Cerca

Eventi

Tutti gli appuntamenti

Eventi

IL COMMENTO AL VANGELO

Quel che siamo: sale e luce

Dal Discorso della montagna un invito identitario: Gesù definisce i discepoli in un tempo segnato da disordine, paura e ripiegamento sull’io

Don Paolo Arienti

08 Febbraio 2026 - 05:10

Quel che siamo: sale e luce

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».
Mt 5,13-16

Prosegue la lettura del primo, grande discorso che Matteo mette sulla bocca di Gesù, in montagna. Si era aperto domenica scorsa con la proclamazione delle beatitudini: un testo scioccante e provocatorio, che forse mai come in questo periodo è stato drammaticamente problematico. E non solo perché attorno a noi (diremmo con un sospiro di sollievo… lontano da noi?) alcuni prepotenti dileggiano il pianeta e lo trattano come se tutto avesse un prezzo; ma anche perché il cuore di ciascuno di noi è minacciato dalla forza del pregiudizio e dalla tirannia dell’'io'. Quell’elenco di paradossali forme di felicità, che forse assomigliano al sacrificio bello e luminoso di un genitore o alla resilienza di un servo dell’umanità come ce ne sono tanti, è l’ossatura dello stile dei discepoli. E si può incarnare in declinazioni affatto diverse, secondo l’originalità con cui ciascuno abita la sua esistenza e prende posizione davanti e dentro di essa.

Forse perché consapevole della portata rivoluzionaria di quelle parole, Matteo fa seguire alle Beatitudini il brano che oggi viene letto nelle comunità cristiane: come nelle ultime battute di apertura, dal generico Gesù passa al “voi”, personalizzando il suo avvertimento. Ci saranno persecuzioni non in linea teorica, non lontano, in altri contesti considerati marginali rispetto alla nostra vita, ma qui, in mezzo a noi, dentro di noi. E sempre a noi è rivolta l’affermazione: voi siete… Non si tratta di un codice morale da imparare né di un rimprovero gratuito; piuttosto è un’affermazione forte e grande, che ha a che fare con l’identità dei discepoli. Chiunque viene a contatto con l’amore di Dio, forse anche senza accorgersene, è sale e luce, ovvero aggiunge alla storia quella differenza che può spostare, essere feconda e far crescere il volume e l’intensità del bene. È come se Gesù, consapevole dello sconcerto che le sue prime parole hanno suscitato negli ascoltatori, li rassicurasse richiamando quello che tutti abbiamo dentro: un potere che non va disperso né congelato… tantomeno disprezzato. A volte è davvero difficile crederci: tante, troppe vicende tendono a svuotarci e sterilizzare il nostro miglior intendimento. Si chiamano prove, tentazioni, depressioni o sconfitte… qualsiasi nome diamo loro, queste forze sono non di rado terribili e neutralizzano il coraggio di vivere. È a questa paralisi che Gesù chiede di guardare, ricordando che noi siamo altro e che dentro di noi è già disponibile, per il fatto stesso di essere umani, la misura della differenza. In discussione ci sono le opere buone… quelle degli scout, quelle che si sperimentano nelle famiglie normali, quelle che non ti aspetteresti da un giovane distratto e “fuori”, che però aiuta un ottantenne al confezionamento dei pacchi per i più poveri.

Qui abita il sale della terra, che veniva sparso nell’antichità per distruggere ed è usato ancora oggi in cucina per conservare e dare sapore; qui abita la luce del mondo, che salutiamo con gioia in queste giornate che iniziano ad allungarsi, perché non siamo fatti per il buio. Gesù sa quel che sappiamo tutti: di opere buone, costruttive, liberanti, benedicenti il mondo ha proprio bisogno, da sempre. Perché è nella sua natura andare verso il disordine e spesso questo disordine sconcerta, spaventa e apre le faglie del male, anche e soprattutto quello intenzionale. In una periferia cittadina dove c’è poca luce è più facile che si nascondano traffici loschi, in un parco metropolitano degradato è più facile che si venda morte, dietro una porta blindata chiusa è più facile che si consumino violenze. Abbiamo scambiato la privacy con la libertà; forse l’abbiamo barattata al posto di una fratellanza che da qualche parte deve saltar fuori ancora. Perché non è vero che siamo solo pelle, solo confine, solo difesa. Le buone opere servono a scrivere un’altra storia, meno eclatante, ma più efficace. Se lo capissero i signori della guerra! Se ci ricordassimo quella mortalità che ridà senso e confine, dimensione e prospettiva a tutto! Come domenica scorsa, davanti a certi incarichi, a certe vicende che ci piombano addosso, a certi segreti rivelati del nostro cuore… è possibile solo credere o non credere. Ma l’esito è drammaticamente opposto.

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su La Provincia

Caratteri rimanenti: 400