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Quelle vite sacrificate sull'altare dei profitti

È l’Italia dei furbi, delle scorciatoie e dei controlli che non esistono. L’Italia che ignora il senso della responsabilità: se qualcosa non funziona è sempre colpa di qualcun altro. O di nessuno

Marco Bencivenga

Email:

mbencivenga@laprovinciacr.it

30 Maggio 2021 - 07:10

Quelle vite sacrificate sull'altare dei profitti

CREMONA - Quanto vale una vita? Per i gestori della funivia Stresa-Mottarone meno di 20 euro. Tanto costava il biglietto di andata e ritorno sulla funivia della morte: tre tratte per l’ascesa, altrettante per la discesa, dai 200 metri della partenza, sulla riva del lago Maggiore, ai 1.491 della vetta, raggiungibile in seggiovia, dopo due lunghi balzi in cabina.

Secondo quanto emerge dall’inchiesta della Procura della Repubblica di Verbania, i responsabili dell’impianto avrebbero manomesso il sistema di sicurezza temendo di perdere proprio quei 20 euro di guadagno garantiti da ogni passeggero se indesiderati inconvenienti tecnici avessero provocato il blocco del servizio. Per neutralizzare il sistema automatico che imponeva lo stop alle corse in caso di anomalie alle funi cui era appesa la cabina (la fune portante, più grossa, e la trainante, più sottile), i responsabile del servizio avevano inserito due fermi nel meccanismo di sicurezza, i famigerati «forchettoni» che sono stati ritrovati dagli investigatori: uno vicino ai rottami della cabina, l’altro ancora in posizione. In pratica, è stato come mettere un mattone sotto il pedale del freno di un’auto, con il risultato di non riuscire a rallentare - tantomeno a fermarsi - in discesa, in prossimità di uno stop o davanti a un ostacolo improvviso. Una follia. Una scelta «consapevole e collegiale», secondo i magistrati che indagano sulla sciagura.

Non un’omissione occasionale o una dimenticanza, ma una scelta precisa

Una scelta motivata dall’esigenza di non perdere tempo e denaro («Non un’omissione occasionale o una dimenticanza, ma una scelta precisa», accusa la Procura), che è costata la vita a ben quattordici persone innocenti: cinque turisti israeliani (due coppie di amici e un bimbo di soli due anni); due fidanzati di Cosenza, due promessi sposi di Varese; marito e moglie (pure varesini) con un figlio di 9 anni, e una sesta coppia originaria di Bari, ma residente a Piacenza. Tutti desiderosi di ammirare «uno dei balconi naturali più belli d’Italia», come prometteva (e ancor oggi promette) il sito internet della funicolare. Le quattordici vittime dell’incidente cercavano la vita e, invece, hanno trovato la morte precipitando nel vuoto.

«Se amate la natura, se immaginate paesaggi fantastici, se cercate svago, relax e divertimento, realizzate i vostri sogni, venite a scoprire le nostre attività, ideali per i giovani, le famiglie e i gruppi», annunciava ammiccante la pubblicità della Stresa-Mottarone. Peccato che alla sicurezza dell’impianto sia stata dedicata meno attenzione che al marketing. Peccato che la bramosia di guadagno abbia trasformato i sogni dei turisti in un incubo, lo svago in tragedia, le attività di gruppo in una sciagura collettiva. Unico sopravvissuto a un incidente che si poteva e doveva evitare: Eitan, il bambino salvato dal padre che gli ha fatto da scudo mentre la cabina precipitava senza controllo. Immaginare la sua vita senza papà, mamma e fratellino è straziante. Ma sarebbe bello e consolatorio ritrovarlo in toga, quando sarà grande, avvocato difensore della categoria più maltrattata e meno tutelata al mondo: gli utenti. Letteralmente quanti usufruiscono di un bene o di un servizio; nella realtà gli ultimi anelli di una catena che fa troppo spesso del profitto la sua unica stella polare e troppo spesso trasforma chi ne dovrebbe godere in un numero, un soggetto senza diritti né identità, se non addirittura in carne da macello. Vale per le vittime del Mottarone, come per i morti del ponte Morandi. O dei disastri ferroviari di Livorno e di Pioltello, delle case che crollano alla prima scossa di terremoto perché costruite risparmiando sul cemento o dei disastri ambientali provocati da chi antepone il facile guadagno alla sostenibilità. Senza arrivare alle conseguenze più tragiche, vale anche per tutti i passeggeri dei treni in perenne ritardo o dei voli aerei cancellati, per i pazienti che - arrivati a un Pronto soccorso - devono aspettare ore prima di essere visitati (salvo siano in pericolo di vita), per tutti i cittadini che ogni giorno vengono maltrattati dalla burocrazia, per le imprese costrette a consumare una foresta di verbali, certificazioni, autorizzazioni, pareri tecnici e dichiarazioni di conformità per poter costruite un capannone o un nuovo reparto.

È l’Italia dei furbi, delle scorciatoie e dei controlli che non esistono. L’Italia che ignora il senso della responsabilità: se qualcosa non funziona è sempre colpa di qualcun altro. O di nessuno. È l’Italia di chi getta la carta per terra, i rifiuti nei fossi e ogni tipo di veleno nel mare. L’Italia che sforna leggi a getto continuo, ma poi non si preoccupa di farle rispettare. Vale per le regole più stringenti come per le prescrizioni minori. Per capire come andassero le cose sulla funivia del Mottarone non era necessario inviare l’esercito, gli ingegneri del Politecnico o i funzionari del Ministero delle infrastrutture: bastava leggere le recensioni degli utenti su Google. «Corse troppo affollate, non si riusciva a mantenere il metro di distanziamento», ha scritto un passeggero quattro mesi fa. «In questo periodo di Covid fanno salire molte persone, la distanza di un metro è impossibile da mantenere e la cabina non viene disinfettata dopo ogni viaggio», aggiungeva un altro. Se non si riesce a far rispettare le norme anti-Covid, è difficile pensare che si abbia l’attenzione necessaria per garantire un adeguato livello di sicurezza strutturale. Ora i gestori dell’impianto, in carcere, piangono lacrime di coccodrillo. Il caposervizio, in particolare, giura di «non essere un delinquente», che non avrebbe mai fatto salire persone sulla funivia se avesse pensato che la fune si potesse spezzare e, secondo quanto riferito dal suo legale, si è reso conto che «sono morte vittime innocenti» e ne dovrà portare il peso per tutta la vita. Davanti al gup il responsabile tecnico della funivia si è dichiarato «distrutto, pentito e nelle mani di Dio». Considerato a chi si affida, può nutrire qualche speranza di riscatto e di perdono. Le quattordici vittime della sciagura non hanno avuto la stessa possibilità perché si sono affidate a mani decisamente meno responsabili e misericordiose. Le sue.

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