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CASALMAGGIORE

Epatite C, le nuove speranze

Grazie a Valeria Barili, ricercatrice casalasca all’Università di Parma, si aprono prospettive innovative per la cura della patologia che colpisce 71 milioni di persona al mondo. «Il merito va alla mia famiglia»

Daniele Duchi

Email:

dduchi@laprovinciacr.it

01 Febbraio 2020 - 08:49

Epatite C, le nuove speranze

Valeria Barili e la pagina web di Nature Communications

CASALMAGGIORE (1 febbraio 2020) - Una ricercatrice casalasca doc, Valeria Barili, compare come primo nome, sulla prestigiosa rivista scientifica Nature. Sposata con Davide Ghezzi, imprenditore e proprietario della ditta Gheroplast di Casalbellotto, la Barili lavora al Laboratorio di Immunopatologia Virale, Unità Operativa di Malattie Infettive ed Epatologia, dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma diretto dal professor Carlo Ferrari. La ricercatrice ha portato avanti la ricerca facendo notevoli sacrifici e grazie al supporto che le è stato dato in questi ultimi anni dalla sua famiglia: il marito e i suoi bimbi Giada e Niccolò, nati nel 2013 e nel 2015 e i suoi genitori, grande sostegno durante il lungo percorso di studi. Il lavoro, sostenuto dalla Regione Emilia-Romagna, con uno specifico programma di ricerca, nasce da una collaborazione tra il team di ricercatori della struttura coordinata da Ferrari e il gruppo di ricerca del professor Simone Ottonello e della professoressa Barbara Montanini del Dipartimento di Scienze Chimiche, della Vita e della Sostenibilità Ambientale dell’Università di Parma. Già nel 2017 (come co-autrice), la ricercatrice, lavorando in collaborazione con la dottoressa Fisicaro e il professor Ferrari, ha realizzato un altro studio pubblicato sull'importante rivista Nature Medicine per la cura dell’epatite B cronica. L’ultima ricerca, pubblicata su Nature Communications, apre nuove frontiere nella cura dell’epatite C, malattia del fegato che colpisce nel mondo circa 71 milioni di persone in modo cronico.
Di che cosa si tratta?
«La persistenza dell’infezione nei pazienti affetti da epatite cronica dipende da un black-out della risposta immunitaria nei confronti del virus e può causare danno epatico cronico che può evolvere in cirrosi e talvolta in epatocarcinoma».
Su che cosa si è focalizzato lo studio?
«Sull’analisi dell’intero set di geni espressi nelle cellule anti-virali per eccellenza, i linfociti T, quelli più importanti per la protezione antivirale, che sono generalmente esauriti nelle infezioni croniche del fegato, al fine di individuare eventuali alterazioni suscettibili di correzione farmacologica. L’obiettivo della ricerca era volto al ripristino funzionale dell’attività svolta dai linfociti. Lo studio, in vitro, è stato condotto sia su pazienti cronici affetti da infezione persistente da HCV, sia su soggetti guariti dall’epatite C, con risoluzione spontanea dell’infezione poche settimane dopo averla contratta. Tecnologie di assoluta avanguardia ci hanno consentito di isolare singole cellule del sangue e di scoprire che i linfociti T HCV-specifici dei pazienti cronici presentano un profilo d’espressione genica fortemente alterato, soprattutto per quanto riguarda i geni coinvolti nel metabolismo energetico, con marcate alterazioni funzionali a carico dei mitocondri, le centrali energetiche della cellula».

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