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IL CAMPIONE CREMASCO

Alessio Tacchinardi, il cremasco che ha vinto l'ultima Champions con la Juve

Dall'oratorio al tetto d'Europa

Giorgio Barbieri

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redazione@laprovinciacr.it

16 Ottobre 2021 - 12:04

Alessio Tacchinardi, il cremasco che ha vinto l'ultima Champions con la Juve

CREMA - Una Champions League (l’ultima vinta dalla Juventus nel 1996), una Coppa Intercontinentale, una Coppa Uefa, una Supercoppa Uefa, cinque scudetti (per la verità 6, uno revocato nel 2005), una Coppa Italia, quattro Supercoppe italiane. E da giovane un titolo europeo con l’Under 21, un campionato nazionale Allievi, un campionato italiano Primavera e un Torneo di Viareggio. Questo è lo straordinario palmares di Alessio Tacchinardi, uno dei calciatori (centrocampista) più forti nati nella nostra provincia.

Partiamo. «Beh, di strada ne ha fatta tanta quel bambino che dava calci ad un pallone all’oratorio di San Bernardino a Crema. Sono nato il 23 luglio 1975 nelle case popolari di quel quartiere, mio padre Vincenzo che ora non c’è più aveva una officina meccanica, mia mamma Anna Maria era casalinga. Oltre a me anche i fratelli Massimiliano (che poi ha giocato in serie A con l’Inter) e Gabriele. Non era facile arrivare a fine mese, mio padre ha fatto enormi sacrifici per mantenere la famiglia. Dai miei genitori ho imparato che nella vita devi sempre essere disponibile a rimboccarti le maniche, che nessuno ti regala niente».

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La prima squadra è stata dunque quella dell’oratorio?
«Il campetto era sotto casa, allora giocavo davanti e segnavo tanti gol. Ho cominciato nel Frassati e poi sono passato al Crema, dove mi hanno spostato a centrocampo. Avevo buone qualità tecniche, giocavo a testa alta e leggevo bene il movimento dei compagni. Avevo 11 anni quando mi ha chiamato l’Atalanta. In nerazzurro ho fatto tutta la trafila delle giovanili e a 15 anni ho incontrato Cesare Prandelli, l’allenatore che mi ha cambiato la vita. Sono diventato capitano di quella squadra che ha vinto moltissimo a livello nazionale. Mi auguro che tutti i settori giovanili possano avere tecnici preparati come Prandelli. A 17 anni, il 24 gennaio 1993, faccio l’esordio in prima squadra in serie A contro l’Ancona, l’allenatore è Marcello Lippi. Gioco bene, il giorno dopo sono nella top 11 della Gazzetta dello Sport. A questo punto mi chiedo se davvero posso starci dentro anche con i grandi. In quell’Atalanta c’erano Ferron, Rambaudi, Ganz, Savoldi, Porrini, Alemao, Montero. Capisco che me la posso giocare, ci vogliono fisico e mentalità e queste doti a me non mancano. Alle 6 vado in officina ad aiutare mio padre, al pomeriggio mi alleno con l’Atalanta. Sono anche costretto a lasciare al quarto anno la scuola di Ragioneria a Crema, non riesco più a coniugare lo studio con il calcio. Con gli insegnanti devo dire che c’è sempre stata guerra».

Poi arriva la Juventus, società, allora, quasi gemellata con l’Atalanta.
«Vi racconto come sono arrivato alla Juventus. Alla fine del campionato del 1994 gli osservatori della Juve segnalano tre giocatori dell’Atalanta, uno solo diventerà bianconero. I nomi sono Morfeo, Locatelli e Tacchinardi. La Juventus sceglie me ma i dirigenti mi dicono che andrò solo in ritiro con loro per poi essere prestato alla Sampdoria. Per me è una occasione da non perdere e così mentre i miei compagni vanno in vacanza al mare io resto a casa ad allenarmi. Arrivo al ritiro che sono in formissima e Lippi, che nel frattempo era diventato allenatore dei bianconeri, decide di tenermi. Mi fecero cinque anni di contratto. La squadra veniva da qualche anno di difficoltà, molti erano gli italiani di quella Juventus. Fra questi i giovani Tacchinardi, Torricelli, Ravanelli. Mi sono detto che era la grande occasione da non perdere. Umiltà, petto in fuori, voglia di arrivare. Ce l’ho davvero messa tutta. In quella squadra ho incontrato Gianluca Vialli, che era il vicecapitano di Roberto Baggio. Da lui ho imparato il valore dello spirito di sacrificio, non ho più incontrato un giocatore con tanta voglia e determinazione. Ho giocato con tantissimi campioni ma al primo posto metto Vialli».

