prendermi delle responsabilità, anche scomode, piuttosto che commettere un atto di ‘giustizia ingiusta’. Ma non sono quelli, i rimpianti che pesano sulla mia coscienza”.


Hai combattuto tra le fila dell’esercito badogliano per liberare il Paese dal nazifascismo, ma non ti piace come è stato ricostruito questo Paese. Sei un commissario di polizia, ma non sempre sembri a tuo agio nel rappresentare lo Stato. Visto tutto questo, come definiresti i tuoi sentimenti per l’Italia?
“Generalizzare non è mai sano: in Italia ci sono persone bellissime e persone pessime. Sono costretto a dividere le cose. Dunque amo l’Italia, ma la detesto. Amo la sua bellezza, la sua umanità, la sua fantasia, la sua generosità, la sua arte, il suo cibo. Detesto la sua bruttezza, la sua grettezza, la sua volgarità, il suo egoismo, la sua ignoranza, la sua disonestà… Non mi piace come dopo la guerra gli italiani – in generale – hanno cercato di assolversi: non è vero che il fascismo era una dittatura all’acqua di rose che non ha mai ucciso nessuno, e che i veri cattivi erano i nazisti. Tanto per fare un accenno a ciò che voglio dire… Purtroppo l’Italia, in Africa e altrove, ha commesso crimini di guerra assai tremendi, ma ha potuto farli apparire meno gravi grazie al paragone con l’atrocità inarrivabile dei campi di sterminio… Un po’ come dire che in confronto allo stupro e all’omicidio di un bambino, un “semplice” assassinio in fondo è poca cosa. Inoltre, per via dell’Armistizio, l’Italia ha potuto evitare un processo come quello di Norimberga. Graziani e Badoglio, due criminali di guerra richiesti a gran voce da vari stati, non sono mai stati processati. Ma andiamo avanti, sennò parlo solo del fascismo e della guerra… Non mi piace la naturale tendenza degli italiani a infrangere le regole per il gusto di farlo, per sentirsi liberi, mentre la libertà è invece saper vivere insieme agli altri rispettando le regole comuni. Insomma non mi piace il poco senso dello Stato della maggioranza degli italiani, che ha certamente un’origine storica legata alle dominazioni straniere e alla vergognosa “gestione” sabauda del Regno d’Italia, ma insomma, sono passati molti decenni, sarebbe l’ora di cambiare. Sempre per fare un paragone, è un po’ come giustificare un trentenne che porta ancora alla mamma i panni da lavare perché da bambino non ha imparato a usare la lavatrice, mentre potrebbe leggere le istruzioni e imparare”.

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