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La storia di Usini

Da campione europeo a carrozziere

Il pugile cremasco tra grandi vittorie e delusioni: 'Nauseato da questo ambiente'

Giorgio Barbieri

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redazione@laprovinciacr.it

04 Gennaio 2022 - 16:17

Da campione europeo a carrozziere

CREMONA -  «Il pugilato è stato il mio mondo ma a 33 anni ho deciso di smettere, nauseato dal sistema che sta dietro a questo sport». Parole dure, ripetute più volte da Silvano Usini, tre volte campione intercontinentale e per cinque volte da professionista sul podio più alto in Italia, categoria Leggeri, Piuma e Superpiuma. Quando si è trattato di decidere se andare avanti o chiudere ha scelto la seconda strada, dedicandosi completamente alla sua AutoCarrozzeria Italia di Bagnolo Cremasco.

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Ci spieghi meglio.
«Mi sono inventato carrozziere, adesso sono del mestiere. Il pugilato mi ha dato tanto ma durante la carriera ho dovuto sopportare anche parecchie umiliazioni. Avrei sicuramente meritato di più, ma non sempre ho incontrato lungo la strada le persone giuste».

Silvano Usini sino a 17 anni è stato un bravo calciatore nella squadra del Monte Cremasco che allora militava in Prima categoria.
«È vero, sono stato un buon calciatore, partito come terzino per poi diventare centravanti. Allora gli amici mi chiamavano ‘Maradona’, più per la capigliatura che per il modo di giocare. Poi mi sono rotto entrambe le gambe in un incidente in moto e non ho più potuto scendere in campo».

Nato a Crema, ma da sempre vive a Monte Cremasco.
«Sono nato in ospedale a Crema il 4 febbraio 1971 ma casa mia è sempre stata a Monte Cremasco. Abitavo con i miei genitori ai margini del paese, dove c’era ancora la campagna. Adesso è tutto cemento, non riconosco più i luoghi della mia infanzia. Papà Guerino è di Sabaudia, provincia di Latina e mamma Angelina di Monte. Si sono incontrati qui in paese quando mio padre è stato trasferito per lavoro al Nord. Entrambi vivono ancora a Monte. La mia infanzia è stata come quella degli altri bambini, anche se io ero un po’ più scalmanato. La prima palestra sportiva e non solo è stata l’oratorio. Infatti, oltre che a giocare a pallone ero anche uno dei chierichetti della parrocchia».

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Il pugilato come arriva?
«Un amico di Vaiano mi ha portato alla Colonia Seriana di boxe. Ho provato ma ho smesso, sono tornato sul ring dopo l’incidente in moto. Ho boxato per la Rally Auto, allenatore Lucio Vailati. Insieme a lui anche altri due tecnici molto appassionati, Pasquale Riboli e Angelo Calzi. Lì ho cominciato a credere nei miei mezzi. Da dilettante ho vinto i primi 15 match per ko, avevo un sinistro potente ed ero molto aggressivo. Poi sono passato al settore regionale e sono stato chiamato in nazionale. Allora lavoravo come macellaio a Pandino, un bel giorno il titolare del negozio mi ha licenziato. A quel punto ho chiesto alla Federazione cosa dovevo fare: cercarmi un lavoro o fare il professionista? Decido di provare a fare il pugile sul serio e vado da Ghelfi, un manager di Rimini. Resto fermo un anno, nessuno organizza un incontro per me. Per fortuna arriva Rocco Agostino della Fernet Branca, un grande professionista che mi ha dato fiducia. Intanto però decido anche di guardare avanti e acquisto la carrozzeria. Con Agostino per due settimane sono sparring partner di Stefano Zoff, che poi diventerà campione europeo e mondiale. Vinco nel 1995 il titolo intercontinentale Wbc pesi Leggeri a San Mango d’Aquino contro il serbo Simic, poi il titolo italiano Superpiuma ad Acquaviva Picena in Calabria contro Menegola. Titolo che difenderò per altre quattro volte prima di perderlo nel 1997 contro Perugino».

Nel frattempo Rocco Agostino decide di abbandonare la scena.
«Passo al gruppo Spagnoli e Sabatini e qui le cose vanno male. Devo combattere per il mondiale contro l’argentino Barrios, detto la ‘Jena’. Rinviano il match tre volte, poi non mi avvisano nemmeno che la sfida sarebbe stata a Calatafimi il 10 luglio 1999. A quel punto non volevo più andarci ma vengo convinto dalla borsa in palio. Parto bene nelle prime riprese e poi mi sento vuoto dentro. Alla settima ripresa i miei allenatori lanciano la spugna e il sogno finisce con una sconfitta. Sono sempre più convinto che a quel punto sia meglio abbandonare. Invece mi chiama la squadra di Conti e Cavini e riprendo fiducia in me stesso. Vinco due titoli intercontinentali, il primo nella palestra di Cavatigozzi a Cremona il 26 ottobre 2001 contro il keniano Athanas Nzau e poi lo difendo a Crema il 16 marzo 2002 contro l’ungherese Lazslo Bognar. Poi ho rifiutato alcuni match negli Stati Uniti e ho deciso di ritirarmi da campione».

