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L'INTERVISTA A COACH GALBIATI

"Io al centro del mondo nel momento perfetto"

Il tecnico della Vanoli racconta l'esperienza olimpica: "C'era un amalgama fantastico, condividevamo tutto"

Lucilla Granata

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redazione@laprovinciacr.it

09 Agosto 2021 - 11:03

"Io al centro del mondo nel momento perfetto"

CREMONA - Era l’Olimpiade 2020, anzi no 2021. Quella più che del post Covid, con ancora il Covid. Quella in forse fino all’ultimo, quella con le mascherine, le bolle anticontagio, senza pubblico, contro cui hanno anche manifestato. Tokyo sembrava maledetta e invece la ricorderemo come una delle edizioni più belle dei Giochi e certamente benedetta per l’Italia che chiude a quota 40 medaglie. Mai così bene. In tutto quell’azzurro sul podio, si è ritagliato un pezzo di cielo anche Cremona, che ha vibrato d’emozione e di lacrime per diversi suoi eroi. Indimenticabili saranno per noi l’oro di Valentina Rodini e quello di Fausto Desalu, oltre all’argento dell’intramontabile Vanessa Ferrari e dei nostri ct Oreste Perri e Marco Villa. Ma anche se è nato a Vimercate, consideriamo un po’ cremonese anche il coach della Vanoli, Paolo Galbiati, che a Tokyo è stato uno degli assistant coach di Meo Sacchetti (ex biancoblù) con la nazionale Italiana Olimpica di basket. Un’esperienza straordinaria, che difficilmente dimenticherà.

Da dove partiamo?
«Sono stra felice di aver potuto vivere questa Olimpiade. Per me è stata un’esperienza fantastica che non dimenticherò mai. La sensazione è quella di essersi trovati al centro del mondo nel momento perfetto. Sono stato nel villaggio con atleti straordinari, ho avuto la possibilità di parlare con allenatori tra i più bravi del mondo e delle più diverse discipline. Insomma è difficile racchiudere le mille e mille emozioni che ho vissuto, ma posso dire che è stato tutto bellissimo e un’esperienza formativa a 360 gradi. Per questo sono anche molto grato di averla potuta vivere».

Ci racconta un po’ l’atmosfera e l’ambiente in cui avete vissuto? Tra paura dei contagi, restrizioni, regole ferree…
«Diciamo che abbiamo vissuto in una bolla da cui non potevamo uscire. Quello che più mi è dispiaciuto è stato non poter vedere dal vivo le gare degli altri, perché sarebbe stato davvero straordinario. Era emozionante già così, non posso pensare come sarebbe stato potendo assistere anche ad altre competizioni live di quel livello, invece che limitarci purtroppo alla tv. Tra i dispiaceri più grandi, poi, c’è stato quello di non avere il pubblico. Per chi gioca a basket in generale è già una spinta micidiale che si nota quando manca, figurarsi come poteva essere in un contesto olimpico. E poi allo stadio. Chissà che colpo d’occhio sarebbe stato. Comunque non lamentiamoci. Diciamo che i risultati dei nostri non sono mancati in ogni caso. Anzi. Che record! In fondo è stato giusto così. C’erano troppe cose in gioco, rischi che era assolutamente sacrosanto non correre. Quindi tutti sempre con la mascherina e movimenti assolutamente limitati a quelli che ci competevano. Allenamenti, partite, albergo. In tutto questo ‘isolamento’ però, c’è stato un aspetto positivo che secondo me non va sottovalutato. Siamo stati costretti gioco forza a stare tra di noi sempre e questo ha contribuito a creare dei legami bellissimi e molto stretti. Diciamo che si è fatto naturalmente team building. Eravamo un bel gruppo e siamo diventati ancora migliori insieme».