Undici anni in bianconero, tante vittorie ma anche una sola Champions vinta.
«Davvero ancora non riesco a spiegarmi come abbiamo potuto perdere quattro finali su cinque. Spesso abbiamo giocato meglio degli avversari ma alla fine hanno vinto loro. Ricordo però il trionfo di Roma nel 1996 contro l’Ajax ai calci di rigore. Alzare quella coppa al cielo è stata davvero una emozione indescrivibile. Impossibile però non ricordare anche quella finale persa ai rigori a Manchester contro il Milan nel 2003. Ancelotti, che nella Juventus non aveva avuto un buon rapporto con la tifoseria, si prese una bella rivincita».
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Fra le delusioni c’è anche quel famoso 14 maggio 2000 che regalò lo scudetto alla Lazio.
«Perugia-Juventus? Diciamo subito che era una partita da sospendere, il pallone non rimbalzava in nessuna parte del campo. Il regolamento parla chiaro, dopo 45 minuti di stop la gara deve essere sospesa, Collina ci ha fatto aspettare un’ora e 10 minuti per poi farci tornare su un terreno di gioco chiaramente impraticabile. Calori ha segnato su un errore della difesa e abbiamo perso partita e scudetto. Una giornata segnata dal destino. A mezzogiorno a Perugia c’era il sole e la temperatura era di 35 gradi. Al fischio d’inizio tutto regolare, Inzaghi si mangia il gol del vantaggio (di quelli che non sbagliava mai), poi su Perugia si scatena un uragano. Collina fischia lo stop, non si può giocare in quelle condizioni. Ma lo stop è lungo, troppo lungo. L’arbitro ci fa stare fermi più di un’ora, la situazione non migliora. Poi decide incredibilmente di riprendere, non riusciamo a stare in piedi, segna Calori e perdiamo. Finita la partita torna il sole».

Ha più visto Calori?
«L’ho incontrato quando facevo l’allenatore. L’ho salutato a malapena. Su un campo normale quella partita l’avremmo vinta 3-0».

Come ci si sente a vestire la maglia della Juventus?
«Pesa un quintale. Ti trasmette l’anima vincente e ti fa sentire una grande pressione. La Juventus è la tradizione del calcio. Io ho avuto ottimi rapporti con gli Agnelli, sia con Gianni che con Umberto. Andrea, l’attuale presidente, ha la mia età. È stato un onore conoscere dirigenti come loro».

Poi nel 2005 la parentesi spagnola al Villareal.
«In prestito dalla Juventus, dove era arrivato mister Fabio Capello. È stata una esperienza bella e superpositiva, siamo arrivati alla semifinale di Champions. Anche se non so se tornando indietro la rifarei. Quando un giocatore italiano va all’estero viene dimenticato in Patria, in pratica diventa un ex».


Due anni in Spagna e poi il ritorno in Italia al Brescia in serie B.
«Rescindo il contratto con la Juve dopo 13 anni e decido di andare al Brescia allenato da Serse Cosmi. Segno 9 gol in 34 partite, purtroppo perdiamo la possibilità della promozione in A nelle semifinali playoff contro l’Albinoleffe. Comincio a sentire dolori al ginocchio, la cartilagine è lesionata, faccio fatica ad allenarmi bene. C’è una richiesta della Cremonese, che poi prenderà Morfeo, ma rifiuto perchè non me la sento di rubare i soldi alla società. Decido di smettere con il calcio giocato».

Campione europeo Under 21 in Spagna con la nazionale di Cesare Maldini.
«Battiamo la Francia in semifinale con un gol di Totti. In finale ce la vediamo con la Spagna il 31 maggio 1996 a Barcellona. Segna Totti, pareggia Raul. Si va ai rigori, vinciamo 4-2. Quattro anni prima aveva vinto per la prima volta l’Europeo la squadra dove giocavano Favalli, Bonomi e Marcolin della Cremonese. D’estate vado sempre in vacanza a Milano Marittima nell’hotel gestito da Bonomi e parliamo spesso di quei grandi successi».