Superpiuma, qual è il limite di peso?
«Devi stare dentro i 58 chili e 850 grammi. Nei Leggeri il peso va a 61 chili e mezzo, nei Piuma a 57 chili. Per mantenerti nei parametri devi fare molti sacrifici. Io a 16 anni pesavo 65 chili, a 18 ero riuscito a rientrare nei 57. L’alimentazione deve essere molto curata, ci sono stati periodi in cui ho dovuto accontentarmi solo di una mela per alcuni giorni prima del match. Di notte mi alzavo per bere un goccio d’acqua, la sentivo scorrere nelle vene del collo. Tutto senza avere a disposizione un dietologo. La mia fortuna è stata quella di avere un fisico che rispondeva bene alle sollecitazioni. Sino a 33 anni pesavo 57 chili».

E adesso?
«Ho una trentina di chili in più, ho recuperato tutto quello che non avevo potuto mangiare prima... Ma adesso faccio il carrozziere, non l’atleta. Mi piace uscire a cena con la mia famiglia e anche con gli amici, frequento Crema, Cremona e Lodi. Devo dire che Lodi in questi anni si è vivacizzata molto rispetto alle altre due città».

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La Carrozzeria Italia come va?
«Bene, dopo 23 anni che faccio questo mestiere posso dire che ho fatto bene a scegliere di lavorare e fare l’atleta contemporaneamente. Sono diventato carrozziere per obbligo, oggi sono contento di questa decisione. Con il pugilato non ho guadagnato moltissimi soldi, anzi ce ne ho messi dentro».

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Traumi importanti in carriera?
«Nessuno in particolare anche se dopo un match qualche segno mi è rimasto sulla faccia. Ho perso una volta sola prima del limite, mentre il mio sinistro ha sempre fatto male agli avversari. Ho vinto anche un match per ko dopo due secondi che eravamo saliti sul ring. Sono un mancino messo però in guardia normale».

Rimpianti?
«Potevo fare di più ma non me lo hanno permesso, mi hanno messo i bastoni fra le ruote troppe volte. D’altra parte il pugilato è uno sport in forte calo, non avere pugili maschi alle ultime Olimpiadi di Tokyo è la fotografia della situazione. Meno male che le donne si sono comportate molto bene. Oggi ci sono pochi ragazzi che si avvicinano alla boxe, hanno altri interessi».

Incontri truccati?
«Io ho sempre combattuto match veri, ho incrociato i guantoni con campioni del mondo e qualcuno l’ho anche battuto. Certo, ci sono scuderie che organizzano incontri facili per valorizzare i loro atleti. Nella mia carriera nessuno mi ha regalato niente, questo lo posso dire con orgoglio».

I suoi modelli?
«Ai miei tempi certamente l’americano messicano Oscar de la Hoya e Floyd Myweather. Mohamed Alì rimane il ‘mostro sacro’, lui ha cambiato il modo di combattere. Sul ring si muoveva con una leggerezza impressionante»

Ci racconti il suo incontro con la leggenda Marvin Hagler.
«Avevo appena vinto un match prima del limite da dilettante a Spino. Quando sono rientrato negli spogliatoi ad aspettarmi c’era Marvin Hagler, uno dei più grandi campioni della storia. Mi ha stretto la mano e mi ha detto ‘Tu farai strada’. Ho rischiato di svenire».

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La carrozzeria è a Bagnolo ma Usini vive ancora a Monte Cremasco con la famiglia.
«A Grosseto durante una delle mie ultime esibizioni ho conosciuto Margherita Meucci, che poi sarebbe diventata mia moglie. A farci incontrare è stato Nat Ginelli, il fotografo cremasco della Nazionale italiana di calcio. Ci siamo sposati ed abbiamo due figlie: Marina, che ha 18 anni e gioca a pallavolo; Rachele, che ne ha 15 e fa atletica leggera, settore salti. Sa qual è il mio sogno? Una volta terminato di lavorare vorrei andare a vivere in Toscana, una terra meravigliosa in cui arte, natura e cucina si sposano benissimo. Ma forse non resterà solo un sogno....».

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Crema, terra di pugili...
«Di quel periodo sicuramente io e l’amico Roberto Castelli siamo stati i migliori. Lui ha ottenuto risultati importanti fra i Dilettanti, io ho scelto quasi subito il professionismo».

Lei non ha mai voluto allenare.
«Sono uscito talmente male da questo mondo che ho deciso di non avvicinarmi più. Anche se sponsorizzo la società Boxe Treviglio, voglio dare una mano a quei ragazzi che hanno cominciato come me».

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