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Nozze di Sangue
Tratto dall'opera di García Lorca: una tragedia greca e contemporanea

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24 Aprile 2017 - 14:02

Nozze di sangue, la definiva memoria poetica, Federico García Lorca. Un concentrato mitico in verità, tutt’altro che naturalistico, di parole e dialoghi popolari uditi nell’infanzia e reinventati nel teatro tragico di un’opera come Nozze di sangue . Senza fare psicologia, Lorca sapeva far emergere il nucleo tragico nei destini dei personaggi che sanno senza sapere se non quello che suggerisce loro l’istinto – l’essenziale, pour cause. Nozze di sangue, riscrive un fatto di cronaca di quegli anni, una storia di cupa passione. Sentimenti fuori controllo di una donna alle prese con un matrimonio opaco, a fronte di un rapporto precedentemente avuto con un altro uomo che, balordo la sua parte, e già sposo di un’altra, pensa bene di far saltare l’evento a lui poco gradito con un ingresso sulla scena sbagliata nel momento sbagliato. Prima che i due uomini se la contendano, il secondo lancia il suo grido contro la disinvoltura relativistica che nella cultura del ‘900 avrà spesso la meglio: “Tu credi che il tempo guarisca e che i muri proteggano e non è vero, non è vero!!”.
La potenza sotterranea del dubbio sobilla vita psichica e corporale dei personaggi. La natura tiene insieme le emozioni assolute di una parte di mondo – uomini e donne legati a una sorta di ruralità ancestrale cui Lorca era molto sensibile. Niente può salvarli, nemmeno le avvisaglie di una catastrofe che incombe da subito.
Se lo sposo prova a rassicurare la madre sulla conoscenza reciproca della futura moglie: “Le ragazze devono guardare bene con chi si sposano”, la donna lo asseconda solo in apparenza: “Sì. Io non ho guardato nessuno. Ho guardato tuo padre e quando me lo hanno ammazzato ho guardo il muro di fronte. Una donna con un uomo, e basta.” E ancora non sa che l’altro è lo stesso uomo che le ha già ucciso il marito e il primogenito.
Non v’è più nulla in quest’opera di leggero, vi risuona invece il canto tragico di un’Andalusia mitica di cui Lorca fu interprete autentico ma tutt’altro che ingenuo.

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