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Da Stagno Lombardo alla Juventus

La storia del difensore gentile Zaniboni cresciuto nella Viscontea e poi passato al calcio che conta

Giorgio Barbieri

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redazione@laprovinciacr.it

14 Novembre 2021 - 06:07

Da Stagno Lombardo alla Juventus

Zaniboni contro Calloni

CREMONA Papà Stefano, grande tifoso dell’Inter, bergamino alla cascina Abbadia nelle campagne di Stagno Lombardo, non lo chiamava Giuseppe ma ‘Angelillo’, il nome del suo idolo nerazzurro argentino. In paese era conosciuto così, il parroco dell’oratorio don Gino Mantovani credeva che il suo nome fosse Angelo. In carriera Giuseppe Zaniboni, difensore centrale, ha avuto tanti soprannomi. All’Atalanta lo chiamavano ‘Bocciolo’ e a Cesena ‘Zaniba’, ma alla fine anche negli anni della Juventus per i compagni è stato Zan. Corto e facile da pronunciare in campo.

Ci spieghi.
'Mio padre mi ha portato a San Siro e vedere l’Inter quando avevo sei anni, è stato lui a mettermi in corpo la passione per il calcio. Sono nato in cascina il 13 marzo 1949 a fianco di un pentolone di acqua calda come si usava una volta, fra i pioppi e il fiume Po con le sue lanche. Papà Stefano e mamma Piera sgobbavano dalla mattina alla sera. Non mi è mai mancato nulla ma a quei tempi non si navigava certamente nell’oro. Nel 1972 mio padre ha costruito casa in centro a Stagno e si sono spostati lì, io ero già in giro a giocare a calcio. Papà è morto nel 2011, mamma Piera ha 95 anni e vive ancora da sola nella casa di Stagno Lombardo'.

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Primi calci all’oratorio?
'Sì, come tutti. Mi piaceva giocare a pallone, passavo interi pomeriggi su quel campetto, ero già bravino da piccolo. Segnavo tantissimi gol, cosa che poi non ho più fatto in carriera da professionista. L’unico rimane quello segnato in serie B con l’Atalanta a Taranto'.

Le leggende dicono che lei era un po’ un monellino...
'Beh, ci divertivamo. Si faceva il bagno nella lanca dopo Polesine, allora era ancora balneabile. Si andava a pescare di notte quando non si poteva, si facevano scherzi e poi si scappava. Nulla di particolare per i ragazzi di campagna di allora. Una volta venni sospeso per una settimana dall’oratorio perchè don Gino mi aveva visto ‘rubare’ qualche grappolo d’uva nella proprietà di fianco alla nostra. Beh, il giorno dopo passando di lì ho visto il parroco che faceva la stessa identica cosa...'.

Come è arrivato l’ingresso nel mondo del calcio?
'Con l’oratorio si facevano spesso tornei a Bonemerse. Una volta mi vide Eugenio Bergonzi e mi invitò alla Viscontea, la squadra di San Sigismondo a Cremona. Senza di lui non sarei mai diventato un giocatore, quando non potevo raggiungere la città in bicicletta veniva a prendermi in auto. Un grande tecnico e uno straordinario educatore. È stato lui a portarmi alla Cremonese. Ho giocato negli Allievi con Nanni Persico allenatore, poi sono passato agli Juniores con Teodoro Zanini ed Ennio Rota. Nel 1965 io, Maitti, Bettoni e Cesini firmammo il nostro primo contratto con la società grigiorossa. Ho giocato 14 partite. È arrivata anche la prima maglia azzurra con la nazionale Juniores a Coverciano. Ho giocato nel torneo Uefa che l’Italia ha disputato in Turchia, siamo arrivati terzi. Poi nel 1969 ho fatto parte dell’Under 21 azzurra allenata da Azeglio Vicini'.

