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CREMONA A TEATRO!

Graces, la danza al Ponchielli oltre gli stereotipi

Doppia performance di Silvia Gribaudi e della sua compagnia. Ispirata alle Tre Grazie di Canova, la coreografia trasforma in arte l’imperfezione

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bcaffi@laprovinciacr.it

25 Maggio 2021 - 20:19

CREMONA - Si pensa alla danza e la mente corre a fisici scultorei, a corpi femminili eterei, all’insostenibile leggerezza di chi sfida la forza di gravità facendo dell’aria il proprio elemento. Grazia, bellezza, armonia, inseguendo un ideale estetico non lontano da quello dell’arte classica. E poi c’è Silvia Gribaudi. Danzatrice, coreografa, performer. Fuori misura e sovrappeso, capace di trasformare in arte l’imperfezione. Il pubblico cremonese ha potuto finalmente conoscerla oggi, impegnata al Ponchielli in una doppia messa in scena di Graces. Anche questo era uno spettacolo inserito nel cartellone dello scorso anno, tra i più attesi proprio per la ventata di novità che porta con sé.

Ispirandosi alle Tre Grazie che Antonio Canova ha scolpito tra il 1812 e il 1817 - ne esistono due versioni, una custodita all’Ermitage di San Pietroburgo, l’altra al Victoria and Albert Museum di Londra -, Gribaudi va in scena con tre danzatori: Siro Guglielmi, Matteo Marchesi e Andrea Rampazzo. E qui il pensiero va - a sessi rovesciati - all’Apollon Musagète di George Balanchine, ancora una volta a un’idea di danza che sa di perfezione.

La coreografia di Silvia Gribaudi è un viaggio, ironico e intelligente, contro stereotipi e luoghi comuni. Lo spettacolo è nato insieme a Matteo Maffesanti, regista, formatore e videomaker.

Maschile e femminile si incontrano, giocano liberi di seguire il ritmo della natura e non quello delle imposizioni sociali o di genere. Se il mito riporta a tre figlie di Zeus - Aglaia, Eufrosine e Talia - che effondono splendore, gioia e prosperità, i ballerini vanno oltre l’apparenza, accompagnano e accettano le trasformazioni fisiche, assecondando il ritmo della natura. Da tempo Gribaudi indaga sugli stereotipi di genere, sull’identità del femminile e sul concetto di virtuosismo nella danza e nel vivere quotidiano, andando oltre la forma apparente, cercando la leggerezza, l’ironia e lo humour nelle trasformazioni fisiche, nell’invecchiamento e nell’ammorbidirsi dei corpi in dialogo col tempo.

La coreografa ama definirsi ‘autrice del corpo’ e mette al servizio delle sue creazioni una comicità crudele ed empatica, associata a una danza che sconfina nel teatro e nelle arti performative. Il lavoro sul corpo si accentuato nei mesi della pandemia. «Prima era un’abitudine, si dava quasi per scontata la presenza degli spettatori - ha detto Gribaudi -. La pandemia, con i suoi limiti imposti, ci ha fatto capire quanto il pubblico sia importante e necessario alla buona riuscita di uno spettacolo.

Quasi un anno di teatri vuoti ha portato i danzatori a instaurare una relazione più intima con il proprio corpo. Penso che questa intimità porterà di conseguenza a una rapporto più sincero con il pubblico e il ritrovarsi porterà una gioia infinita.
Al termine dell’ultimo spettacolo che abbiamo fatto a marzo a Barcellona, ad esempio, alla fine c’è stato un applauso che andava oltre lo spettacolo. Era un applauso commovente, pieno di speranza, di voglia di lottare e di sentire ancora quell’emozione».

RIPRESE: FOTOLIVE/JONATHAN TOTO

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