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CALCIO. IL PERSONAGGIO

Ecco la nuova vita di Brignani: «Così difendo in Spagna»

Il centrale di Ostiano secondo in classifica in B con il Castellón

28 Febbraio 2026 - 05:10

Ecco la nuova vita di Brignani: «Così difendo in Spagna»

CREMONA - Dal freddo della pianura lombarda al sole della costa valenciana, Fabrizio Brignani ha cambiato scenario, ma non ambizione. Cresciuto calcisticamente tra Ostiano (suo paese), Cremona e Mantova, oggi protagonista con il CD Castellón nella Serie B spagnola, il difensore sta vivendo una stagione di svolta, dentro e fuori dal campo. Centrale strutturato e affidabile, Brignani non è però il classico difensore che si limita a chiudere: nel suo bagaglio c’è anche il feeling con il gol. Dai tempi delle giovanili, dove forse ha sviluppato il vizio per la rete iniziando come attaccante, fino alle ultime stagioni tra i professionisti, ha sempre saputo rendersi pericoloso sulle palle inattive e negli inserimenti, qualità che in Spagna sta trovando ulteriore spazio in un sistema di gioco più aperto e propositivo. Tra il mare a pochi passi da casa, un calcio più offensivo rispetto a quello italiano e una nuova mentalità da assimilare, Brignani racconta il suo ambientamento in Spagna, le differenze tra i due campionati e un percorso personale che lo sta portando a maturare.

È passato dal clima di Ostiano al caldo di Castellón in Spagna...
«È stato un bel salto. Devo dire la verità ma mi sto trovando molto bene. Quando torno dalla mia famiglia a Ostiano sono felicissimo, ma qui a livello climatico è un’altra vita. Ho trovato una casa bellissima, vicino alla spiaggia, sono stato fortunato. La qualità della vita è incredibile, superiore anche a quello che mi aspettavo. Sono in un posto spettacolare, a un’ora da Valencia, quindi anche molto comodo. Appena ho tempo vado al mare, mi sto davvero godendo questa esperienza».

Che differenze ha trovato tra la Serie B italiana e quella spagnola? E tra il calcio italiano e quello iberico in generale?
«Il tipo di calcio è completamente differente da quello italiano, all’inizio infatti ho faticato. Penso che a livello di dribbling e qualità tecnica i giocatori siano più forti. È un calcio meno difensivo e meno tattico rispetto all’Italia. Un giocatore offensivo spagnolo in Italia farebbe più fatica perché le squadre sono più chiuse. Vale lo stesso per un difensore italiano che va a giocare in Spagna, può trovare più difficoltà perché c’è meno tatticismo e più spazi aperti, quindi meno aiuti, infatti mi sono dovuto adattare sia al gioco sia agli allenamenti. Qui si lavora molto su situazioni tecniche, inferiorità numerica, gioco aperto. Si preparano meno le partite dal punto di vista tattico e si punta più sul giocare e divertirsi. All’inizio è stato complicato, ora sto iniziando ad apprezzare molto questo approccio».

Il suo approccio mentale è cambiato ora che lotta per la promozione e non più per salvarsi?
«A livello personale è cambiato poco, perché sono uno che dà sempre il massimo. Amo la mia quotidianità dagli allenamenti al recupero. È la mia vita. Che sia salvezza o promozione, io do sempre tutto. Ovviamente però quando lotti per salire in Liga, vivi sull’onda dell’entusiasmo, senti l’amore dei tifosi che ti spinge. Quando lotti per salvarti, invece, senti più pressione e diventa più pesante».

Che rapporto ha con i tifosi?
«In Italia c’è molto amore per il calcio, è molto sentito, a volte forse troppo, qui in Spagna invece è diverso: sono innamorati del calcio ma senza superare i limiti. Ti amano e ti sostengono, ma rispettano molto la privacy. Racconto un episodio: a inizio anno, appena arrivato qui, ero in spiaggia con altri compagni e abbiamo passato tutta la giornata accanto a una famiglia che non ci ha detto nulla. Solo quando stavamo per andarcene, ci hanno salutato dicendoci che erano tifosi del Castellón ed erano felici di averci in squadra. Inoltre, non esistono trasferte vietate, i tifosi avversari vengono allo stadio tranquillamente, si incontrano nei bar senza problemi anche se tifosi di due squadre opposte. È proprio un’altra mentalità».

Ha trovato differenze nelle strutture e nell’organizzazione?
«Sì, in Spagna per quello che ho visto finora sono molto più all’avanguardia strutturalmente parlando. La società sta investendo tanto: stanno costruendo un nuovo centro sportivo, abbiamo già due campi pronti, palestra, uffici, spogliatoi nuovi. In Italia non è così scontato. Anche gli stadi sono molto belli e moderni, spesso pieni. Ho la sensazione che qui siano più avanti».

Ha avuto difficoltà con la lingua?
«Pensavo peggio, a esser sincero. Dopo due o tre settimane inizi già a comprendere e a farti capire. Ora parlo abbastanza bene, ho fatto anche qualche intervista in spagnolo. Per continuare a migliorare, la società ci ha messo a disposizione un’insegnante due volte a settimana».

Come si trova con i compagni?
«Molto bene, non sono l’unico italiano ho legato molto con Ronaldo (passato in Italia, ex Vicenza) e De Nipoti (ex Atalanta) e per via della lingua passo molto tempo con loro, ma l’intero gruppo-squadra è unito. Non ci sono divisioni forti, è un bell’ambiente».

Suo papà giocava centrale nell’Ostiano: è stato lui a indirizzarla verso quel ruolo?
«Sì, mio papà faceva il centrale, ma io ho iniziato da attaccante e poi centrocampista nelle giovanili della Cremonese. Una volta arrivato negli Allievi, mister Bencina ha deciso di abbassarmi a difensore centrale e col tempo mi sono molto appassionato a questo ruolo. Nella scelta non ha inciso mio papà».

È sempre stato un difensore col vizio del gol. Ora in Spagna si sente più libero di salire e aiutare i compagni?
«Sì, qui è proprio una richiesta della società e del mister: il difensore deve giocare, impostare e quando può inserirsi. Non deve limitarsi alla fase difensiva. L’identità è offensiva, tutti devono partecipare all’attacco».

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