Poi la carriera di allenatore.
«Ho cominciato con i giovani al Pergocrema, è bello insegnare calcio ai ragazzi. Mi sono spesso rivisto in loro, di quando cercavo di diventare un giocatore nelle giovanili dell’Atalanta. Poi ho vissuto altre esperienze. Mi resta un rimpianto, quello di avere lasciato la Pergolettese. Ho allenato il Fano gli ultimi tre mesi della passata stagione. La squadra era messa male, siamo arrivati ai playout e alla fine siamo retrocessi dopo due partite con l’Imolese. Ecco, io dico che in una finale secca si può anche perdere. Ma uscire dopo ave giocato bene le due gare (di andata e ritorno) con l’Imolese mi sembra una ingiustizia. Da anni faccio il commentatore sulle reti televisive Mediaset ma attendo una chiamata per allenare. Alla fine sono ancora un uomo di campo. Come dice l’amico De Zerbi un allenatore che non ha passione non si assumerà mai responsabilità».

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Allenare oggi i giovani. Facile o complicato?
«Il problema non sono i ragazzi ma alcuni genitori. C’è chi crede di avere in casa un futuro Maradona e quindi se la prende sempre con l’allenatore. Credo che i genitori dovrebbero essere meno esaltati ed essere più critici nei confronti dei loro ragazzi e non di chi li allena. Mio figlio è stato richiesto dalla Cremonese, ho detto di no perchè a mio parere non è ancora pronto. Eppure a vederlo giocare sembra meglio di me. Deve però fare il suo percorso. E qui porto sempre l’esempio dei miei genitori che mi hanno cresciuto facendomi capire che non si può avere tutto quello che si vuole ma che lo si deve conquistare un poco alla volta».

Sposato?
«No, ma convivo con Lori, torinese conosciuta ai tempi della Juventus, da tantissimi anni. Ci siamo conosciuti in un locale, ero andato lì con Del Piero. Lei di calcio non capiva nulla ma è scattata la scintilla. Abbiamo due figli, Gabriele che ha 16 anni e Matteo che ne ha 11. Abbiamo deciso di abitare a Crema, viviamo in centro. Mia mamma Anna Maria abita ancora a San Bernardino. In casa nostra ci sono anche due cagnolini, Bianca che è un volpino e Koby (come Bryant) che è un chihuahua. Spesso quando vado a fare un giretto con i miei figli e i cani andiamo nel quartiere dove sono nato. Ai ragazzi indico la finestra che da bambino avevo rotto con un pallone, il campo dove giocavo, la casa dove vivevo. Sono stato tanti anni via ma Crema è il punto di ritorno naturale. Le radici non si dimenticano».

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Che giocatore era Alessio Tacchinardi?
«Un centrocampista che aveva grande senso della posizione e che sapeva chiudere sugli avversari con il fisico. Testa alta e visione di gioco erano le mie caratteristiche».

Però Lippi la fece giocare anche come difensore centrale.
«Lo fece in una situazione di emergenza. Detto che alla Juventus avrei fatto anche il giardiniere non mi piaceva giocare lì dietro. Ero un giocatore che toccava molti palloni, in difesa non potevi quasi muoverti. Per fortuna fu una scelta temporanea».

Francia e Spagna hanno qualcosa in più della nazionale di Mancini?
«I campioni europei siamo noi. La Francia ha qualche campione in più che può fare la differenza, la Spagna è una buona squadra che può contare su un allenatore umanamente straordinario come Luis Enrique. Ma Mancini ha fatto miracoli, ha messo in piedi un gruppo umile che gioca un buon calcio. Personalmente credo che Jorginho meriti il Pallone d’oro perchè è un giocatore che ha basato la sua crescita sul lavoro e non sulla immagine. Ha il fisico di un giocatore di carte, spesso è stato dimenticato o sottovalutato. Per descrivere questo giocatore mi viene in mente una frase del mio idolo, il cestista Koby Bryant: ‘Se non credi in te stesso chi ci crederà?’. Il calcio è sacrificio e determinazione. La fotografia di Jorginho».

Tifoso di?
«Certamente della Juventus, ma seguo anche le nostre Cremonese, Pergolettese e Crema. Domenica sono andato a vedere Fanfulla-Mezzolara, mi piace il calcio dei dilettanti».

Vaccinato?
«Certamente, sono convinto della scelta che serve a me e agli altri. Poi ognuno ha il diritto di manifestare le proprie opinioni senza però diventare violento, come è successo a Roma».

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