Di colpo nel 1967 si chiude il rapporto con la Cremonese.
'La società con me allora non si comportò bene. Domenico Luzzara aveva appena preso in mano i grigiorossi, la squadra era stata retrocessa in Quarta Serie, aveva bisogno di soldi per fare il campionato. Così mi ha portato a Bergamo e mi ha venduto all’Atalanta. A Bergamo ho giocato tre anni, prima nel campionato ‘riserve’ e nella Primavera e poi in prima squadra. Il secondo anno abbiamo vinto il Torneo di Viareggio, dove purtroppo mi sono rotto un piede, ingessato per 40 giorni. Ho comunque fatto in tempo a giocare nella Mitropa Cup. Il terzo anno ho partecipato con l’Under 21 a un torneo in Inghilterra. A Bergamo vivevamo in un convitto io, Calloni, Novellini e Marchetti. Prendevamo 75mila lire al mese, tutte le spese erano a carico della società. Tornavo a casa ogni 15 giorni'.

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Poi il grande salto nella Juventus.
'In quel periodo Italo Allodi, dirigente bianconero, veniva a vedere spesso l’Atalanta. Quando mi ha chiesto se volevo vestire la maglia della Juve ho toccato il cielo con un dito. Da Bergamo a Torino nella squadra più importante d’Italia. L’allenatore Picchi stravedeva per me, ma davanti avevo sempre Salvadore e quindi praticamente ero la sua riserva. Ho giocato tre partite in serie A, poi sono stato chiamato per il servizio militare alla Cecchignola di Roma. Con la nazionale militare ho giocato i mondiali in Iraq, a Bagdad, dove si siamo classificati secondi, e sono andato in tournèe in Canada. La Juve mi ha prestato al Mantova ma mi ha ripreso l’anno dopo. Era la squadra di Haller, Anastasi, Salvadore - ancora lui - Capello, Spinosi, Causio e Bettega. Dopo la trasferta di Verona ho cominciato a stare poco bene. Mi alzavo al mattino senza alcun problema ma durante il giorno avvertivo una forte stanchezza e alla sera avevo sempre qualche linea di febbre. Dopo svariati controlli medici mi fu diagnosticata la mononucleosi, malattia che l’anno prima aveva colpito Virdis e l’anno dopo attaccherà Bettega. Io e mia moglie Mirosa, ci eravamo sposati nel 1972, abbiamo vissuto attimi di terrore quando un medico ci disse che poteva anche essere leucemia. Giocai tutta la Coppa Italia, che perdemmo ai rigori contro il Milan all’Olimpico. La squadra allenata da Vykpalek vinse il campionato (per la verità lo perse il Milan a Verona) e andò in finale a Belgrado contro l’Ajax uscendo sconfitta. In squadra erano arrivati anche Zoff e Altafini. Nella mia bacheca c’è dunque uno scudetto'.

Poi l’altra grande tappa della sua carriera, a Cesena in serie A.
'I medici della Juventus dissero che per curare la mononucleosi avevo bisogno di mare e la società mi mandò in prestito a Cesena, dove in effetti il mare non c’è. La società romagnola mi riscattò l’anno successivo. Ho giocato tre campionati in serie A ma a Lecce mi sono rotto menisco e legamenti. Altro lungo stop. In estate il Cesena mi ha prestato al Monza, salvo poi richiamarmi a novembre. Due traslochi in pochi mesi. Ho giocato per un altro anno e mezzo in Romagna ma ho cominciato ad avere problemi muscolari, mi strappavo troppo facilmente. Sono andato al Forlì, ma è stato un calvario. Non mi potevo allenare e scendevo in campo giocando sul dolore. Ho così deciso di smettere a 30 anni, anche se poi ho disputato un campionato con la Tandem Due di Cremona fra i dilettanti'.

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Che difensore era Zaniboni?
'Uno stopper elegante, bravo a giocare con entrambi i piedi, mai cattivo negli interventi. Se Guarneri era conosciuto come il difensore ‘gentiluomo’ io lo ero come il difensore ‘gentile’. Oggi il reparto difensivo è cambiato, non ci sono più libero e stopper, si marca a zona. È diventato un calcio più fisico che tecnico. Se non sei almeno un metro e 90 di altezza non ti prendono nemmeno in considerazione'.

