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LA PROVINCIA DELLE DONNE

Maurizia Baresi, motori e vip: una vita a cento all'ora

I primi rally con la Mini Cooper. Poi le Parigi-Dakar con camion ed elicottero: "Ora mi dedico al mio giardino"

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28 Luglio 2021 - 15:51

Maurizia Baresi, motori e vip: una vita a cento all'ora

Maurizia Baresi

CREMONA - Maurizia Baresi è stata pilota di rally, insegnante universitaria, giornalista e fotoreporter. Dopo aver respirato rischio e adrenalina, oggi, in pensione, si divide tra la Costa Azzurra e il suo giardino di Cremona, un fazzoletto di verde, in via Massarotti, che abbraccia idealmente il fiume Morbasco.

Da dove partiamo?
«La passione per la corsa nasce da piccina. Sono cresciuta in questa strada, dove passava storicamente la Mille Miglia. Sono figlia di Cremona, scherzando dico spesso che nelle mie vene non scorre sangue, ma acqua del Po. Mio fratello amava le automobili più di me. Era quasi una malattia. Facevamo un gioco che consistenza nel contare più automobili e camion possibili che passavano davanti alla nostra porta».

Quando inizia invece la sua carriera di pilota?
«Presa la patente, mi fu regalata una Mini Cooper con cui andavo all’università. Ho cominciato con le gare in salita, nelle quali ottenevo anche buoni risultati. Finchè un giorno mi viene in mente una cosa e chiamo un amico...».

Di cosa parla?
«Gli dico: voglio partecipare al Rally di Montecarlo. Lui si impegnò a raccogliere soldi a destra e a manca. Partecipare a quel tipo di gare, già allora, richiedeva un grande sforzo economico. Ci preparammo con una Citroen. Era il 1973, ci presentammo al via con la Mini. Non era preparata, ma non lo erano nemmeno la maggior parte delle altre auto. Era un’avventura».

Chi guidava?
«Io, lui faceva il co-pilota. Eravamo un po’ improvvisati. Ero felice come una donna innamorata nel primo giorno di viaggio di nozze. Non andavamo nemmeno malissimo. Accadde che 144 equipaggi si bloccarono a imbuto in una delle prove speciali a causa della neve. Passarono in 70, non noi purtroppo. Ricordo che ad un certo punto si affiancò un’auto con il numero 5 stampato sulla fiancata. Erano Pinto e Bernacchini, due piloti che gareggiavano per la vittoria. Erano tutti molto disponibili. Le note poi ce le insegnò Piero Sodano, uno dei migliori navigatori sulla piazza».

Con il camion a Cremona in piazza del Comune

Che rapporto c’è tra pilota e navigatore?
«Il navigatore deve dare indicazioni precise. Si studia il circuito, si prendono le note, poi si correggono. A quella velocità devi andare poi in automatico. Ricordo quella volta che mi indicò “destra veloce” e in realtà era un tornante. Finimmo in mezzo agli alberi. A volte capita. Sandro Munari, altro mitico pilota di rally, una volta si fermò per darci una mano».

Dopo quel rally di Montecarlo non troppo fortunato, quale fu il sentimento dominante?
«Mi era rimasta la voglia. Ci regalarono l’iscrizione all’anno successivo. La crisi energetica e petrolifera portò all’annullamento della gara. Corsi altri rally importanti però. In Italia, quelli di San Marino e Sanremo. Erano tutte prove speciali. Molto lunghe e dispendiose. Si guidava per tre giorni, anche di notte. Ricordo come fosse oggi un ritorno in autostrada dopo un Targa Florio: quasi mi addormentai».

Per quanti anni corse le prove speciali di Rally?
«Fino alla fine degli anni Settanta. A un certo punto capii che per migliorare i risultati, avrei dovuto cambiare il navigatore. Il mio amico di Cremona era stato prezioso, però avevo bisogno di una donna. Reclutai Iva Boggio. Era di Biella, faceva la hostess ed abitava a Roma. In quel periodo correvamo anche i circuiti durante il giro d’Italia. Erano un misto rally e pista. Uno amico poi ci segnalò ad una squadra francese. Si chiamava Aseptogyl, avevamo le macchine rosa e rosse. Eravamo solo piloti donne, ci chiamavano le pantere rosa. Con loro corsi diverse gare, una delle più belle fu il Rally dell’Isola d’Elba. Correvano grandi marchi italiani come Lancia e Fiat. Oggi sono quasi tutti giapponesi o francesi».

Maurizia Baresi in un momento di svago durante la Parigi-Dakar

Lei ha corso anche la Parigi-Dakar. Da dove nasce l’idea?
«Uno dei patron della Fiat, mi segnalò ad un’altra squadra francese che stava preparando l’antenata della Parigi Dakar. Si chiamava Costa-Costa. Il percorso era Costa Azzurra-Costa d’Avorio. Era chiamata la gara dei suicidi, perché capitava che qualcuno morisse, soprattutto motociclisti. Corsi l’edizione 1979-80. Poi gareggiai in diverse Parigi-Dakar, non in gara, ma con un amico francese che era giornalista e cameraman. Filmavamo i concorrenti. Partivamo prima di tutti, arrivavamo dopo tutti. In quel periodo iniziai anch’io a collaborare giornalisticamente con Autosprint. Coprivo il campionato mondiale rally».