All’Olimpiade ha visto da vicino alcuni dei più grandi team di basket del mondo. Chi l’ha impressionata di più? Come giocatore ovviamente, ma anche come carisma e personalità.
«Difficile fare dei nomi perché sarebbero davvero tanti. A Tokyo c’era il gotha del basket mondiale e quindi bravi erano tutti. Diversi erano stelle di prima grandezza e qualcuno addirittura era talmente straordinario da essere quasi indefinibile. Diciamo che la squadra migliore, è e resta senza dubbio quella americana. E che Kevin Wayne Durant si è confermato come uno dei più forti giocatori al mondo. Davvero impressionante. Ma quello che mi ha colpito di più a livello umano è stato invece l’argentino Luis Alberto Scola. È incredibile come un mito di quella portata, fosse tanto disponibile . Una persona semplice, che si fermava a parlare con tutti. Incredibile se si pensa a quello che ha fatto in carriera. Poi ha emozionato. Lui è un atleta che ha segnato gli ultimi 20 anni del basket mondiale. E come tutti i grandi attori, El General ha scelto il palcoscenico più prestigioso per salutare la pallacanestro: i Giochi Olimpici. Alla quinta partecipazione tra l’altro. Che giocatore! Devo spendere due parole anche per l’Australia. Giocatori di una fisicità pazzesca. Infine, tra quelli che abbiamo affrontato, dico Nicolas Batum della Francia, che non ha caso è quello che è stato determinante per consegnare la finale alla sua squadra».

Meo Sacchetti si è scelto un gruppo di lavoro. Lei non era l’unico vice. Ci spiega un po’ qual è stato il suo ruolo specifico?
«All’interno dello staff ognuno aveva un suo compito ben preciso. Io ho fatto tanto lavoro a video e mi occupavo di preparare bene la parte difensiva. La cosa che mi ha colpito di più è stato vedere come campioni, giocatori di esperienza internazionale, professionisti di tale levatura, mi ascoltassero attentissimi. Davvero bello. E poi c’era un amalgama fantastico. Condividevamo tutto. Meo Sacchetti è il numero uno a fare gruppo. Mette tutti a proprio agio e poi ha un senso del gioco e della partita che non ha nessun altro. È un trascinatore e fa sentire tutti importanti per la causa comune. A noi indistintamente ci ha fatto sentire fondamentali nel nostro ruolo».

Com’è stato tornare alla ‘normalità’ dopo questo lungo periodo in un seppur bellissimo, frullatore?
«In questo momento mi sta venendo addosso tutta la stanchezza. Praticamente io ho sempre lavorato. Prima il campionato poi due mesi sott’acqua tra preolimpico e Giappone. Intendiamoci non mi sto lamentando affatto, anzi. È stata una delle esperienze più belle della mia vita e spero che si possa ripetere ancora, però ho bisogno di recuperare un po’. Sono quasi stordito da tutto quello che ho vissuto. In più il fuso orario. Il viaggio...».

Nelle sue parole si legge grande entusiasmo, orgoglio e soddisfazione per tutto quello che questa Tokio 2021 è stata. E bisogna dire anche che l’Italia del basket non è andata a medaglia, ma è stata comunque quasi una rivelazione di questo torneo. Sconfitta, ma mai doma, anche con la Francia, poi finalista. Difficile poter chiedere di più a questa squadra.
«Assolutamente sì. Come dicevo, il team Italia, è formato da un gruppo di ragazzi straordinari, prima che professionisti. Abbiamo giocato benissimo e ce la siamo per altro giocata alla pari anche con squadre sulla carta molto più forti di noi. Francia compresa appunto, che si sapeva essere se non la più forte, subito dietro agli Stati Uniti. Così è stato ancora più bello. Giocarsela fino ai quarti, con prestazioni bellissime, ci rende ancora più fieri di quello che abbiamo fatto. Credo che possiamo davvero essere soddisfatti di questa squadra. Pensavano che non ci saremmo neanche riusciti ad andare all’Olimpiade. Invece non solo ci siamo arrivati, ma ne siamo usciti a testa altissima».

Per chiudere. Cartolina da Tokyo. Cosa scriverebbe in due parole di quello che le ha regalato?
«In due parole è difficile. Sono tornato stanco, ma anche infinitamente arricchito, da più punti di vista. Sono cresciuto moltissimo e mi porto un bagaglio grande e nuovo dal punto di vista sia tecnico, che tattico. Così come da quello umano e gestionale. Quando hai la fortuna che ho avuto io di vivere un’Olimpiade, puoi conoscere tante storie diverse. Scoprire percorsi diversi. Lo scambio che ho avuto con i giocatori è stato molto formativo. Parlavamo moltissimo, cercavano soluzioni condivise . Così lavorare è stato bello e divertente, oltre che estremamente stimolante. E voglio dire davvero grazie».

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