Rimpianti?
'Beh, certamente la mononucleosi mi ha portato via qualcosa. Anche i troppi infortuni hanno condizionato la mia carriera. Quando ho tolto il gesso dopo la rottura del menisco e dei legamenti avevo la gamba operata che era la metà dell’altra. Mi sono messo a piangere'.

Le sue ‘bestie nere’?

'Pierino Prati mi segnava spesso, quasi sempre di testa. Ho sofferto molto anche Ciccio Graziani, una forza della natura. Ma ho fermato campioni come Riva, Boninsegna e Anastasi'.

L’allenatore migliore?
'Detto di Bergonzi che mi ha fatto diventare un calciatore, non ho dubbi. Armando Picchi è stato il più grande, pretendeva molto ma insegnava tanto. Da livornese verace non aveva peli sulla lingua. Ricordo qualche litigata con Haller e Capello. A Cesena mi sono trovato bene con Bersellini'.

Lei e Mirosa Chiappani, la maestrina di Scandolara Ripa d’Oglio che a 7 anni è venuta ad abitare a Stagno, vi siete sposati nel 1972.
«Ci siamo conosciuti in paese nel 1969, tre anni dopo eravamo davanti all’altare della chiesa di San Sigismondo. A celebrare il matrimonio don Gino Mantovani, il prete della mia parrocchia di Stagno. L’anno prossimo festeggiamo le nozze d’oro, 50 anni passati insieme. Abbiamo due figli, Gianfilippo di 49 anni che fa il grafico pubblicitario e Marco di 45 che è architetto e allena l’Esperia. Gianfilippo ha due figli, Diego e Ilaria. Anche Marco ha due figlie, Alice e Ariana. La prima, 14 anni, gioca nelle giovanili della Cremonese. Siamo felicemente nonni, è una sensazione bellissima».

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Che scuole ha fatto Zaniboni?
'Sono arrivato alla quarta di Geometri, poi non riuscivo più a combinare calcio e studio. Gli insegnanti di allora non capivano le difficoltà di chi faceva sport'.

Una volta appese le scarpe al chiodo?
'Mi sono messo a lavorare. Ho fatto l’agente assicurativo e il rappresentante. Nel 1981 io e mia moglie abbiamo gestito il negozio di confetteria e bomboniere in Largo Boccaccino. Siamo rimasti lì sino al 1996, poi abbiamo rilevato il negozio di tabaccheria ‘Non solo tabacco’ di via Genala. Abbiamo chiuso definitivamente i battenti nel marzo del 2020. Adesso facciamo i pensionati. Ho dato una mano come tecnico anche l’Esperia'.

Il soprannome di Angelillo non le ha fatto scegliere l’Inter come squadra del cuore...
'No, sono juventino e naturalmente tifo Cremonese. Non vado allo stadio ma non mi perdo una partita dei grigiorossi in televisione. È una buona squadra che gioca un discreto calcio. Personalmente farei sempre giocare Buonaiuto. Titolari fissi dovrebbero essere Carnesecchi, Okoli, Fagioli e, appunto, Buonaiuto. L’ultima partita che sono andato a vedere allo stadio è stata la finale di Champions fra Juve e Ajax a Roma il 22 maggio 1996, vinta ai rigori dai bianconeri. Però sono sempre a bordo campo in tutte le partite della mia nipotina Alice della Cremonese'.

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Televisione e musica.
'Sono uno sportivo da poltrona, guardo tutto. Mi piacciono, ovviamente dopo il calcio, il ciclismo e il basket Nba. Per quanto riguarda la musica sono rimasto ai cantautori italiani di una volta: Vasco Rossi, Venditti, Vecchioni. Ascolto volentieri anche Fiorella Mannoia'.

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Zaniboni non è uomo da bar, a tavola beve solo acqua, non ama le ‘baraccate’. Eppure da ragazzino era esattamente il contrario.
'Beh, quando ci penso rimpiango un po’ quell’Angelillo'.

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