Come fu la prima volta nel deserto?
«Un colpo di fulmine. La prima Parigi-Dakar la feci guidando un camion. La sera, quando tutti i piloti dormivano, mi mettevo in cabina, ascoltavo le canzoni di Cat Stevens, mi godevo la solitudine, assaporando il senso della vita. Per diverse edizioni, feci la gara anche in elicottero. Ho seguito tutti i rally del Nord Africa: dalla Tunisia, all’Algeria, a Marrakech. Il più bello di tutti è quello dei Faraoni, tra il Nilo e le dune. Smisi nel 1992, anno in cui corsi, sempre come reporter, la Parigi-Pechino. Mi ingaggiavano come pilota. La sera alle 7, quando gli uomini erano stanchi, rifilavano il volante a me».

La consegna del trofeo A112 da parte di Gianni Agnelli

Ha mai avuto paura?
«Non esisteva. Era più importante vivere le emozioni, sentire l’adrenalina. Avevo paura di fare brutta figura e uscire alla prima curva. Incidenti tanti. Sono rotolata giù per delle scarpate, mi sono schianta contro le montagne. Qualche botta, ma alla fine niente di troppo serio. Hai più paura quando rischi di fare un incidente che quando ti accade realmente. Oggi, guidando in città, ho paura degli altri. Mi spavento quando vedo una bicicletta. Ho un’auto piccola, non supero i trenta all’ora. Ero stufa di rumori e roll-bar. Ho fatto tutto al momento giusto. Oggi mi occupo di giardinaggio, mi godo la pace della vita di tutti i giorni».

E la velocità per lei cosa rappresenta?
«Un piacere. Attiva tutti i sensi, ma prima la senti con il cuore. Se vai bene, se come si dice in gergo “prendi il giro giusto”, la

Ho conosciuto Mike Buongiorno a Vulcano e qualche mese dopo fui selezionata per partecipare a Rischiatutto. Mi preparai
come se fosse un esame
all’università

velocità è come una musica melodiosa. È una sorta di danza. Senti qualcosa di speciale. Credo che qualcosa di simile capiti anche in tutti gli altri sport».

Tra le tante cose fu anche concorrente a Rischiatutto programma condotto da Mike Bongiorno, famoso anche per la partecipazione della celebre “Signora Longari”. Rischiatutto che è anche un po’ la fotografia della sua vita.
«Vero e non ci avevo mai pensato. Dai 19 anni ai 30, feci le vacanze sull’isola di Vulcano. Mike aveva casa e barca. Un giorno mi disse: perché non partecipi al mio programma? Il 10 dicembre dello stesso anno (il programma andò in onda tra il 1970 ed il 1974, ndr), ma non ricordo esattamente quale, fissarono la data della mia partecipazione. Mi preparai come fosse un esame. Rispondevo a domande sulla mitologia greca. Risposi correttamente alle prime dieci. Con l’undicesima avrei vinto. L’argomento erano le dodici fatica di Ercole. Mi domandarono quali uccise e quali no. Onestamente non li ricordavo tutti...».

Come è riuscita a conciliare corse e lavoro?
«Sono laureata in Scienze Politiche ed ho lasciato la facoltà di legge a metà. Ho insegnato, a Pavia, presso la facoltà di Scienze Politiche, prima diritto costituzionale, poi diritto penale. Ero assistente. L’università mi chiedeva un impegno settimanale gestibile. Ho sempre cercato di seguire le mie passioni, senza abbandonare ciò che cui avevo studiato».

Sfogliando i libri che parlano di lei, vi sono moltissime fotografie con piloti famosi. Jean Alesi nel giorno del suo matrimonio, Alain Prost, tanti rallysti famosi come Henri Toivonen. Chi è il personaggio che più di tutti l’ha affascinata?
«Ho seguito con grande passione la Formula Uno. Ayrton Senna aveva un fascino quasi inspiegabile. È stato un personaggio incredibile. Non sono mai stata una timida, però con lui non sono mai riuscita a tirare fuori una parola. Aveva qualcosa di sacro. È stato il più grande pilota di tutti i tempi. Sembrava pensasse solamente alle corse, in realtà faceva tantissima beneficenza. Il mio rimpianto è non averlo conosciuto meglio».

Maurizia Baresi con il velista Mauro Pelaschier in barca

Ha qualche rimpianto?
«Pochi, nel senso che sono stata molto fortunata perché ho fatto ciò che sognavo. L’auto a cui sono più affezionata è la Mini Cooper con cui corsi il primo rally. Forse il rimpianto è il non aver guidato tre macchine: la Z37, la Stratos e la Fiat 131. Oggi seguo poco, per come sono fatti i rally non mi interessano: si corre più in tre giorni e nemmeno di notte. Ai miei tempi era tutta un’altra cosa».

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