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Narrativa d’altri tempi

Con ''Storia di chi fugge e di chi resta'' Elena Ferrante conclude la trilogia

Barbara Caffi

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lromani@laprovinciadicremona.it

03 Dicembre 2013 - 17:52

Con ''Storia di chi fugge e di chi resta'' Elena Ferrante conclude la trilogia
Storia di chi fugge e di chi resta
di Elena Ferrante
pagine 382, euro 19,50
edizioni e/o
Storia di chi fugge e di chi resta
di Elena Ferrante 
edizioni e/o - pagine 382, € 19,50 

Ha il respiro della narrativa
d’altri tempi la ponderosa
trilogia di Elena Ferrante
che, dopo L’amica geniale
e Storia del nuovo cognome, si è chiusa
con la recente Storia di chi fugge e di chi
resta. L’ambivalente rapporto tra Lila/
Lina ed Elena si snoda nei decenni
che vanno dalla fine della seconda
guerra mondiale agli anni Settanta, in
un periodo cruciale per le vicende personali
delle due amiche, ma anche
per la storia d’Italia. E il fatto che Napoli—
o meglio, il rione—sia coprotagonista
del romanzo e non solo amplifica
ogni cosa, dilata il senso degli
eventi, acuisce il dramma e lo rende
tragedia, riporta conflitti e tensioni sociali
a una violenza primordiale. Lila,
intelligenza rabbiosa, si è sposata ragazzina,
ha lasciato il marito e lavora
in una fabbrica. Lina,meno dotatama
più tignosa, riesce a studiare, si laurea
addirittura alla Normale di Pisa, scrive
un libro dirompente e di successo, soffoca
le sue velleità intellettuali in un
matrimonio borghese di poco fuori
dagli schemi. E mentre la prima trova
una forma di riscatto, imparando a fare
la programmatrice elettronica, la seconda
si inabissa sempre più nella routine
di coppia, inseguendo — lei che
pur si scalda nei circoli femministi —
il sogno di un vecchio o nuovo amore.
Amiche sì, ma più o meno consciamente
invidiose l’una dell’altra, sempre
guardinghe, smaniose. Ferrante è
abilissima nel tratteggiare il loro rapporto
ambiguo, il volersi bene che è
anche volersi male, la competizione
celata dietro sorrisi ipocriti. E questo
gioco di opposti è lo stesso su cui è ordita
la tessitura narrativa di Ferrante,
che evidenzia contrasti e contraddizioni
tra persone, mondi, classi sociali,
quasi a dimostrazione che quanto avviene
ogni giorno nel rione—popolato
di poveracci e malavitosi — sia lo
specchio, solo più violento e primitivo,
della società tutta, scossa peraltro
negli anni di cui si narra nel romanzo
dalle lotte studentesche e operaie,
nonché dal nascente terrorismo.
Ma la forza di Ferrante è soprattutto
nella lingua, sciacquata all’ombra del
Vesuvio e resa vivida proprio dalle
espressioni napoletane, nella descrizione
impagabile di certi affreschi —
su tutti il pranzo a casa Solara—che rimandano
alla migliore tradizione letteraria
partenopea da Anna Maria Ortese
a Raffaele La Capria.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Ha il respiro della narrativad’altri tempi la ponderosa trilogia di Elena Ferrante che, dopo L’amica geniale e Storia del nuovo cognome, si è chiusacon la recente Storia di chi fugge e di chiresta. L’ambivalente rapporto tra Lila/Lina ed Elena si snoda nei decenni che vanno dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni Settanta, in un periodo cruciale per le vicende personalidelle due amiche, ma anche per la storia d’Italia. E il fatto che Napoli—o meglio, il rione—sia coprotagonista del romanzo e non solo amplifica ogni cosa, dilata il senso degli eventi, acuisce il dramma e lo rende tragedia, riporta conflitti e tensioni sociali a una violenza primordiale. Lila, intelligenza rabbiosa, si è sposata ragazzina, ha lasciato il marito e lavora in una fabbrica. Lina, meno dotata ma più tignosa, riesce a studiare, si laurea addirittura alla Normale di Pisa, scrive un libro dirompente e di successo, soffoca le sue velleità intellettuali in un matrimonio borghese di poco fuori dagli schemi. E mentre la prima trova una forma di riscatto, imparando a fare la programmatrice elettronica, la seconda si inabissa sempre più nella routine di coppia, inseguendo — lei che pur si scalda nei circoli femministi —il sogno di un vecchio o nuovo amore. Amiche sì, ma più o meno consciamente invidiose l’una dell’altra, sempre guardinghe, smaniose. Ferrante è abilissima nel tratteggiare il loro rapporto ambiguo, il volersi bene che è anche volersi male, la competizione celata dietro sorrisi ipocriti. E questo gioco di opposti è lo stesso su cui è ordita la tessitura narrativa di Ferrante, che evidenzia contrasti e contraddizioni tra persone, mondi, classi sociali, quasi a dimostrazione che quanto avviene ogni giorno nel rione—popolato di poveracci e malavitosi — sia lo specchio, solo più violento e primitivo, della società tutta, scossa per altro negli anni di cui si narra nel romanzo dalle lotte studentesche e operaie, nonché dal nascente terrorismo. Ma la forza di Ferrante è soprattutto nella lingua, sciacquata all’ombra del Vesuvio e resa vivida proprio dalle espressioni napoletane, nella descrizione impagabile di certi affreschi —su tutti il pranzo a casa Solara—che rimandano alla migliore tradizione letteraria partenopea da Anna Maria Ortesea Raffaele La Capria.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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